Sono stati gli eventi Artisti contro ogni forma di violenza e I WILL SURVIVE! Cosa hanno messo gli artisti nel loro kit di sopravvivenza ? a caratterizzare – con varie declinazioni interdisciplinari – le angosciose problematicità di catastrofi non già naturali come è avvenuto con il terremoto del 2009, ma legate a guerre su guerre
di Antonio Gasbarrini
con Virginia Ryan, Giorgio Piccinini
Dalla prima edizione di “Seminiamo Arte” del 2021 tenuta in pieno Covid nel post-sismico Villaggio di San Lorenzo dove tuttora risiedono – a distanza di ben 16 anni – gli abitanti “sfrattati” dal borgo medievale di Fossa e dove sorge il Museo dei Bambini (MuBAq), a questa quinta curata sempre da Antonio Gasbarrini – Lea Contestabile dislocata alla stregua delle due precedenti anche nel centro storico dell’Aquila, la scommessa su un’arte contemporanea rigeneratrice d’una malconcia coscienza civica identitaria, può dirsi vinta.
Il crescente consenso dei visitatori ad una formula interdisciplinare accomunante arti visive, letterarie, musicali… ha consentito non solo ai cittadini residenti, ma anche ai turisti, di riappropriarsi della “Bellezza ritrovata” tra un’amicale Natura e opere monumentali laiche e religiose di assoluta valenza estetico-architettonica nazionale.
Sicché le varie sezioni dislocate tra il giardino rimesso a nuovo del rinascimentale Convento di S. Angelo d’Ocre, il trecentesco Monastero di clausura di S. Basilio, l’Orto botanico a ridosso del Convento della Basilica di S. Maria di Collemaggio, nonché un Palazzo d’epoca appena restaurato nel centro storico della città capoluogo, hanno dialogato al meglio nel loro fitto fraseggio culturale.
Sono stati gli eventi Artisti contro ogni forma di violenza e I WILL SURVIVE! Cosa hanno messo gli artisti nel loro kit di sopravvivenza ? a caratterizzare – con varie declinazioni interdisciplinari – le angosciose problematicità di catastrofi non già naturali come è avvenuto con il terremoto del 2009, ma legate a guerre su guerre. In proposito dovrebbero insegnare la putiniana aggressione all’Ucraina e il sostanziale genocidio (tal è) del popolo palestinese attuato da menti perverse che sono alla guida dello Stato d’Israele.
Circa la tematica della violenza, l’intreccio tra performance (il duo Cam Lecce – Jorg Grunert, Virginia Ryan), le installazioni site-specific degli stessi e di Lea Contestabile, i readings delle poete e poeti Tino Di Cicco, Guendalina Di Sabatino, Annamaria Giancarli e Massimo Pamio, il tutto inframmezzato con brani musicali eseguiti da Sabatino Servilio e Pamela Edemea Panzica (si vedano le slides), hanno generato non poca emozione tra gli astanti.
È stata ancora la “Grande Festa” dedicata ai bambini nella sede del Museo rimesso a nuovo, a chiudere idealmente la V edizione proiettata all’anno prossimo nel contesto delle iniziative che si terranno per L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026.
A seguire, testi ed immagini delle singole sezioni, mentre questi sono i links alle precedenti quattro edizioni:
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I WILL SURVIVE! I
Cosa hanno messo gli artisti nel loro kit di sopravvivenza ?
di Virginia Ryan
Alla fine di marzo 2025, casualmente scrolling su Instagram, è apparso il viso della “Commissaria europea per la gestione delle crisi” Hadja Lahbib nel video cosa c’e nella mia borsa – survival edition suggerendo che cosa ogni cittadina\o della comunità europea dovrebbe avere pronto in caso, fra altro, di guerre, pandemie e disastri naturali.
Ero incredula! Ho pensato fino alla fine dello spot:è una parodia della comunità Europea. Il messaggio del video era invece evidente. Invitava me, fiera Cittadina Europea, a preparare, per un drammatico futuro ormai dietro l’angolo, un kit contenente, tra le altre cose, proteine-snacks, fiammiferi e le immancabili carte da gioco, per passare le 72 ore chiusa forse in cantina al riparo dagli eventi sismici, atomici, tensioni geopolitiche…
Mi sono ricordata, come fosse ieri, della mia infanzia in Australia e la “minaccia” dei bombardamenti dei comunisti cinesi. Le suore ci consigliavano, nel caso, di ripararci sotto le panchine dell’ aula anche se a sette anni noi bambine eravamo tutte consapevoli dell’improbabilità della soluzione.
Vedendo il video ora, nel 2025, ho risentito in qualche modo quel senso d’impotenza infantile davanti alla irrazionalità degli adulti poco affidabili.
Nei giorni successivi la visione del video mi tornava alla mente insieme ad un forte turbamento psichico unito ad un senso di intollerabile fastidio.
Immediatamente ho pensato:cosa porterei io in un momento drammatico?
E successivamente mi è venuto in mente di chiedere ad altri artisti cosa metterebbero loro nei propri kit di emergenza.
La risposta è stata immediata. L’interesse dimostrato è stato tale da convincermi a mettere a disposizione il mio Spazio per ospitare in una mostra i lavori prodotti. Il mio Studio Arteria si è trasformato in una Galleria pop-up, un poco per gioco e un un poco per riflettere seriamente sull’attualità e sulla diffusa attesa di qualcosa di imponderabile di cui ci sentiamo comparse impotenti.
Ho semplicemente inviato agli amici artisti il video in questione senza commentare. L’attualità’ sempre più incandescente (le guerre in primis) e l’assurdità dell’allegro comportamento della Lahbib hanno fatto il resto.

Per tre settimane il mio studio (Studio Arteria a Trevi PG) ha ospitato le trenta opere che sono state accolte con grande curiosità dai cittadini stessi, innescando un continuo confronto tra artisti e visitatori su tematiche coinvolgenti e su come l’arte possa essere strumento di riflessione e, perché no,dicondivisione di valori di solidarietà e di pace tra gli uomini.
A conferma che la tematica ha toccato tutti nel profondo, la mostra si trasferirà a L’Aquila grazie al coinvolgimento dell’ amica artista Lea Contestabile per continuare il suo viaggio successivamente in altri luoghi.
Studio Arteria Trevi, 29 Giugno 2025
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I WILL SURVIVE! II
di Antonio Gasbarrini
Trasferita dall’atelier (Studio Arteria, Trevi – PG) dell’artista Virginia Ryan nata in Australia ma attiva da molti anni in Italia ed inserita tra gli eventi espositivi connessi alla V edizione della rassegna multidisciplinare “Seminiamo Arte” che si terrà a L’Aquila in progress tra i mesi di luglio e settembre 2025, la mostra I WILL SURVIVE! Cosa hanno messo gli artisti nel loro kit di sopravvivenza ? sintetizza molto bene lo spirito sostanzialmente est-etico della stessa. In perfetto accordo, peraltro, con un fil rouge espositivo finalizzato ad una rigenerazione civica d’una intera comunità, snodato dal MuBAq (Museo dei Bambini L’Aquila) nella sua sede a Fossa e nel centro storico del capoluogo abruzzese.
Per una città ancora in fase di ricostruzione e con persistenti sacche di disagio e disgregazione sociale – dopo la tremenda botta sismica di oltre 16 anni fa – , il kit di sopravvivenza di 72 ore ammannito nell’ilare video “Cosa c’è nella mia borsa” da parte della Commissaria europea per la gestione delle crisi Hadja Lahbib, è di una disarmante esemplificazione del terribile rapporto esistente tra le catastrofi e la salvaguardia di singole vite.
E ben sanno ora cosa fare, dopo gli errori compiuti a seguito delle rassicurazioni governative (più o meno, di fronte alle reiterate scosse premonitrici: «Bevete un bicchiere di Montepulciano e andate comodamente a letto») che causarono la morte di 309 innocenti vittime immolate all’a-scientifica ignoranza.
Rimandiamo subito al link https://www.youtube.com/watch?v=g7MiwbKTnDY del video in cui lo scrittore Roberto Saviano approfondisce gli aspetti ideologici che stanno dietro il “siparietto” dell’attuale politica sociale comunitaria a corto di memoria.
A proposito, ci limitiamo a segnalare come, durante la pandemia da Covid-19, sopratutto negli Stati Uniti ci fu la corsa ad accaparrarsi il kit di “lunga sopravvivenza” (altro che 72 ore!) ed alla “modica”cifra di 5.000 dollari costituito da una borsa in fibra di alluminio contente, tra gli altri oggetti, un filtro anti contaminazione per l’acqua, mascherina, torcia elettrica, farmaci e materiale di primo soccorso, pannelli solari pieghevoli, due sacchi da camping per dormire…
Spendiamo ora qualche riga sulla graffiante risposta creativa alla sostanziale provocazione mediatico-burocratica data da una trentina di artisti italiani e stranieri (con alcune opere firmate a più mani), i quali hanno aderito, con un non malcelato entusiasmo, all’invito della Ryan stessa.
Quanto alla borsa “griffata” del video incriminato, i contenitori “kit inventati” – in mostra – spaziano dalle comuni scatole di cartone, borse e valigie o altre soluzioni formali esteticamente connotate, come avviene con una stilizzata bara contenente una matita.
Il prototipo degli stessi, a livello di Storia dell’arte moderna, può essere individuato sotto l’aspetto filologico e concettuale, sia nei ready made di Marcel Duchamp che nella Boite – en – valise dove in una scatola l’eccelso artista aveva messo le miniature di alcuni suoi quadri (scatola a sua volta inserita in una borsa di pelle) visibili una volta aperta.
Nello scorrere le pagine del catalogo in cui sono riprodotte le singole opere, nonché la contestuale dichiarazione poetica inerente alla stessa allorché sia stata formulata dagli autori, si avverte subito una sotterranea, fluente corrente empatica.
A far da comun denominatore al tutto, a prescindere dalle soluzioni formali adottate, è la lingua viva di un’arte ben sintonizzata sia con la sensibilità estetica contemporanea che con la trionfante problematicità distopica generata dalle insulse, sanguinarie guerre in corso (Ucraina e Gaza, su tutte), nonché dai biblici esodi dovuti ad un inesorabile climate change di matrice prettamente antropica.
Per avvicinarci un po’ di più al senso di fondo di questa mostra immaginifica ci limitiamo a segnalare alcuni titoli emblematici dati alle singole opere: Sticks and stones, Valigetta surrealista, Sopravvivi e consuma, Torna a Surriento, In caso di sopravvivenza solitaria, When the world burns, we create, Vive La Commune, 72 ore d’oro, Il mio kit emotivo, Favola di emergenza, War talk 2025…
Già gli stessi e gli altri omessi per semplici ragioni d’ordine pratico ci suggeriscono il contenuto del kit di sopravvivenza proposto che nulla ha da spartire con quello suggerito nel video. In netta prevalenza s’incontreranno libri, semi, foto, pupazzetti, tubetti di colore..,
In altre parole, la questione di fondo posta alla commissaria europea chiamata in causa con I WILL SURVIVE! Cosa hanno messo gli artisti nel loro kit di sopravvivenza? è tuttora: Avere o Essere? (Erich Fromm).
[Artist* : Rita Albertini – Fabio Giorgi Alberti – Enrica Fico Antonioni – Paola Babini – Karen Bamonte – Polly Brooks – Sara Cancellieri – Andrés Felipe Castaño – Caterina Ciuffetelli – Mario Consiglio – Lea Contestabile – Luca Costantini – Christine Fayon – Marino Ficola – Danilo Fiorucci – Sylvie Franquet- Luigi Fucchi – Benedetta Galli – Gary Jo Gardenhire – Gruppo Make Art Not Walls Trevi – Susan Harbage Page – llimine – Olena Koshel – Myriam Laplante – Nea Lindgren – Graziano Marini – Attilio Quintili – Camilla Palazzese -Paolo Romani – Virginia Ryan – Romanoleli – Michela Santoro – Martin Stubenrauch – Sandor Valy – Carol Venezia – Marisa Zencich – Cervo Zoppo].
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ALLEGRO, ALLEGRO PASSERO! TRA VERDI FOGLIE UN FIORE… VOYAGE AU DEBUT DE LA NUIT
di Giorgio Piccinini
Anche per questa V edizione di “Seminiamo Arte 2025”, la sezione ARTE e NATURA è ospitata presso l’Orto Botanico, situato all’esterno del Convento della Basilica di S. Maria di Collemaggio. È opportuno ricordare che come è stato già sperimentato nelle precedenti edizioni, lo spirito del progetto “Seminiamo Arte” con la direzione artistica di Lea Contestabile e Antonio Gasbarrini (sostenuto dal MuBAQ), ha come mission l’interazione tra il territorio e le espressioni dell’arte contemporanea. Tessendo in tal modo un dialogo col sociale che permetta ai cittadini anche attraverso un approccio culturale, di reimpossessarsi e vivere luoghi naturali spesso dimenticati o caduti nell’oblio post sisma 2009..
Ne “Il Giardino delle Peonie” si può subito familiarizzare con la mostra Allegro, Allegro, Passero! Tra verdi foglie un Fiore…”, il cui titolo è mutuato dal testo poetico The Blossom (Il Fiore) di William Blake. Divisa in due dialoganti tecniche – la pittura di Luigi Calvisi e la fotografia di Assunta Janni –, con i loro lavori cercano una connessione tra la “natura reale” e quella rappresentata. I quadri con soggetti floreali e gli scatti fotografici degli uccelli, compiono così un simbolico “ritorno a casa”.
I colori, la luce e le ombre nella efficace rappresentazione pittorica dei fiori di Calvisi, sono resi in una atmosfera metafisica senza tempo: nella loro effimera bellezza, conquistando sulle tele l’eternità ad essi negata dalla Natura alla stregua del loro artefice.
Volgendo lo sguardo sui lavori fotografici della Janni, i piccoli uccelli che popolano le nostre città, le campagne e questo stesso Orto Botanico, vengono immortalati con maestria dall’obbiettivo fotografico in reali istanti di vita, rendendo “straordinaria” la loro bellezza e complessità, che spesso, nel nostro correre quotidiano, tendiamo a non notare.
Proviamo per un attimo ad ascoltare con i nostri sensi il Giardino che ci sta ospitando, chiudiamo gli occhi ed ecco che la Natura comunica con noi trasmettendoci altre emozioni: Possiamo respirare l’odore dell’erba, ascoltare il ronzare degli insetti, percepire sulla nostra pelle il calore del sole e l’ombra rigenerante degli alberi. Riapriamo gli occhi soffermandoci nel vedere quello che ci circonda: i rami verdi pieni di foglie che al primo soffio di vento estivo stormisco e sono scelti da piccoli uccellini come loro rifugio; dividiamo (perché no) con loro l’acqua fresca di una fontanella, ed ecco che finalmente siamo avvolti dai versi di W. Blake. Le sue liriche ci riempiono di una realtà partecipata, della quale noi siamo parte integrante. Le parole, la pittura, la fotografia e noi stessi diventiamo Arte attraverso la Natura, continua ed inesauribile sorgente di ispirazione.
Lo spettatore di questa mostra è parte attiva attraverso una propria percezione sensoriale del territorio naturale dell’Orto Botanico avvolto in un musicale dialogo tra l’Arte e la Natura.
Con la mostra “Voyage au debout de la nuit” (Viaggio all’inizio della notte), intraprendiamo – coinvolgendoci fisicamente e mentalmente – un vero e proprio cammino d’arte seguendo il sentiero nell’Orto Botanico. Ideato e creato dall’artista/performer Cervo Zoppo, il quale titola la sua esposizione itinerante, parafrasando l’opera letteraria “Voyage au bout de la nuit” (Viaggio alla fine della notte) del 1932 scritto da Louis – Ferdinand Céline.
Nel lavoro artistico di Cervo, troviamo spesso il riutilizzo di materiali vari e di recupero che nelle sua arte assumono diversa forma, dignità e contenuto. In questo “viaggio“ le sue opere interagiscono a tal punto con la Natura del luogo, da creare un legame intimo e indissolubile nella loro complementarietà, ove la rappresentazione artistica abbraccia la Natura stessa di un albero, di una pianta o un intero prato, e ovviamente il suo opposto.
In queste opere nulla è scontato; ci si può lasciare andare all’ emozione niziale del primo sguardo, o interrogarsi sul: “perche?” di quelle figure e forme in “tensione” create da un artista sfuggente a tutte le definizioni, sperimentando, di fatto, un ”work in progress” perpetuo e mutevole.
Esse pongono sì domande, ma le risposte sono a carico della sensibilità di chi guarda, potendo disegnarci un sorriso o condurci in una spaventosa e disperata denuncia del presente, con la pervasiva paura del passare inesorabile del nostro tempo inquieto, presagio di una “morte sociale, etica ed ambientale” in un mondo sempre più vulnerabile ai capricci di una umanità narcisista e viziata, dove l’ultimo coraggioso atto risolutivo è, forse, “volare via” ( come un novello Icaro?).
Non a caso Cervo è legato, e spesso ispirato, dalla “parola” di scrittori e poeti, intellettuali e artisti.
In questa mostra, una sua opera cita la seguente frase “calzante a pennello” con la sua espressività intrisa dell’ “andare oltre”: «Per i filosofi ossessionati dal linguaggio, il mondo è come un orto botanico: ogni albero ha un’ etichetta e una volta che l’hanno letta, hanno visto l’albero» (attribuita a R. Arnheim).
Il viaggio continua sul sentiero principale dell’Orto Botanico tra le piante (con etichetta) e le opere artistiche, fino ad imbattersi nella performance di Cervo Zoppo, il quale diventa “Artista Sciamano” con un’ azione rituale che intende anche indurre una riflessione interiore sulla tragica fine della performer Pippa Bacca tragicamente assassinata in Turchia nel 2008, nel suo ultimo “voyage verso il buio” nel tentativo di portare un messaggio di pace ai popoli del Medio Oriente, e non solo.
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LA VISIONARIA FIGURAZIONE ROBOTICA DI AUGUSTO PELLICCIONE
Un dovuto Omaggio retrospettivo di “Seminiamo Arte” nei luoghi della spiritualità
di Antonio Gasbarrini
Artista analogico a tutto tondo nel dominare tecnicamente la materia pittorica o scultorea, l’artista aquilano doc Augusto Pelliccione (1938-2018) non ha avuto l’opportunità d’incrociare l’avvento dell’algoritmica Intelligenza Artificiale fortemente imparentata con i profetici suoi personaggi androidizzati.
Non conosciamo quale impatto concettuale avrebbe avuto sulla sua fertile fantasia alimentata da un cosmo fantascientifico ove – alla stregua d’un redivivo Ovidio –, sembianze dalle riconoscibili fattezze antropomorfiche sono d’incanto metamorfizzate in inquietanti creature meccanizzate.
Un grido di allarme, il suo, circa il progressivo dominio tecnologico a tutto scapito d’una armonica convivenza Uomo-Natura, lanciato sin dalla seconda metà degli anni Sessanta, temporalmente assai lontani dalla montante, immateriale era digitale da cui siamo stati in un certo qual modo, nel frattempo, avvolti e stravolti.
Ecco allora che nei dipinti, sullo sfondo di una quinta scenografica dominata da astrattizzanti cromie arancioni, verdi, marroni, blu…, le sue “composite” figurazioni declinate nella duplice versione maschile-femminile, danzano spesso (anche a gruppi), in un tempo-spazio agravitazionale o sono risucchiate in qualche buco nero del nostro inquieto vivere.
Quasi a voler sottolineare il comun denominatore materico di quei tatuati corpi proposti per lo più in movimento, in varie opere è l’emblema grafico dell’atomo a volteggiare nei siderei, trasognati universi immaginifici dell’artista abruzzese. Una sorta di simbolica impronta digitale pittoscultorea, la sua, raccordante molecole organiche e non.
Evocare influssi sulla sua riconoscibilissima “ultra-figurazione”, è fuorviante, data la radicale originalità con cui Augusto Pelliccione ha sovvertito i classici canoni d’una arte moderna e contemporanea alle continue prese con neo e post, cercando (e trovando) tra gli interstizi delle lezioni estetiche più significative, una sua autonoma via espressiva. L’esponenziale ibridazione uomo-macchina a tutto scapito dell’uomo-essere, è ben tangibile in quei visi stravolti, allorché la stessa classicità del mito in Il gomitolo di Arianna non è più in grado di aggrapparsi alla speranza di un salvifico filo neo-umanistico ch’è stato, forse, spezzato una volta per tutte.
Già agli inizi degli anni Duemila, alcune tele sono strettamente interconnesse con le tragedie di guerre in corso come avviene in Afghanistan, con le empietà di cadaveri su cadaveri ammonticchiati ne Il giardino del dittatore e, ancora, nella sempre attualissima Deflagrazione, con le disarticolate figure sballottate nello spazio da un missile (visibile in mostra).
Non mancheranno momenti di pausa autoriflessiva tendenti all’alleggerimento delle prevedibili e disumanizzanti catastrofi legate al forsennato sviluppo tecnologico, mediante il ricorso a ludiche rappresentazioni esaltate, ora, da volti distesi e corpi rilassati pur nei precari equilibri di un Funambolo o negli aerei volteggiamenti di androidi alle prese con Giochi nell’aria e Nuvole dipinte schematicamente con la congiunzione ottica di membra scorrenti sulla testa di una giovane aliena.
Magistrali sono da valutare le molteplici soluzioni prospettiche adottate, di pretta impostazione geometrica euclidea neo-rinascimentale, in cui i primi piani assegnati a questa o quella incredula figura, ben dialogano con il teatralizzato sfondo pullulante di rimpiccioliti “ominidi in libertà”.
Ma, l’insoddisfatta sete di debordare i limiti di un’ampia e costrittiva cornice lignea, chiama subito in causa una complice predisposizione creativa scultorea mediante la resa di rilievi ad intaglio che alcune volte prolungano la figurazione pittorica presente ai margini della tela, mentre in altri emergono veri e propri ideogrammi tutti da decifrare, come è dato riscontrare nelle opere proposte in quest’Omaggio, realizzate tutte nel primo decennio degli anni duemila, (una a parte).
Quella sua versatile capacità di “scolpire tridimensionalmente” la piatta bidimensionalità d’una tela, trova un’altra conferma nelle sculture lignee (ma anche in bronzo) dove i pieni prevalgono nettamente sui vuoti mediante segniche ed elasticizzate fasce avvolgenti corpi denudati o meno, sprigionanti energia su energia all’insegna del bergsoniano “slancio vitale”, siano essi monocro matici che policromi. Far percepire tutta la maestria di Augusto Pelliccione – consolidatasi nel corso di circa mezzo secolo di feconda attività – è abbastanza arduo. Ancor di più, se la stessa è affidata, come avviene in questo Omaggio retrospettivo, ad un limitato e rappresentativo nucleo di sculture e dipinti allestiti nel trecentesco Monastero di Clausura di San Basilio. Quel che conta, comunque, nell’Arte con l’A maiuscola, è, ovviamente, la qualità sulla quantità.
Da aggiungere, a quanto sinora rilevato della poetica pelliccioniana, la quintessenza d’una sottesa sacralità, o meglio spiritualità insufflata nelle sue androidi, visionarie figurazioni, siano esse scaturite da questo o quel passo biblico-evangelico, ma anche dall’accomunante dolore di un viso stravolto nel Compianto, sovrastante inanimate sembianze, mentre le scolpite mani lignee sulla cornice certificano una definitiva resa esistenziale.
Affidiamo ad un’altra sincretica opera, Captivus del 1993, la sintesi su un’inesausta ricerca, tali e tanti sono i possibili spunti riflessivi gravitanti attorno ad essa. Si tratta di una sorta di “reliquiario post uman”, le cui ante chiuse ci mettono al cospetto di un solido prismatico avente per base ed altezza due speculari triangoli rettangoli, ma una volta aperto, un intero universo estetico si dischiude ai nostri occhi. In basso si staglia la scultura lignea di piccole dimensioni di un androide con le mani legate, mentre a suo ridosso – nell’anta centrale e nelle due laterali – una selva simbolica di voli e cadute, oggetti ed architetture, è emblematicamente salvata dall’oblio, grazie al reportage di un alter ego dell’artista: quello scrivano spuntato chissà da dove, testimone inflessibile, con carta e penna alla mano, della progressiva disumanizzazione.
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