Una congiura? magari, una tempesta perfetta per l’esecuzione di quel «delitto della cultura», rappresentato dalla scomparsa del sistema-cinema all’Aquila

di Paolo Rico

«Rari nantes in gurgito vasto» Davvero pochi i nuotatori al largo»]
Publio Virgilio Marone, Aeneides, I, 118

Nel cinema memoria e slancio si danno la mano. Sempre. Perché se stiamo alle sue dinamiche interne, ‘presente’ della narrazione scenografica  è comunque ricerca di una sorgente della ‘storia’recitata, con sbocco in un  riconoscimento di senso. D’altronde, l’etimologia stessa di ‘cinema’ interpella movimento;successione; azione, anche sguardo retrospettivo (comunque, dinamismo pur se analessi), per una presa di coscienza almeno individuale, che generi trasformazione e, quindi, novità; prolessi. È la lettura che do del tomo (quasi 400 pagine) di Gabriele Lucci Biografia di un desiderio, L’Atlante editore. Quasi all’intersezione tra memoir e pamphlet; direi iperbolicamente: tra romanzo di formazione e saggio ermeneutico, l’opera sembra rinviare ironicamente a quel «facciamo progetti solo per il passato» del più disincantato forse dei nostri affabulatori[1]. D’altronde, la comprensione del presente è possibile se si riesce a dar senso al déjà vu[2].

Lo sa Lucci, che insiste, infatti, fin dall’esergo truffautiano[3], sul dovere di ricostruire erga omnes gli eventi, riordinando una riserva mnestica privata, disarticolata ed agglutinata in fogli sparsi, appunti volanti, criptici grafici[4]. Così, l’A. reperta tutto in un inventario di successioni, che ha il sapore  di un avvincente romanzo autobiografico come ho riconosciuto almeno alla prima parte del corposo volume di Lucci. Premessa indispensabile al passaggio al coraggio della denuncia, che dà corpo alla forma di saggio ermeneutico, da me attribuito all’avanzare narrativo nell’opera. Sezione, per dirla così, in cui si dà conto meticolosamente del tarlo-killer insinuato nel sitema-cinema aquilano. «Delitto della cultura» definisce Lucci un tale esito, perché in un metaforico “triangolo delle Bermude”[5]è risucchiato un assetto conclusum, strutturato ed efficiente, della cultura non solo aquilana: è il sistema-cinema, che ha dato non poco lustro e avrebbe insistito proficuamente, se si fosse preservato, nella rivitalizzazione socio-economica post-tellurica e nel dopo-pandemia. Modello di efficacia nell’investimento per la cultura.

Procede, pertanto, su questo solco l’autore, presentando subito dall’immagine di copertina[6] il suo percorso di vita, la sua missione, il suo proposito: dar conto di una faticosa, contrastata, ma solida realizzazione: il sistema cinema all’Aquila. Attività, infine, schiacciata – complici insipienza, sfortuna e avversità – tra lesina del credito e le sue sussiegose procedure; il camaleontismo politico e l’insospettata miopia di circoli accademici autoreferenziali.

«Molti, senza dubbio, sono ben disposti, ma sono pigri per costituzione e per abitudine, e non riescono a concepire che esista un uomo mosso da motivi più alti dei loro. Di conseguenza, sentenziano che quell’uomo è pazzo, perché sanno di non poter agire come lui, finché resteranno quelli che sono»[7]: lapidaria sintesi del libro  – si è detto autobiografico –  di Lucci. Al quale, per vero, sono arrivati  – non lo si dimentichi –  anche attestati, riconoscimenti, lodi. Corredo inevitabile, d’altronde, per costruire quel pianetino della cultura, con cui, all’Aquila[8], il cinema è diventato incubatore di iniziative; stimolo all’economia; afflato di creatività; radicamento e passione. Fino ad impalcarsi come una missione – quasi Beruf e Bildung weberiane –; una vocazione professionale; un destino, insomma[9]. Tutto, inizialmente ricondotto, nell’opera, ad uno spirito giovanile, gaio ed interrogativo assieme: quasi l’intervallo della partita della vita, in cui ci si trova a riflettere, ansiosi sul primo tempo, ma per migliorarsi nella ripresa[10].

Quanto riflette il  N. nell’incipit, introducendo alla pionieristica intrapresa di un cineclub domestico, messo su in casa. In un’ala dell’edificio del centro storico, non esattamente al ‘Primo Piano’: nomenclatura dello spazio, scelta comprensibilmente con altre allusioni semantiche al set e all’inquadratura. Intervento, gestito insieme a 5 amici[11], determinati del pari a superare ogni ostacolo organizzativo: dall’improvvisato rifornimento di pellicole, a Roma, all’allestimento e alla promotion del servizio, fino al fortunoso ingaggio di un mastro di proiezione. Quest’ultimo, rivelatosi utile alla redazione manoscritta – con un’apposita tavola[12], visibile da parte del lettore di Lucci, tra le tante ed interessanti, presenti nel testo – di un improbabile bigino-della-manovella, prototipo di un decalogo contenente la precisa indicazione di ciascun passaggio da rispettare, per l’ottimale sfruttamento della tecnologia visuale d’epoca. Quel che permette, con una maturazione di competenze specifiche, di inaugurare nel 1976 un efficiente cineforum nonostante i non semplici problemi, creati dalla concorrenza delle sale consolidate in città. Proprietari e gestori trascinano addirittura in giudizio ‘i ragazzi del cineforum’. Controversie, affrontate e superate ogni volta: anche la più ostica, con il ricorso, nell’occasione, ad un’eccellenza del foro come la compianta Tina Lagostena Bassi.

Così motivati verso una nuova tappa. Nel 1981 la pionieristica band di ‘Primo Piano’ è appena sopravvissuta ad un tourbillon di difficoltà economiche; scarsa fiducia nel futuro; tramonto della formula cinefila, che a mala pena si cerca – anche con discreto, ma effimero successo –  dicontrastare con la prima rassegna italiana del film tedesco e con ammiccanti proiezioni porno soft da sold-out[13]. Ciò nonostante si va avanti con il varo de’ ‘La Lanterna Magica’. Una legge regionale nel 1984 le consente 4 anni dopo di trasformarsi da coop volontaristica ad ‘Istituto pubblico del Cinema’ ovvero in organismo strutturato.

Effetto positivo delle prime edizioni (dieci complessivamente in anni successivi) di un rutilante festival urbano, ribattezzato ‘Una città in cinema’, capace, infatti, di allestire set tra le magnifiche architetture storico-artistiche dell’Aquila e, nel contempo, di riservare approfondimenti al concorso di ciascuna componente, che presiede alla realizzazione della pellicola e, più latamente, dell’allora nascente audiovisivo. Tutto, apparecchiato con il gotha dei mestieri del cinema: dalla recitazione alla regia; dai costumi, dal montaggio agli effetti speciali; passando per fotografia, illuminotecnica, scenografia, ripresa, fonoregistrazione ecc. Approdano, perciò, all’Aquila i bei nomi di Hollywood e dei suoi Studios, i maestri di Cinecittà, la crema internazionale della stampa specializzata, i monumenti della produzione e delle tecnologie afferenti al cinema, direttori d’orchestra, librettisti e strumentisti delle colonne sonore più seguite[14].

Ma l’aveva già preconizzato il babbo di Orazio: «Nabis sine cortice»[15], decretando che nessuna conquista avviene tranquillamente. Difatti, tra lustrini e fari de’ ‘La Città in Cinema’ rimestano polemiche, alcune indotte perfino dalla deroutinizzazione, in cui inciampa una sonnacchiosa cittadina di provincia, letteralmente occupata da cineasti da tutto il mondo. Un vero rovello, scrive l’autore[16]. Però, superato scoraggiamento e dribblati i fendenti dei polemisti, non ultima la concorrenza degli altri organismi culturali, ci si rimette in moto, anche se appena in 3, con il conforto di testimonianze incoraggianti: la stima di un prestigioso filmologo dell’ateneo patavino come gli apprezzamenti esteri e l’interesse da parte di primari cenacoli del jet set. Un vero cruccio[17]. Metabolizzato, per approdare ad un definitivo salto di qualità organizzativo. Grazie alla legge abruzzese, che dal 1992 consente piena operatività logistica, economica e funzionale alla nuova ‘Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine’. Qui il romanzo autobiografico di Lucci fa posto, nell’opera, ad un argomentato cahier de doléances. Una denuncia sulla cosiddetta «dissolutezza» dei centri di responsabilità, che, dapprima aggregati con favore per le migliori sorti e progressive dell’istituzione, si propongono, magari non del tutto volontariamente, come i veri esecutori della fine di quel sistema-cinema, all’Aquila.

Slides (Pagine tratte da Biografia di un desiderio)

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Un’eccellenza artistica, tecnologica, formativa e culturale, il cui del profundis incrocia malauguratamente la terribile sciagura tellurica del ‘2009, esasperata dalle incertezze dell’iniziale ripresa post-sisma e, soprattutto, da una capace interpretazione di taluni segnali di possibile rilancio all’Aquila del sistema-cinema. Colpevole un’improvvida capacità proiettiva. in particolare, sulla Convenzione Ue di Faro del 2005, che l’Italia ha ratificato nel 2020 e sulla quale fonda un primario riconoscimento di diritto al patrimonio culturale [18]. Proprio quanto negato alla celebrata ‘ Accademia dell’Immagine’, sacrificata dal rigore burocratico del credito  – per richiamare quanto anticipato in apertura –; dalle conventicole politiche; dal volatile chiacchiericcio; dall’interessata confusione tra debiti estinguibili con nuovi investimenti e defezioni ai vertici del management accademico; gelosie di enti, scarsamente vocati – al di là delle proprie finalità statutarie –  all’attuazione dei princìpi fondativi. Una congiura? magari, una tempesta perfetta per l’esecuzione di quel «delitto della cultura», rappresentato dalla scomparsa del sistema-cinema all’Aquila, nonostante i consolidati traguardi delle premesse costitutive ai tempi della legge regionale del 1992 e della collaborazione formativa dal 1995 con l’università.

Un disegno, che incrocia complicità più o meno dirette anche di insigni organizzazioni di settore, cui si deve la permanenza all’Aquila, solo circoscritta, però, di un sistema-cinema, colpevolmente evaporato oggi in pura testimonianza minore, peraltro, da improbabili sviluppi[19]. Eppure, l’opera di Lucci sembra rilevare che a scomparire conduce soprattutto quel che predilige di perdere. È così nella parabola di edificazione, maturità e deriva del sistema-cinema all’Aquila. Si osserva da parte dell’A.[20]che «avvilimento, rabbia, risurrezione, ritorno dell’eroe» si propongono iteratamente come costanti delle progressive crisi, ad esempio de’ ‘La Lanterna Magica’ nel 1983, nel 1992 e nel 2013; e degli altrettanto cadenzati rilanci del sistema-cinema-all’Aquila. Sennonché «il dividere le sentenze dalle parole è un separare l’anima dal corpo»[21]ovvero, nel caso, un’esplorare del canone del cinema, per accertare se si tratta di una farfalla viva, che ancora vola, o di un insetto trafitto da uno spillone. Una risposta al dubbio è recente. Riferisce, ad esempio, che «il grande schermo, sì, conta, ma è la condivisione che fa la differenza»[22]. Insomma, l’ingrediente sempre presente nella programmazione del perseguito sistema-cinema-all’Aquila nella sua articolata e composita epifania.

D’altronde, il libro di Lucci  dimostra che fare i conti con il proprio passato è in prospettiva una prova di concretezza, per risalire la china: «Non c’è modo di tagliare i nodi gordiani dalla vita: bisogna districarli uno dopo l’altro, magari col sorriso sulle labbra»[23]. Perciò, l’A. richiama «(…) la forza, con pochi eguali, dell’’Accademia dell’Immagine’»[24]. È vero: «Difficile est longum subito deponere amores»[25], come tutto il lavoro di Lucci testimonia, con l’ammonimento ironico e drammatico, che esporto per icasticità da una novella filosofica: «”Sezioniamo mosche”» disse l’esperto, aggiungendo: “misuriamo linee; accumuliamo cifre; e siamo d’accordo su 2-3 argomenti che comprendiamo, ma discutiamo su 2-3mila che non capiamo per nulla”»[26]. Forse come nelle traversie, che hanno concorso a seppellire il sistema-cinema all’Aquila, plot di Lucci, che ha messo a fuoco per conoscenza diretta le responsabilità del delitto, perpetrato ai danni della cultura. Così, alla comunità è stata sottratta una primaria risorsa. Quel che, rebus sic stantibus, giustifica l’irrinunciabilità ad una riparazione. Perché del cinema si può declinare secondo il registro di un carisma idiotipico[27].Così si riconosce se resilienza fa rima con resipiscenza[28], appropriandosi dell’auspicio, condito da ironia, dello stesso m.tro Piovani: «Spero si voglia proteggere il cinema magari… con l’aiutino del Wwf»[29].

                                    L’Aquila, lì 28 novembre 2021

 

[1] Ennio FLAIANO, Diario notturno, Milano, Garzanti 1994, p. 138.
[2] adatt.: Gregory BATESON, Verso un’ecologia della mente, tr. It., Milano. Adelphi 1976, p. 73.
[3] Omaggio al famoso regista francese, caro all’A., il quale mostra via via di destreggiarsi nel proprio pantheon dell’intellighentsia. Provo a comporre all’occorrenza una rassegna, inevitabilmente parziale e provvisoria, desumibile dalla lettura dell’opera di Lucci. Procedo disordinatamente: F. E. Kästner (pag. 55); D. Hockney (pag. 60); A. Crisanti (pag. 74); H. Read (pag. 86); J. N. Harari (pag. 87); G. Brown (pag. 93); N. Lee (pag. 103); E. Hopper (p.368), omettendo di necessità la galleria di ritratti importanti, ordinata nel volume, riccamente illustrato.
[4] G. LUCCI, Biografia di un desiderio. Com’è nato un Sistema-Cinema all’Aquila tra il 1976 e il sisma del 2009, L’Aquila, L’Atlante 2021, pag. 13:«(…) inizialmente un materiale eterogeneo, una sorta di scrapbook (…)».
[5] ‘Triangolo delle Bermude’ rappresentato, nel caso, dal letale gorgo triangolare, appunto, con vitali istituzioni della comunità locale: amministrazioni e politica succedutesi; banca del territorio; ateneo, non escludendo compiaciuti sodali esterni, interessati all’occorrenza ed occhiuti per calcolo, invero, nemmeno troppo ragionieristico, come con precisa analisi annota Lucci: op. cit., pag. 371.
[6] La figura eretta, sguardo verticale (lo stesso autore?), al buio in sala, con alle spalle il fascio policromo di proiezione, che sembra liberarsi addirittura dal cuore dell’ignoto (?) spettatore. Riassunto di una vita per il cinema. Come chiarito, peraltro, nel sottotitolo: Nascita del Sistema-Cinema all’Aquila tra il 1976 e il sisma del 2009.
[7] Henry David THOREAU, Camminare e disobbedire, Milano, Kaos edizioni 2013, pag. 79.
[8] «…la città è più della città. La città è le sue costruzioni; ma anche le sue testimonianze» cit. da: Roberto GUIDUCCI, Un mondo senza tetto, Roma-Bari, Laterza 1980, pag. 114.
[9] G. Lucci, op. cit, pag. 11.
[10] «Non basta ricostruire pezzo a pezzo l’immagine di eventi per condurla a ricordo. Bisogna che questa ricostruzione sia condivisa, non limitata al personale bagaglio di memoria», cit. da: Maurice HALBWACHS, Materia e memoria, tr. It., Milano, Unicopli 2009, pag. 91.
[11] G. Lucci, op. cit., pag. 22.
[12] Ibid., pp. 36-38.
[13] G. Lucci, op. cit., pp-28-32.
[14] Lungo l’elenco delle realizzazioni intensificatesi nel settore: collegamenti; didattica; riapertura di una centrale sala cinematografica; battesimo di ’Abruzzo Film Commission’; abbrivio di una collana editoriale di spessore; collaborazioni professionali con i più qualificati esperti culturali e tecnici dell’audiovisuale.
[15] «Nuoterai senza salvagente (di sughero)», sta in: Satyrae, I, 4, 120.
[16] «(…) il monito dello scrittore tedesco ErhartKästner(1904-1974): “Il mondo è diventato così arido perché così tanti pensieri che sono stati prodotti vagano senza luogo e senza figura”», cit. da: G. Lucci, op. cit., pag. 55.
[17] Ibid., pag.109.
[18] Ibid., pp. 293 sgg.
[19] G.LUCCI, op. cit., pag. 338.
[20] Op. cit., pp. 369-370
[21] Baldassare Castiglione, Il Cortegiano, I, 33.
[22] Nicola PIOVANI, Salviamo il cinema, sta in: la Repubblica (Cultura), domenica 14/XI/2021, anno XLVI (46), pag. 3: Roma Ge.Di.
[23] Robert Luis STEVENSON, Sermone di Natale e altri scritti religiosi,tr. It., Milano, Vita&Pensiero 2019, pag. 29.
[24] G. LUCCI, op. cit., pag. 348.
[25]«È difficile sbarazzarsi all’improvviso di un amore duraturo», cit. da: CATULLO, Carmi, 76, 13.
[26] VOLTAIRE, Micromega, tr. It. Milano, Leone editore 2012, pag. 59.
[27]«Una bellissima donna, a cui chiedevo cosa provasse portando la sua maschera sublime sul suo collo flessuoso, mi rispose che talvolta, mentre camminava, le sembrava di imprimere con gioia i suoi lineamenti nella massa dell’aria come in una materia tenace, e di lasciare dietro i suoi passi come una successione d’impronte destinate a perpetuarla nei luoghi attraversati. Esprimeva così, magari senza saperlo, la volontà di dominio che la bellezza formata esercita sull’informe elemento». Riflessione del Vate, contenuta nella prefazione a: Robert de Montesquiou, La divina contessa, tr. It., Bagni a Ripoli (Firenze), Passigli 2021, pag. 7.
[28] cfr. precedente nota 5.
[29] cfr. precedente nota 19.