Una donna, Carmen Yáñez, dalla fiera personalità, ormai apprezzata e conosciuta, dal suo amato Cile al mondo letterario internazionale, poeta che – con le sue parole – incanta, avvolge e, nonostante il suo drammatico vissuto, esalta la bellezza misteriosa della vita

di Anna Maria Giancarli

Sin dalla sua fondazione, nel 2002, il Premio letterario internazionale “Città dell’Aquila”, intitolato alla scrittrice aquilana Laudomia Bonanni, ha portato in città le voci internazionali più prestigiose (tra gli altri, Evtušenko, Adonis, Walcott, Takano, Ben Jelloun, Strand, Zagajewski).

 


Il consenso della critica nazionale e del pubblico è cresciuto molto nel tempo.
Un bilancio positivo, quindi, nonostante le enormi difficoltà generate dal catastrofico terremoto del 2009 e oggi dalla pandemia.

Quest’anno l’ospite d’onore è stata Carmen Yáñez, poeta e donna straordinaria, nata nel 1952 a Santiago del Cile che, nel 1975, finì – dopo il golpe fascista di Pinochet – nelle mani della polizia politica e nell’inferno di “Villa Grimaldi” (la casa segreta della polizia politica), subendo torture. Miracolosamente scampata, rimase in clandestinità fino al 1981. In seguito, sotto la protezione dell’ONU, si rifugiò in esilio in Svezia, dove iniziò a pubblicare le sue poesie.

Nel 1997 si trasferì, sempre rifugiata, in Spagna, nelle Asturie, con suo marito Luis Sepúlveda, conosciuto a 15 anni in Cile e con cui nel 1971 si era sposata e aveva avuto con lui un figlio, Carlos Lenin. Nel 1973 Sepúlveda fu catturato dalla polizia militare di Pinochet.

I loro destini si divisero e, da allora, percorsero vite parallele, ma mai smisero di comunicare fra loro, per le molteplici affinità e un marcato sodalizio intellettuale.

Si incontrarono di nuovo nel 1989 e, nel 2004, si risposarono in Spagna, con l’intenso desiderio di non separarsi mai più.

Dopo la recente scomparsa di suo marito, ulteriore tragica perdita, la poeta vive ancora nelle Asturie, in compagnia della poesia, alla quale affida il suo tormento:

interstizio tra il mio fiato e la tua assenza / incommensurabilmente sola.

ed ancora:
la poesia colpisce con i suoi sassolini d’acqua / le finestre dei tempi / ma sempre così lieve il suo lamento.

Una vita sempre da ricostruire quella di Carmen Yáñez, per le terribili prove di dolore e di tanti definitivi distacchi subiti.

Nelle sue raccolte sono sempre presenti le tematiche per lei più significative, quali la memoria, l’amore, il Cile, l’esilio e la poesia che spesso sgorga da una sofferenza che, però, ha avuto il dono di saper dominare, pur costretta a vivere la sua esistenza sulle fondamenta delle perdite e sulla coscienza di vulnerabilità di chi si sente sempre di passaggio e ha dovuto accettare l’esilio per sopravvivenza.

Secondo Cortázar «lo scrittore in esilio è chi sa di essere spogliato di tutto quello che era suo».

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È per questi profondi motivi che Carmen vive la poesia come denuncia contro le violenze, anche di genere, e come affermazione di ideali e di diritti tuttora negati a tanti popoli. Infatti scrive ripensando alla sua terra cilena:
ci hanno annientato, / proprio così, / annientato… i colpi infami alla grande dignità di un popolo.

Va evidenziato che le sue composizioni poetiche si avvalgono d’una lingua limpida e fluida, ispirata al quotidiano e a una ricorrente visione immaginifica della natura, di continuo evocata, come nei versi:

l’albero lasciò quest’alito / di sole lontano / sulla sua tunica… Qui abito io confondendomi tra le foglie.

Certamente, si tratta anche di una poesia nella quale vibra lo sguardo d’una donna femminista, attraverso il quale l’autrice sprigiona la sua combattiva forza intellettuale e interiore come quando, indignata e ferita, chiama “farfalle eteree” le sue compagne atrocemente scomparse nel carcere cileno, o come quando parla con accesa solidarietà delle donne e degli uomini migranti, come lei in esilio:

ha raggiunto la riva con il corpo coperto di piaghe; / il sole gli ha ferito la pelle con una coltellata / inclemente / e il sale ha fatto la sua parte, ravvivandogli le ferite /… ha chiesto tetto e coperte / … noi, / la vergogna, la nostra riva arrogante.

La memoria è, senza dubbio, il fulcro della sua produzione poetica, linfa vitale del suo linguaggio, a cui affida emozioni, fatti struggenti come il ricordo della nonna, rimandi interiori, affetti e pensieri sospesi nel tempo, da non dimenticare mai.

Una donna, Carmen Yáñez, dalla fiera personalità, ormai apprezzata e conosciuta, dal suo amato Cile al mondo letterario internazionale, poeta che – con le sue parole – incanta, avvolge e, nonostante il suo drammatico vissuto, esalta la bellezza misteriosa della vita.

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A Carmen Yáñez

Flor de mujer

… dolore come la luna bianco / Carmen
tra giorni dalla notte invasi / tempi feroci
e sillogismi di libertà da garrota recisi.
Ulula il vento lo strazio nel deserto greve
quando il niente è più pesante del piombo
e colpisce con spigoli affilati, allora,
la campana a morte suona / ma /
là dove il nitore impatta col nero
sul tuo volto, Carmen, lacrime di giglio
scivolano sulla carta e sprigionano
in gran volo aromi di sogno, todavía.
Fili di luce s’allacciano alle stelle
mentre liberi farfalle d’utopia /
le nubi d’incanto si fan d’oro
a stanare la torva indifferenza
dei tanti umani / muti / come i fiumi
di Dilmun che non scorrono mai.
Fiera la tua voce persiste oltre il turbine
degli addii e nevicano, nella liturgia dei giorni,
gelsomini contro il vuoto del male, todavía,
scalfito dal limo prezioso della tua parola.

 

Anna Maria Giancarli
Novembre 2021

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LAUDOMIA BONANNI E LE RELAZIONI CON LE DONNE SCRITTRICI

 

Laudomia Bonanni, voce autorevole e squisitamente femminile tra le scrittrici del secondo ‘900, fu donna schiva, ma dal carattere tenace, ereditato dalla madre, sua prima mentore e estimatrice, con la quale ebbe un legame di grande complicità per tutta la vita.

I suoi occhi videro scorrere un intero secolo, all’interno del quale viaggiò in tutte le latitudini del tempo interiore e storico.

Quella di Laudomia era una vita provinciale, scandita dalla scrittura e da ritmi lenti e ripetitivi quando, dopo aver esordito da giovanissima con un volumetto di novelle, a 41 anni, con la vincita del Premio Strega per gli inediti nel 1948, fu catapultata in un mondo a lei sconosciuto di letterati, di critici, di scrittori e scrittrici.

Fu quello un periodo felice; in quell’ambito si trovò a suo agio, soprattutto con le donne scrittrici. Fra tutte allacciò un rapporto privilegiato con Maria Bellonci, che la introdusse nel mondo letterario. L’amicizia fra loro si mantenne viva e calda negli anni, rinsaldata da una continua corrispondenza e dalle visite al salotto Bellonci. Per Laudomia era eccezionale l’abilità letteraria dell’amica che, a suo parere, amava i suoi personaggi con “quel calore che fa ritornare in vita anche le ombre del passato”, creando atmosfere preziose e raffinatissime nelle corti fastose, con mille sfaccettature e rifrangenze di scrittura. Si riferisce al libro “Ristampa di Lucrezia” che visse, per la Bellonci, “un vero destino di donna”. In questa analisi si trovò in totale sintonia con la sensibilità della scrittrice, che aveva scelto una protagonista femminile così ardua e complessa, per restituirla alla vita, per disegnarne un ritratto di donna còlta nell’atto stesso di esistere; tutto questo attraversando a ritroso i fatti storici raggelati, con intuito fermo e fervida immaginazione.

Slides (Copertine libri Carmen Yáñez e Laudomia Bonanni)

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Di Gianna Manzini Laudomia portò dentro un’immagine nitida di “due dolci occhi, eppur focosi, indicibilmente spirituali nell’aureola leggerissima del biondo dei capelli”. Soprattutto si deliziò all’uscita di ogni suo romanzo con la curiosità di farlo leggere ad altre donne perché, secondo lei, certe rischiosità estreme, certe esplorazioni inaudite, possono essere comprese fino in fondo da qualche ben dotato spirito femminile. In queste pennellate critiche risalta evidente la quasi esclusiva considerazione che riservò sempre all’altra metà del cielo.

Profonda, ancora, fu la relazione intellettuale che ebbe con Anna Banti, Alba De Cespedes, Antonietta Drago, Natalia Ginzburg, Fausta Cialente e Sibilla Aleramo, che invitò anche a L’Aquila. Indiscussa, anche se con qualche delusione, fu la stima per queste artiste, che non rincorrevano il successo mondano e si dedicavano interamente alla loro vocazione.

Laudomia, per la quale la scrittura fu il baricentro della vita, conosceva a fondo le rinunce che bisogna accettare quando l’attività letteraria diviene una scelta esistenziale, un percorso di conoscenza e di creatività imprescindibile. Di conseguenza, non potè che criticare le “rivistine” che ospitavano sedicenti poeti e prosatori e i tanti premi a beneficio di meschine vanità.

Ella, scrittrice solitaria per temperamento, era ben lontana da qualsiasi gioco di astuzia culturale ed il suo carattere rigoroso e sincero la estraniava dalle strategie di quell’ambiente.

“Sono una montanara”, così si descrive a Maria Bellonci in una lettera d’impeto, in cui si lamentava di una esclusione subìta.

Ma la sua levatura intellettuale, connotata da autentico amore per la scrittura, ovviamente favorì scambi e intese profonde anche con scrittori e critici, ai quali spesso inviò i suoi libri con dediche. Con gli scrittori abruzzesi intrattenne feconde amicizie e favorì incontri e collaborazioni. Purtroppo della maggior parte dei carteggi con i colleghi e le colleghe non vi è traccia perché Laudomia, prima della morte, distrusse la quasi totalità del suo archivio , compresi agende, cartoline, telegrammi, minute delle sue lettere e di quelle ricevute. Diversi documenti, per fortuna, provenienti anche dalle collezioni private, sono conservati nel “Fondo Bellonci e Falqui”, alla Biblioteca Nazionale di Roma, all’Università “La Sapienza”, all’Archivio del Gabinetto Visseux di Firenze e alla Fondazione dell’”Istituto Gramsci”.

La decisione di cancellare gran parte della documentazione riguardante la sua sfera personale appare, senza dubbio, emblematica di una volontà di auto-emarginazione.

Alla luce di quanto è emerso, mi preme evidenziare un aspetto importante della parabola letteraria ed esistenziale della nostra autrice che, come tante donne scrittrici, finì i suoi anni nel silenzio. Infatti, malgrado i premi prestigiosi ottenuti, le pagine critiche delle firme più insigni, le amicizie femminili che la sostennero, visse sempre in un territorio letterario di confine, quasi ai margini delle coordinate culturali del proprio tempo.

Certamente a ciò contribuirono le ricorrenti crisi depressive di cui, come sempre, parla con la sua fedele amica Maria Bellonci, il suo già citato carattere rigoroso, ma soprattutto le sue posizioni politiche, il realismo dei temi trattati con altrettanto rigore dalla sua postazione intellettuale molto particolare, come quello del femminismo, della maternità, della devianza.

Maria Luisa Spaziani e Biancamaria Frabotta non hanno avuto dubbi nel ritenere Laudomia una scrittrice scomoda, troppo avanzata, quindi incompresa dalla società letteraria del tempo, troppo misogina e sospettosa nei confronti delle donne per poter favorire una voce libera e fiera come la sua, al di fuori di qualsiasi copertura.

In seguito, con l’avanzare dell’età, dopo il rifiuto nel 1985 da parte di Valentino Bompiani di pubblicare il romanzo “La rappresaglia” e la morte di Maria Bellonci, si astenne dal partecipare anche alle riunioni del salotto e, quasi unica nel panorama della narrativa italiana, fece una scelta di solitudine totale e intransigente. Su di lei, allora, calò un colpevole silenzio, persino nella sua città. Ma le sue perle letterarie, anche dopo molti anni, parlano a gran voce e continuano a rifulgere e a dare forza alle scrittrici e alle donne tutte per il fascino che emanano e per l’autonomia intellettuale che rivelano, unite a una rara e raffinata capacità di scrittura.

Qui il video sull’incontro con Carmen Yáñez.

https://www.facebook.com/watch/live/?ref=watch_permalink&v=266312878850807