Ci risiamo. La persistente situazione distopica geo-politica, tra una guerra e l’altra da quattro anni in qua scatenata dalla malefica triade Putin – Netanyahu – Trump, continua a mietere non solo decine e decine di migliaia di vittime civili (bambini, donne e persone anziane) o centinaia di migliaia di militari, ma a devastare, a livello ecosistemico, l’intero ambiente distrutto da bombe su bombe.
E, se fino a qualche hanno fa si addossava la responsabilità della degenerazione climatica all’umanità tutta con il termine “antropocene” a causa dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali (energetiche su tutte), nei tempi più recenti ad esso è subentrato il concetto di “capitolocene”. Vale a dire che è il modello dell’accumulazione capitalistica affermatosi a livello planetario a generare l’ “avvelenamento” della Natura latamente considerata, nonché le crescenti disuguaglianze sociali.
In tale allarmante contesto catastrofico ch’è sotto gli occhi di tutti, può la sola parolina “cultura” sensibilizzare, come cerca di fare ZRAlt! con i suoi testi ed apporti multimediali interdisciplinari, un potenziale interlocutore ideologicamente non indrottinato?
La domanda, chiaramente retorica, lascia aperte le porte all’auspicata e implementabile contrapposizione raziocinante a questo o quel sistema di potere in auge, da parte dei nostri lettori.
Tra l’altro è il superamento riduzionistico della divaricazione affermatasi nel corso dei secoli tra
la “cultura umanistica” e la “cultura scientifica”, ad auspicare una olistica fusione.
Anche se, ed è proprio il caso di sottolinearlo, è il fecondo pensiero di Edgar Morin – “ultimo illuminista” – ad aver chiarito come la “complessità” sia il paradigma più appropriato per descrivere la realtà socio-antropologica-economica in cui è avvolta e condizionata ogni singola esistenza.
Peccato che uno dei suoi ultimi lavori, Cambiamo strada. Le 15 lezioni sul Coronavirus (2020), sia rimasto del tutto ignorato da questa o quella Istituzione statuale, nonostante l’amara lezione inflitta all’umanità tutta da un minuscolo virus che ha causato la morte di milioni e milioni di persone, soprattutto nei Paesi più svantaggiati.
Fautore dell’augurabile avvento di un neoumanesimo, così conclude le sue molteplici riflessioni per “cambiare decisamente strada” rispetto all’attuale contesto geo-politico:«L’umanesimo rigenerato è essenzialmente un umanesimo planetario. L’umanesimo di una volta aveva in sé un universalismo potenziale, ma non aveva la concreta interdipendenza tra tutti gli umani divenuti comunità di destino che la globalizzazione ha creato e che continua a far aumentare. Poiché l’umanità è ormai minacciata, non solo da nuove epidemie, ma dal degrado accelerato della biosfera, dal proliferare delle armi nucleari, dal dilagare di fanatismi e dal moltiplicarsi delle guerre civili internazionali, la vita della specie umana e, in modo inestricabile, quella della biosfera diventano un valore primario, un imperativo primario.[…] L’umanesimo deve assumere la grande aspirazione che attraversa l’intera storia dell’umanità, tanto più che le comunità tendono a soffocare gli individui, che l’individualismo tende a disintegrare le comunità; esso deve realizzare l’Io nella realizzazione del Noi».
Vediamo ora come questo numero 49 di ZRAlt! riesca a sintonizzarsi, nel suo piccolo, con l’affratellante e solidale Noi
L’ampio saggio Sulla sovversione non sospetta dell’immaginario di Pino Bertelli dedicato alla fotografia di Mia Lecomte – nonché poeta e scrittrice – scava nella profondità della sua poetica dell’immagine, cogliendone le più intime vibrazioni: «La scrittura fotografica di Mia è disseminata in forme, tagli, visioni “leggere”, ma ben incastonate nell’inquadratura… i richiami a un certo “realismo magico” (Chris McCaw, Harry Gruyaert, Fred Herzog o Joel Meyerowitz) espresso nei colori è presente, tuttavia lo sguardo di Mia non è mai proteso allo scoop giornalistico, anche quando fotografa un derelitto nella strada tra l’indifferenza delle gente e della polizia».
La catastrofica sequela degli storicizzati, quanto disumani genocidi su genocidi tuttora in atto nei nostri insanguinati giorni (leggi Palestina – Cisgiordania), è “rammemorata” dalla lucida quanto tagliente scrittura di Luigi Fabio Mastropietro nel testo In nome dei morti. Chiamando in causa, attraverso una a-psicologica ricostruzione fattuale e nel contempo immaginato progetto di una rabbrividente catena di montaggio tipo mattatoio, messa in atto tra il 1915 e il 1923 nell’attuale Turchia per lo sterminio di circa 1,5 milioni di armeni: «Il canto del Grande Male si alza come una tempesta di sabbia dal deserto di Deir el-Zor. I vecchi, le donne, i bambini di Aleppo, Samsun, Trabzon, Yozgad, Sivas, Erzerum, Kharpert, Diyarbakir, discendono le colline a centinaia, sciamano a migliaia verso l’orizzonte tremolante. Un oceano di volti recisi inonda la pianura intorno a Yerevan. Camminano stretti gli uni agli altri, un esercito nella tormenta. Marciano sulla città, sono già nelle strade, affollano le piazze e i cortili, onda infinita di corpi cancellati».
Sul versante della letteratura, il recital Pasolini, Roma e la dopostoria (Er Pasòla, Romma e ’a doppoistoria – Partitura poetico-teatrale in neo-romanesco) di Marco Palladini e il racconto reportagistico Il gigante di Acciano di Angelo De Nicola, oltre che per gli stimolanti contenuti, costituiscono una sorta di reinvenzione semiotica (Palladini) ed innovativa scrittura giornalistica (De Nicola), degni della migliore attenzione. Senza alcuna pretesa sperimentale d’ordine avanguardistico, ma affidandosi unicamente all’eufonica qualità della loro scrittura. Eccone due rispettivi flash.
Palladini, nella sua originale rivisitazione della pasoliniana “vita romana”: «Ohi Nino, Ninnetto, Ninarieddo, te l’arricordi de quer zogno, de cui avemo cianciato ttanta vòrte? Io stevo ’n machina e me ne ppartivo da ssolo, cor ssedile vòto daccanto a mme, e tu me rincorrevi diettro; a l’artézza de l’isportello ancora semmioperto, correnno mamma tronesco e ’ntignato, me urlavi co ’n po’ de chianto ’nfantilone la vvoce: “A Pa’, a Pa’, me ppòrti co’tte? Me ’o ppaghier viaggio?» .
De Nicola, taccuino digitale in mano, camminando tra le viuzze del borgo di Acciano nell’aquilano, insegue il filo della leggendaria fabula costruita attorno alla possente figura fisica di Giuseppe Catone, alto 2 metri e 25 cm. Gigante continuamente rivisitato dalla compiaciuta fantasia dei suoi compaesani: «Perché, in fondo, in un tempo di spopolamento e fragilità, la figura del Gigante rappresenta qualcosa di più di un ricordo: è l’immagine di una forza silenziosa che continua a proteggere la valle. Come se la preghiera di Margherita [la madre, n.d.a.], due secoli fa, non si fosse mai davvero spenta. E allora sì, davanti alle difficoltà quotidiane, viene da dire come un tempo: “Gigante, pensaci tu.”».
Sul nutrito versante dell’arte (teoretica, espositiva e performativa), i testi e gli apporti multimediali Ai confini della verità di Francesco Correggia, L’azione teorica della società della mente a fondamento della AI e della sua “Nuova arte” di Giuseppe Siano, La V edizione di “Seminiamo Arte” (2021-2025) nella continuità creativa della rigenerazione civica post-sismica di Antonio Gasbarrini, Virginia Ryan e Giorgio Piccinini e, infine, Performance: prolungamenti dei linguaggi artistici nella pratica di “Deposito dei Segni” di Cam Lecce e Jörge Grünert, offrono più di uno spunto non solo d’ordine estetico.
Francesco Correggia, sullo sfondo filosofico di un pensiero che non arretra di fronte alle mistificazioni, non solo linguistiche o iconiche praticabili con le fake e deep news dell’irruente Intelligenza Artificiale, ci invita a riflettere sul significato più profondo della parola-chiave Aletheia: «Dobbiamo tornare all’origine antica della parola verità per comprendere meglio a quale malia siamo sottoposti. A differenza della veritas latina che spesso indicava la conformità logica, per i greci era il termine Aletheia che significava verità. Essa voleva dire letteralmente disvelamento o svelamento o dimensione del nascosto (oblio/nascondimento), indicando il processo in cui la realtà emerge dall’oscurità o dall’oblio per diventare evidente»
Giuseppe Siano, nel suo ampio saggio, scandaglia le implicazioni d’ordine teorico in rapporto ad alcune modalità espressive ed espositive dell’arte moderna e contemporanea, viepiù condizionate dalle interferenze dell’AI: « Gli autori dell’arte contemporanea si possono suddividere in due categorie: ci sono quelli che ancora operano indicando la scienza e i nuovi modelli di AI solo concettualmente, senza auspicare la modificazione dei parametri del sentire umano e assumere i nuovi modelli di misurazione. Per me questa seppur nuova ma superata operazione concettuale non svela ancora quei nuovi parametri che l’arte e la scienza hanno introdotto “nel sentire” e “raccontare” l’esperienza contemporanea».
La collaudata rassegna interdisciplinare “Seminiamo Arte” promossa e organizzata dal Museo dei Bambini L’Aquila (MuBAQ) – diretta dall’artista Lea Contestabile e dal critico Antonio Gasbarrini – (giunta alla sua quinta edizione), porta la firma testuale di più mani, approfondendo le singole sezioni in cui è articolata.
Sintetizza, tra l’altro, Gasbarrini:« Il crescente consenso dei visitatori ad una formula interdisciplinare accomunante arti visive, letterarie, musicali… ha consentito non solo ai cittadini residenti, ma anche ai turisti, di riappropriarsi della “Bellezza ritrovata” tra un’amicale Natura e opere monumentali laiche e religiose di assoluta valenza estetico-architettonica nazionale.
Sicché le varie sezioni dislocate tra il giardino rimesso a nuovo del rinascimentale Convento di S. Angelo d’Ocre, il trecentesco Monastero di clausura di S. Basilio, l’Orto botanico a ridosso del Convento della Basilica di S. Maria di Collemaggio, nonché un Palazzo d’epoca appena restaurato nel centro storico della città capoluogo, hanno dialogato al meglio nel loro fitto fraseggio culturale».
La straordinaria “avventura performativa pluridecennale” praticata dall’attrice Cam Lecce e dall’artista Jörge Grünert, con ricorrenti risvolti pedagogici rivolti soprattutto alle giovani e giovanissime generazioni sotto l’egida dell’Associazione “Deposito dei segni”, è ripercorsa in modo più che esaustivo: « È facile per chi vede una nostra performance elencare tutti i linguaggi artistici che concorrono alla ‘rappresentazione’ (environment artistico, azione scenica, musica, performance, multimedialità, testualità ecc). Per noi, però, configurare una performance, il ‘processo di condensazione’, significa che i vari soggetti artistici coinvolti non lavorano a una sintesi o a un concorso dei linguaggi artistici in funzione della destinazione, la regia dell’opera, ma cercano invece di analizzare le relazioni tra i soggetti, le identità creative e le possibilità dei linguaggi, ‘prolungamenti’ per creare un (paradigma) indiziario».
Indice
Fotografia
Pino Bertelli Sulla sovversione non sospetta dell’immaginario
Letteratura
Luigi Fabio Mastropietro In nome dei morti
Angelo De Nicola Il gigante di Acciano
Teatro
Marco Palladini Pasolini, Roma e la dopo storia
Arte
Francesco Correggia Ai confini della verità
Giuseppe Siano L’azione teorica della società della mente a fondamento della AI e della sua “Nuova arte”
Cam Lecce – Jörge Grūnert “Deposito dei Segni”
Antonio Gasbarrini – Virginia Ryan – Giorgio Piccinini La V edizione di “Seminiamo Arte” (2021-2025) nella continuità creativa della rigenerazione civica post-sismica
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