Viaggio nella leggenda (vera) di Giuseppe Catoni, l’uomo alto due metri e venticinque che fece tremare l’Europa e tornò a morire tra i monti d’Abruzzo
di Angelo De Nicola
Acciano (AQ) – C’è un gigante che continua a camminare tra le valli del Sirente-Velino. Non lo si vede, ma lo si sente: nel nome inciso su una lapide sbiadita, nei racconti dei vecchi al bar, negli occhi fieri del sindaco Fabio Camilli quando parla di “Acciano, il paese del Gigante”. È la storia, straordinaria e quasi dimenticata, di Giuseppe Catoni, nato nel 1820 da una contadina e da un uomo di fatica, cresciuto tanto in fretta da sembrare la risposta terrena a una preghiera.
La leggenda dice che Margherita, sua madre, lo abbia affidato ancor prima di nascere alla protezione di San Cristoforo, il santo possente che campeggiava nella chiesetta dei Santi Pietro e Lorenzo. “Fa che sia grande e forte come te”, avrebbe sussurrato davanti all’altare, con il grembo gonfio e il sudore dei campi ancora sulla fronte. Il bambino che nacque il 18 novembre 1820 non la deluse: a tre anni era già più alto di tutti i coetanei, a sedici sfiorava i due metri, e a ventiquattro toccava quota 2,25, con la forza di tre uomini e il cuore, raccontano, di un ragazzo semplice. «Di membra regolarissime – scrive il De Nino –con le cinque dita della mano, da sopra in sotto, abbrancava cinque piatti accatastati». La sua coscia è tanto grossa come il corpo di un uomo; la giuntura della sua mano, doppia dell’ordinario.
In un Abruzzo ancora contadino e povero, dove si cresceva tra pecore e zappe, un gigante era una benedizione ma anche un fastidio. Serviva a lavorare, a sollevare tronchi, a portare i sacchi di grano; ma attirava sguardi, curiosità, invidie. Così, come molti giovani dell’epoca, anche Giuseppone – così lo chiamavano – partì “a cercar fortuna”. Fu notato da un certo Luigi Falconi, impresario di passaggio all’Aquila, che lo trasformò in attrazione da fiera: “Il Gigante di Acciano”. Lo portò in giro per l’Italia, fino a Livorno, dove un cronista dell’epoca, Feliciano Ducci, lo descrisse come «di carnagione scura, capelli neri, non bello di viso, ma dotato di una forza prodigiosa: teneva nel palmo i polsi di tre uomini». Le donne – aggiungeva – «rimanevano incantate dalla sua possenza».
Stanco di essere trattato come un fenomeno da baraccone, Catoni lasciò il circo e si unì ai lavoratori delle vigne di Civitavecchia, i cosiddetti “Scassati”. È qui che nacque la leggenda dell’albero sradicato: sfidato da alcuni compagni a strappare un mandorlo per guadagnarsi un piatto di maccheroni, lo divelse con le braccia e se lo caricò sulle spalle fino in paese. Da allora, nessuno osò più provocarlo.
La voce delle sue imprese arrivò fino a Parigi, dove i circhi e le fiere esibivano lotti di “uomini eccezionali”. Catoni vi approdò come lottatore invincibile, ma quando gli proposero di perdere un incontro “truccato” contro il campione di Francia, dapprima accettò l’accordo, poi, in un impeto di orgoglio abruzzese, si rialzò e scaraventò l’avversario fuori dal ring. La scena fece scalpore e giunse alle orecchie di Luigi Filippo d’Orléans, re di Francia, che lo volle come guardaportone di corte: un ruolo da cerbero buono, pagato bene e rispettato da tutti. Ma nel 1848, con la caduta del re, il Gigante prese la via dell’esilio insieme alla sua fidanzata francese e al gruzzolo accumulato in anni di esibizioni.
Fu visto in Germania, in Russia, persino a San Pietroburgo, dove divenne guardiano dell’imperatore. Poi la nostalgia prese il sopravvento. Nel 1854, il gigante tornò a casa, comprò terreni con franchi d’oro zecchino e, quando la sua parigina decise di ripartire, sposò una giovane nobildonna locale, Agnese Camilli, di ventidue anni, figlia di Don Vincenzo e Donna Rosaria dei baroni Pietropaoli. Lui, analfabeta e figlio di contadini, volle restituirle la dote e le assegnò una rendita personale: un gesto raro e quasi rivoluzionario per l’epoca. Visse da uomo facoltoso ma generoso: concedeva terreni in affitto a chi non ne aveva, prestava denaro senza usura, aiutava i poveri del paese. Da quell’unione nacquero sei figli, e la casa del Gigante – dieci vani nella contrada “Piazza”, poi un’altra “sopra la fonte” – divenne punto di riferimento per la comunità.
Negli ultimi anni Catoni, forse consapevole della sua unicità, pensò persino al destino del suo corpo. La scienza, incuriosita dal fenomeno del gigantismo, offriva somme notevoli per poterlo studiare dopo la morte. Così, insieme alla famiglia, decise di vendere le proprie “spoglie mortali” all’Italia, che offrì cinquemila lire: una cifra enorme per l’epoca.
Morì l’8 marzo 1890, a settant’anni, di polmonite. Gli studiosi dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila ne prelevarono la salma e la trasferirono al Policlinico Umberto I di Roma. Il dottor Michele Giuliani, nella sua relazione, scrisse che «fra gli scheletri dei giganti studiati, quello di Giuseppe Catoni occupa il decimo posto». Ma da allora le sue ossa sparirono. L’ultimo avvistamento documentato risale al 1953. Poi il nulla.
«Abbiamo fatto di tutto per ritrovarlo – racconta Silvio Di Giacomo, biografo ufficiale e presidente dell’associazione culturale Achillopoli – sono certo che il suo scheletro sia ancora lì, da qualche parte nei sotterranei del Policlinico». Un “cold case” ante litteram, che mescola leggenda, scienza e mistero.
Oggi ad Acciano, a oltre due secoli dalla nascita, il Gigante è tornato a vivere nella memoria collettiva. Una lapide sulla facciata della sua casa ricorda: “In questa casa di sua proprietà abitò il Gigante Giuseppe Catoni che la portentosa sua statura mostrò alle nostrane e alle estere genti, facendosi ricco di senno e di denaro, uomo onesto, laborioso, caritatevole”.
E mentre gli abitanti si preparano a lanciare un progetto di valorizzazione turistica e culturale con il marchio “Acciano, il paese del Gigante”, la storia di Catoni diventa metafora di un Abruzzo che non si arrende: «Un modo per rafforzare l’attrattività del nostro territorio – spiega il sindaco Camilli – legandola ai nostri valori, alla nostra identità e al paesaggio”.
Perché, in fondo, in un tempo di spopolamento e fragilità, la figura del Gigante rappresenta qualcosa di più di un ricordo: è l’immagine di una forza silenziosa che continua a proteggere la valle. Come se la preghiera di Margherita, due secoli fa, non si fosse mai davvero spenta. E allora sì, davanti alle difficoltà quotidiane, viene da dire come un tempo: “Gigante, pensaci tu.”
Scheda biografica
| Nome completo | Giuseppe Catoni (in origine Catonio) |
| Nascita | Acciano, 18 novembre 1820 |
| Morte | Acciano, 8 marzo 1890 |
| Altezza | 2 metri e 25 centimetri |
| Professione | Lavoratore agricolo, lottatore, guardaportone di corte |
| Coniuge | Agnese Camilli, nobil donna aquilana |
| Figli | Due maschi e quattro femmine |
| Luogo di sepoltura | Resti trasferiti a Roma (Policlinico Umberto I), scheletro disperso |
| Riconoscimenti | Soggetto di studi sul gigantismo; figura simbolo di Acciano |
Scrivi un commento