Negli anni Duemila amplia nuovamente la sua ricerca e l’alterazione ottica della prospettiva che ha guidato la costruzione geometrico-astratta delle sue opere precedenti, raggiunge straordinari esiti di concretezza e solidità attraverso la rappresentazione del modulo-forma come massa-presenza che invade la tela e ne conquista lo spazio

di Romina Guidelli

Il 28 gennaio 1927 nasce a Roma Achille Perilli. Dai 14 ai 17 anni s’impegna nello studio del disegno e della pittura frequentando, assieme a Dorazio, lo studio del pittore Aldo Bandinelli. Si iscrive al liceo classico e con i compagni Dorazio e Guerrini, organizza la prima mostra di studenti-pittori romani che si tiene al liceo Giulio Cesare.

Nel 1945 si iscrive alla Facoltà di Lettere e approfondisce studi e ricerche sulla materia visiva e sui Maestri dell’arte nazionale e internazionale; sarà allievo di Lionello Venturi, con il quale preparerà la tesi di laurea sulla pittura metafisica di Giorgio De Chirico. Nel 1946, avviene l’incontro con Guttuso ed è nel suo studio che il giovane Perilli conosce i suoi futuri compagni di viaggio.

A soli 20 anni, nel marzo del 1947, fonda il Gruppo Artistico Forma 1, insieme agli amici e colleghi Accardi, Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Sanfilippo, Turcato.

Forma 1 è e sarà riconosciuto come primo gruppo d’arte astratta nato in Europa nel dopoguerra.

Forma 1 si afferma come nuovo linguaggio, avanguardia tra i due opposti poli dell’arte italiana di quel periodo, l’arte iconica e quella aniconica: una ricerca che tiene in esclusiva considerazione le intuizioni dell’artista e le restituisce sulla tela con rigorosa oggettività, come purissima presentazione di forma, spazio e colore: realtà inventiva. La capacità dell’artista, secondo quanto dichiara il Manifesto Forma 1,  è nella restituzione della forma a sé stante, senza intenzione di rappresentazione o di figurazione alcuna. Ciò che conta è il mezzo attraverso il quale la forma si genera e si esprime: il segno che la descrive, il gesto dell’artista che lo traccia, il colore narrante che la identifica; l’obiettivo è la restituzione plastica di questo unico soggetto, l’armonia dell’opera è data della compenetrazione e dell’accostamento di questi corpi che si moltiplicano nel quadro. Nel caso specifico di Perilli l’associazione del colore alla forma consente, già dalle primissime opere, una diversificazione dei piani di lettura. Una complessa griglia prospettica, disegnata sotto la pelle della pittura, lascia che ogni corpo dipinto scivoli dal piano bidimensionale della tela a quello tridimensionale dello spazio esterno, fino a divenire purissima percezione: memoria o forma unica mai espressa. La forma è al centro della costruzione del quadro e del pensiero di Perilli, essa incide sulla costruzione dello spazio e governa la luce: stabilisce il ritmo pittorico perché il suo valore, astratto dal vero e riportato nello spazio della tela, traduce il tempo e lo spazio della vita in sintesi di pieni e di vuoti identificati dal segno e dal colore. A questi due strumenti è affidato il compito di scandire, sintetizzare e restituire, plastiche suggestioni naturalistiche astratte da panorami che appartengono all’universo emotivo e sollecitano lo sguardo dell’osservatore tra solidità conosciute e fluidi movimenti che sconfinano in terre di forme sconosciute.

Nell’ottobre del 1947, dopo i viaggi e le mostre organizzate tra Parigi e Praga, torna a Roma ed espone alla prima mostra del gruppo Forma 1, nella Galleria Art Club, con dei dipinti che rivelano l’influenza delle opere viste tra Parigi e Praga, di cui l’influsso surrealista porta le tracce nel segno istintivo ma sempre rigorosamente controllato. Durante lo stesso mese, tiene nei locali dell’Art Club una conferenza dal titolo Del formalismo.

Nel gennaio del 1949 partecipa alla mostra di Arte concreta che si tiene alla Galleria Chiurazzi di Roma e raggiunge Milano per esporre (unico tra gli artisti di Forma 1) alla Libreria-Galleria Salto, insieme agli esponenti del gruppo M.A.C. (Movimento Arte Concreta). Nel 1950 è nuovamente a Parigi, dove incontra e approfondisce il lavoro e le opere di Hartung, Soulages, Wols, Dubuffet.

Il segno diventa linguaggio. È in questi anni, infatti, che nasce la pittura astratta e concreta di Perilli (così definita dal Maestro stesso) basata sulla percezione offerta dall’opera e la volontà di inserire in essa una parte della propria esperienza personale attraverso il segno, appunto, inteso come calligrafia che ha origine dal gesto.

Slides (a cura di Romina Guidelli)

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Sempre nel 1950 fonda, con Dorazio e Guerrini, la Libreria-Galleria Age d’Or; a cura dell’Age d’Or viene pubblicato il primo quaderno tecnico-informativo d’arte contemporanea Forma 2. Il primo e unico numero è Omaggio a V. Kandinskij, padre dell’astrattismo. Nel 1951 L’ Age d’Or, in collaborazione con l’Art Club, organizza la mostra di Arte astratta e concreta in Italia (la prima rassegna completa dell’astrattismo italiano) alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. A Firenze si apre una succursale dell’Age d’Or sul Lungarno delle Grazie; nella stessa città Perilli collabora all’organizzazione di due convegni su Arte e Architettura.

Gli artisti dell’ Age d’Or, dinamici e intraprendenti, entrano presto in rapporto con Ballocco, Burri, Capogrossi e Colla; con loro nei locali della Galleria Origine in Via Aurora realizzano la mostra Tic Tac di Spazio. Subito dopo, Lucio Fontana invita l’Age d’Or a collaborare alla Triennale di Milano.

Dalla metà degi Anni ’50 i saldi rapporti professionali e di amicizia di Perilli aumentano e si intensificano; l’artista stringe rapporti con Tristan Tzara di cui frequenta la biblioteca e conosce il poeta Jean Clarence Lambert.

Nel 1957, con l’inseparabile amico e collega Gastone Novelli e a un folto gruppo di amici pittori, poeti, musicisti e critici, fonda la rivista L’esperienza moderna, periodico che racconta e confronta le sperimentazioni artistiche internazionali. Scrive Perilli nell’editoriale: «Proporsi con una rivista e forse con delle opere di confluire nel mondo vivo e concreto dell’arte europea è probabilmente un peccare di presunzione. Presunzione nel credere che finalmente, in questa estrema provincia del Sud-Europa, si muove qualcosa, un qualche balbettio, una qualsiasi forma, il balenare di un’immagine.
Ma è soprattutto fiducia in quanto da anni si è fatto e ci si ostina a fare, ritrovando le proprie fonti al di fuori di ogni possibile tradizione nazionale, ricollegandoci a quanto l’avanguardia moderna ha sperimentato e, malgrado i continui e tentativi di affossamento, continua a sperimentare
[…]».

Per la rivista L’esperienza moderna scrive numerosi articoli dedicati alla nuova figurazione in pittura e attraverso questa stringe rapporti con i grandi Maestri nazionali e internazionali con i quali collabora per la stesura di importanti articoli.

Nei suoi scritti dedica ampio spazio a Kurt Schwitters e al dadaismo; tra gli altri, restano fondamentali gli articoli da lui dedicati a Franz Kline e Mondrian.

Nel 1958 espone tre opere alla Biennale di Venezia e partecipa alle mostre di Poesia Visiva organizzate da J .C. Lambert a Düsseldorf e in Polonia. Le esperienze professionali di respiro internazionale dell’artista si moltiplicano e questa apertura incide sulla sua ricerca personale e pittorica. Il desiderio di approfondire gli stati del conscio e dell’inconscio, lo condurrà a compiere studi di alchimia e di calligrafia zen che gli consentiranno di approfondire le relazioni tra il visibile e l’invisibile.

Sono questi gli anni in cui scriverà importanti saggi dedicati al valore del  segno come realtà indipendente: assolutamente distinto dalla realtà oggettiva anche se puramente e liricamente astratto da questa.

Dalla fine degli Anni ’50, si interessa completamente alla libertà espressiva e definisce la sua traccia pittorica “segno nevrotico dell’irrazionale”. Questa posizione lo conduce verso l’indagine e l’esperienza di un gesto controllato che incide sul colore nella stessa misura in cui influenza lo spazio bianco offerto del medium, sia esso la carta o la tela, considerato strumento che concorre alla rivelazione del frammento-forma come apparizione di origine mnemonica o puramente astratta: figlia di immaginazione e percezione purissime.

Negli Anni ’60 il segno di Perilli assume una valenza d’impressione narrativa: si articola sullo spazio della tela per scandirlo in episodi che richiamano l’immagine delle strip fumettistiche, capaci di evocare nello spettatore la sensazione d’essere all’interno di una cronaca. Questa ricerca legata alla potenza “linguistica” del segno, inteso e restituito come alfabeto pittorico, mira alla sollecitazione della sfera percettiva per risvegliare quella emozionale.

Dopo la nascita della figlia Georgia nel 1960 e le esposizioni alla Biennale di San Paolo e a Città del Messico, nel 1962 ottiene una Sala personale alla Biennale di Venezia.

Nel 1963 partecipa a Palermo alle riunioni del Gruppo 63 e ha la sua prima mostra personale a New York alla Galleria Bonino; concorre al Premio Torcuato di Tella a Buenos Aires e vince il premio Fontana alla Biennale di San Marino. Nel 1965 assume l’incarico di docente in comunicazione visiva al Corso Superiore di Industrial Design di Roma, dirigendone poi il Dipartimento. Nel 1968 gli è  nuovamente dedicata una Sala personale alla Biennale di Venezia.

Nel 1969 nasce la figlia Nadja e Perilli continua con passione la sua ricerca pittorica, moltiplicando il suo lavoro teorico; in questo anno scrive il manifesto Indagine sulla prospettiva.

Alla fine degli Anni ’60 la sua pittura evolve nuovamente, e il segno – padre della forma – diviene perimetro imperfetto di geometrie concrete, ma impossibili, che sovvertono la prospettiva definita dall’artista stesso “repressiva”. In questi anni la sua ricerca astratta raggiunge un grado di maturità straordinario e attraverso segno, linea e colore costruisce parallelepipedi che conquistano lo spazio della tela e lo invadono attraverso una controllata moltiplicazione del modulo. La forma, genesi e motore della ricerca dell’artista, pur non perdendo il vicino rapporto con l’immaginazione e l’esperienza personale, evolve, ancora, in plastiche strutture nate da molteplici griglie segniche che si susseguono senza l’intenzione di risolversi in rigida geometria, ma di rivelarsi in un poetico ed eterno movimento di permanente rivoluzione geometrico-espressiva con infinite possibilità di lettura.

Nel 1971 l’artista scrive il Manifesto della Folle Immagine nello Spazio Immaginario ed è qui che teorizza il suo concetto di labirinto come disegno che spalanca le porte della percezione: «Il labirinto sintetizza la possibile costruzione di un percorso visivo proprio perché nel trovarsi al suo interno non riesce più ad accettare altra legge che quella del contorto suo dipanarsi in molti cammini tutti eguali e tutti diversi. Questo modo di essere è nel fare e nel guardare ed ogni volta si è costretti a seguire un percorso, sapendo della possibilità di seguire tutti gli altri che rimangono […]».

Anche l’assiduo lavoro dell’incisione, portato avanti negli Anni ’70 , consente al Maestro di indagare sempre più a fondo l’importanza dell’impronta-segno per la percezione dello spazio-opera come luogo a sé stante. Sono questi anni intensi di collaborazioni, tra le altre quella con il Gruppo Altro.

Il 1977 è l’anno della prima mostra antologica dedicatagli: Dal 1947 al 1977. Lo spazio della pittura, che si tiene a Trissino. La mostra consacra il valore e il merito della ricerca artistica di un Maestro ormai ben noto all’interno del circuito dell’arte internazionale.

La forte volontà di conoscere e di promuovere ogni merito culturale, rende Perilli un intellettuale impegnato nella condivisione delle esperienze delle avanguardie internazionali, sempre pronto a sostenerne l’innovazione, del pensiero e del fare pittorico, dei colleghi. Nel 1979 organizza e realizza per il Comune di Roma la mostra L’avanguardia polacca 1910-1978 al Palazzo delle Esposizioni. Nello stesso anno partecipa alla realizzazione di Retina, rivista degli artisti, dove pubblica il manifesto Teoria dell’irrazionale geometrico e una sua ampia mostra antologica, dal titolo Achille Perilli, continuum 1947-1982, è allestita al Palazzo dei Congressi della Repubblica di San Marino.

Bramoso di costante sperimentazione, nel 1985 firma due arazzi che partecipano alla mostra Nouvelles Tapisseries al Paris Art Center di Parigi (successivamente itinerante in vari musei europei e americani). Nello stesso anno scrive il testo Dei modi di dipingere l’invisibile.

Il 1988 è l’anno della grande mostra antologica dedicatagli dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, mostra curata da Pia Vivarelli che inaugura lo spazio espositivo dell’“ampliamento Cosenza”, dal nome dell’architetto che lo ha progettato.

Gli Anni Novanta saranno un susseguirsi di mostre nazionali e internazionali, molte delle quali dedicate agli artisti di Forma 1, alle quali partecipa al fianco dei compagni fondatori.

Negli anni Duemila amplia nuovamente la sua ricerca e l’alterazione ottica della prospettiva che ha guidato la costruzione geometrico-astratta delle sue opere precedenti, raggiunge straordinari esiti di concretezza e solidità attraverso la rappresentazione del modulo-forma come massa-presenza che invade la tela e ne conquista lo spazio attraverso strategie, ormai perfettamente collaudate, di compenetrazione e alternanza di segno (perimetro sensibile del modulo-solido) e colore (vibrante modulatore della percezione visiva e sensoriale).

Dall’inizio degli Anni Duemila ad oggi, le mostre personali che portano il nome del Maestro costellano i Musei e le Gallerie di tutto il Mondo. Degne di nota sono la grande antologica del 2005 Achille Perilli – l’Espressività del segno, organizzata dall’Institut Mathildenhöhe di Darmstadt e le fondamentali mostre del dicembre 2018 al Museo Hermitage di San Pietroburgo e al Museo Estorick collection di Londra nell’ottobre  2019.

Il nostro saluto al Maestro è stata una mostra, breve ma intensa, che ha voluto rendergli omaggio dopo la scomparsa avvenuta il 16 ottobre 2021.

Concludo con queste parole tratte dal comunicato stampa de La Forma dell’Invisibile (10 dicembre 2021, Roma): «Ogni opera di Achille Perilli dimostra metodo e disciplina; manifesta la scintilla di una costante vivacità pittorica ottenuta attraverso la mediazione e l’equilibrio degli elementi stessi della pittura: forma, spazio e colore, strumenti che danno vita a un discorso astratto che si pone come un interrogativo visivo e concettuale costantemente aperto. Eternamente vivo».

L’insegnamento e il valore dei Grandi Maestri della storia dell’arte non smetteranno mai di brillare.

Si ringrazia l’Archivio Achille Perilli per la condivisone degli apparati e delle immagini fotografiche.
Si ringrazia Luca Barsi, Galleria Accademia di Torino, per la collaborazione.