Forse c’è ancora chi rimpiange un mondo ideale che non v’è mai stato… e chi ha nostalgia di un tempo che non ha mai vissuto o di un’epoca in cui non era nato… (per esempio il Settecento illuminista e libertino)… se un figlio dei fiori, come diceva la canzone, non pensa al domani, un oggidiano figlio di mignotta non pensa che al presente, tanto il futuro è solamente qualcosa da sabotare

di Marco Palladini

Forse era il re delle gaffes, le più disastrose, epperò era diventato, pure con travasi di bile (dalla colecisti) alquanto frequenti, l’uomo più potente della terra, a dimostrazione che quando si dice che stiamo vivendo in tempi interessanti, si dimentica che sono anche tempi di merda, e forse sono interessanti proprio perché sono merdosi… l’uomo sosteneva di poter controllare il futuro del mondo poiché controllava il Database universale, quello che inputtava tutti i dati e le date cruciali della società che ovviamente non esiste, che è una mera finzione statistica, che viene poi storicizzata e diventa funzionale, abilmente manipolata dai callidi politici… ma poi: chi si vuole candidare a fare la storia del retropensiero? … e chi rigetta un nuovo ordine è perché vuole un disordine vecchio? Oppure cerca un ordine vecchio per respingere il disordine nuovo? … la confusione dominava sovrana, ed è nelle pieghe di quest’epoca opaca che l’uomo, benché famigerato gaffeur, si era insinuato e si era fatto sovrano… nei nonluoghi riplasmati dal potente si poteva osservare una luce frigida, obitoriale che spioveva sulle teste calve dei semimorti o semivivi che dir piaccia, i quali osannavano il pessimo e non si pentivano di dare addio alla giovinezza, e così di mandare al macero gli almanacchi della contemporanea meglio gioventude…

Forse è meglio fare finta di niente o di qualcosa mentre i versi dei poeti sanguinano o balenano le dannunziane «faville del maglio» e l’orizzonte si riempie di spiriti malotici che cantano terrifiche litanie… uno ci prova a stare sempre sul pezzo e puntualmente gli danno del pazzo e così non si riesce a venirne fuori… sembra una coazione a ripetere che assomiglia ad una sempiterna condanna… intanto le donne reclamano i parafernalia e si dispongono ad allontanarsi in un mondo non antropizzato, ma non sembrano sapere che ivi anche il sottovivere è una ipotesi poco probabile… è un sogno pervenire là dove un’orma umana non è mai stata lasciata al suolo, il punto è che poi il sogno non prevede il risveglio, e il tutto rischia di assomigliare ad un incubo oltre i confini del reale… ma si sa i maschi sono incapaci di rinunciare al sessismo, anche quando di sesso vero ne fanno oramai poco o punto … qualcuno commentava con sarcasmo: la volete o non la volete la biodiversità? E allora non lagnatevi di tutti i mostri maschili che ci sono in giro… si potrebbe così dire che la mostritudine è la prova della generosità della vita…

Forse un giorno capirò come funziona la fisica meccanica quantistica basata, apprendo, su particelle dette ‘quanti’, quel giorno è comunque per me ben lungi dall’arrivare… mi trastullo nottetempo con la teoria del Big Bang e nel frattempo azzardo ipotesi su un Big Black Hole che rivomita fuori lo spaziotempo così come pensiamo di conoscerlo… ossia come lo pensiamo attraverso le infinitesime possibilità cognitive dell’umano… riflettendo su alcuni lacerti di Nietzsche si potrebbe inferire che il tradimento della bellezza è incominciato quando da una letteratura poetica orale si è passati ad una letteratura scritta… in quanto scrittore non potevo essere d’accordo, ma come ‘auttore’ capivo che Friedrich aveva fondamentalmente ragione, che il passaggio dal vivo orale al morto scritto era stata una perdita secca… la vibrazione vocale corporeizza il testo, lo effonde in millanta colorature timbriche e tonali, laddove la scrittura lo astrattizza, lo riduce a segno inanimato, ad una segnatura priva della potenza sonora del verbale… sarebbe come pensare che la musica è quella scritta sul pentagramma e non quella eseguita ora da un solitario pianista ora da una grande orchestra di settanta elementi… la notazione musicale è la premessa, ma la musica è poi quella che si suona e si ascolta… così il testo in versi scritto è la traccia di partenza, ma la poesia sta poi nella voce che lo recita… (Carmelo Bene docet, e chissenefrega se l’accademia non dà il suo placet)…

Forse ci trovammo a calafatare la nave degli incubi o il battello dei sobri… il nostromo intanto sbraitava: chi manutiene qui il manutengolo? … e il capitano, conciato come un Achab dei poveri, ringhiava col mozzo: si tratterebbe di capire se sei tu e altri tre miliardi di fessi che siete approdati su Fessbook o se è Fessbook che ti ha partorito assieme ad altri tre miliardi di fessi… il giovanotto mostrando un certo carattere gli replicò: si potrebbe pure giungere all’abiura dei social, ma non perché si ha paura di essi, come lei… ogni mutamento è un toro che va preso per le corna… il secondo ufficiale che aveva un animo quasi poetico, ragionava sulle moltitudini di umani che come granelli di sabbia volano via nel vento… il terzo ufficiale, amante del ciclismo epico d’antan, sfogliava vecchi album e ancora rimpiangeva Charly Gaul: «le grimpeur le plus fort et le plus agonistiquementféroce»… la ciurma della nave era peraltro una ‘crew’ assai politicizzata che si spingeva a discutere della patente contraddizione tra i movimenti del kapitale transnazionale e i gesti basici della politica ancora su base fondamentalmente nazionale, un gap che per ora non si riesce non soltanto a colmare, ma neppure a ridurre… però intanto loro facevano esplodere le bombe per pescare in acque internazionali, e poi rivendere il pescato sui vari mercati nazionali… il capitano così ghignava: è la doppia coscienza dei marinai, proletari dei mari ad ore alterne…

Forse stavano intruppati pure loro ad Anfield Road, nella Kop, intrippati di tifo a cantare a squarciagola: «Walk on, Walk on! / With the hope in yourheart / And you’llneverwalk alone»… migliaia di occhi in lacrime… Liverpool ‘on the run’, ben oltre qualsiasi Beatles song… le bande di strada prendevano continuamente delle sbandate per ragazze strabelle, strabellissime che a quei pischelli non se li filavano proprio… ma i bocia reclamavano la loro ampiezza di visioni anche incoerenti, o persino irrazionali… e si racconciavano in atrocità linguistiche o si raccomunavano lanciando slogan ed invettive anche ingenue… chi si raccomandava l’animaccia sua in pratica avanzava una richiesta di paradiso in terra… il coro tifoideo ricompattava i cuori che reclamavano il camminare tutti assieme verso il nonluogo utopico ove far transitare un fatuo domani o un sotterraneo futuro… qualcuno di loro veniva flashato da una donna nera col corpo flessuoso della modella, le gambe lunghissime e la pelle smacchiata dalla vitiligine… lei camminava come una giaguara che esibiva la pelle maculata di bianco secondo una bandiera di differanza epidermico-segnica, come la decostruzione di una immagine canonica da resettare in un pattern di libertà e di alterità…

 

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Forse si scambiavano una frase irrituale e il gesto pressoché kriminale, ancorché un po’ inattuale che mima col pollice teso il taglio della gola, anzi di più una vera decapitazione… più rivendicavano fedeltà & onore e più il miserabile fascio del loro agire mostrava una povertà assoluta e un evidente horrore… dopo avere visto dentro un’ospedale alcune larve umane trascinarsi nei corridoi attaccate al carrello della flebo, ci si domandava se era opportuno affrontare l’esperienza clinica o rinunciare a curarsi con determinazione cinica (verso il proprio corpo malato)… ci trastullavamo inseguendo, come in un sogno ubriaco, un’ombria sardonica, un concerto di musiche tzigane, un rudere neoclassico, lo scheletro di una casa colonica, uno squillo di cornetta jazz, un esercito della salvezza in marcia, un viadotto precipitato nel vuoto, le urla di protesta di una manifestazione di contadini produttori di latte, degli abiti nuovi appesi alle stampelle, dei manichini obesi, le statue versicolori di giocatori di hockey su ghiaccio, una grotta semibuia ricolma di botti di vino rosso messo ad invecchiare, un fazzoletto azzurro annodato sotto la testa di una vespista bionda degli anni Sessanta, un cimitero di biciclette e ferrivecchi abbandonati, il sorriso di una bambina emaciata che lecca un cono gelato al gusto cioccolato e crema, senza panna… la deadline, ci informano, è scaduta… ma anche questa scadenza è scadente e cadente, e nessuno la prende sul serio… dopo la fine tutto ricomincia o continua a seconda della scuola di pensiero che intende seguire… la nostra malattia è coltivare la filosofia…

Forse c’è ancora chi rimpiange un mondo ideale che non v’è mai stato… e chi ha nostalgia di un tempo che non ha mai vissuto o di un’epoca in cui non era nato… (per esempio il Settecento illuminista e libertino)… se un figlio dei fiori, come diceva la canzone, non pensa al domani, un oggidiano figlio di mignotta non pensa che al presente, tanto il futuro è solamente qualcosa da sabotare… il tipo non era tra quelli che rimpiangono le «stoviglie color nostalgia» di Guccini… piuttosto era normale per lui farsi quotidianamente almeno una cinquina di spritz, uno con il bitter Campari, uno con l’Aperol, il terzo con la China Martini, il quarto col Cynar e l’ultimo con il Rabarbaro Zucca… poi si reca al convegno sulla Blackness, intesa secondo una negritudine sonora ossia la basica attitudine dei neri alla musica percussiva… tra una rullata sulle congas e l’altra sullo jambè considera che queste non sono stagioni di vita invidiabili se ci sono adolescenti lesionate nello spirito che praticano l’auto-eutanasia e altre autisticamente esaltate che s’inalberano a simboli viventi dell’ecologismo militante…

 

 

Forse qualcosa o quasi tutto è andato storto, quando vedo che si impupano pure quelli che pupari non sono… al massimo sono dei pupini vogliosi di ritornare nella cuna o di astringersi alle dee della fortuna… o dei pupazzi che volgono la faccia alla luna e non sanno di avere in sé la più grave lacuna… e si ripetono l’un l’altro nelle more del cibersistema che s’impalla: «do you know whereis the backdoor?» … la pupona appariva calva, ma assolutamente calma, pressoché imperiosa, si percepiva che era più intumorata che intimorita dall’intruso terminale che l’aveva bilateralmente aggredita al seno… aveva piantumato nel suo giardino pensile varî cactus e altre piante grasse e ogni volta, al termine della sua opera, ripeteva con tono bombastico: ite missa est… tutto intorno le bocche delle case ingoiavano file di persone senza volto né passato, anonimi umanoidi in cerca di dare una forma al domani… e intanto tutt’attorno ai palazzi proliferava e cresceva la malerbetta che non muore mai e quasi parevano aggirarsi gli spiriti drudi che annegano tra i lutti e i flutti di un mare di dolore color sangue e non negano di volere allegorizzare il tempo bellico di tutti contro tutti… un controvivere che non lascia alcun varco all’autoconsolazione…

Forse c’è un ‘futuro primordiale’ come immaginato da una scultrice greca contemporanea, ma è ipotizzabile pure un passato ultratecnologico come delirato da un emulo di Philip K. Dick… un futuro aborigeno dove potersi lasciare alle spalle le scorie del mito del continente unito dal pensiero unico… un futuro primitivo in cui piovono ricordi devastanti che impattano sulle mosse dello stratega locale, un ex commodoro barbuto incline all’insonnia e all’irascibilità verso i sottoposti… quei tapini bersagliati dai proiettili di guano di quegli stronzi di stormi degli storni trasvolanti, da cui cercano riparo rifugiandosi sotto le tettoie della stazione dei pullman e narrando racconti di cui ignorano puntualmente il finale… oppure chiedendosi: ma come fanno questi stormi di pestiferi, scacazzanti uccellaccini ad evoluire in cielo vertiginosamente e acrobaticamente tutti insieme, sempre perfettamente inquadrati, mantenendo tra loro la minima distanza di sicurezza, senza mai collidere l’un l’altro? Sono telecomandati? Sono eterodiretti da qualcosa, da un misterioso sesto senso dei volatili? … effettivamente questi nugoli di storni disegnano figurazioni leggere, armoniose e spiraliformi, simili ad una spontanea coreografia ornitologica… spontanea o frutto di una lunghissima selezione biologica? Non si sa, è un altro dei tanti enigmi concernenti l’animalitudine primigenia che è oramai l’altro da noi, poveri animali antropomorfici… nel futuro arcaico che cosa ci ha tradito? Probabilmente l’inaudito a cui l’anthropos ambiva per spropositata hybris… allora, scusi, le piace l’antropocene? …

Forse, rifletteva il giornalista, nel mezzo del percorso di monna esistenza mi sono risvegliato in una selva di predizioni abiette e tra gente che per trovare una visibilità non esitava ad indossare il frac, il cilindro e pure le ghette… gentucola che faceva i bagni di sole e gentaglia che ti rifilava invece un pieno di ‘sòle’… il giornalista andava poi da sua cugina che stava sempre tra i fornelli in cucina a preparare manicaretti per un marito fortemente pragmatico con cui il gazzettiere regolarmente litigava, a causa del proprio discorrere fluidamente magmatico… l’uomo gli rimproverava di essere un neghentropico outsider che stava a giro ad incendiare le piazze coi suoi articoletti comizianti und epocalittici… le sinistre, sbraitava, sia radicali sia moderate sono oramai entrambe anacronistiche, fattene una ragione, abbiamo vinto noi, quelli che si destreggiano e che non hanno mai sognato l’assoluto… il giornalista si rendeva conto di avere compiuto un viaggio epistemologico alle sorgenti del niente, abbeverandosi alla fonte dell’evanescenza, rimasticando bocconi di fantapolitica e leccando la manna di maravigliose illusioni… l’abduzione al resto di niente era come l’effare tutto quello che c’è ancora da dire e da ridire e poi restare senza più parole e concetti per replicare a quel codino oscurantista del marito di sua cugina…

Forse bisogna dissolvere le antinomie per riscoprire il senso di ataviche ed arcane poesie… se «la geografia è un destino», il fato si risolve in una topografia? … aggirandosi nei dipressi delle peggiori periferie, gli veniva da domandare: qual è il mito di fondazione a cui fate riferimento per la vostra enclave di catapecchie? … ma poi si tratteneva per evitare ad ogni tappa di dovere mettere una toppa, le persone sclerano per molto meno… capiva che non era il caso di sdottoreggiare invano e poi, magari, procurarsi un autodafé… quelle persone non scaleranno mai il Monte Olimpo con animo ruvido, ma limpido ed olimpico, semmai con uno spirito drogato di brama di record e di successo sociale ad ogni costo… persone che non si vogliono più piegare e sono disposte, persino, a farsi piagare… per loro è naturale fare compromessi a pioggia, scavalcare il cadavere dei parenti stretti pur di non ritrovarsi all’ultima spiaggia… gomorreide e suburreide a go-go… «c’est le diableprobablement»… come il professor Woland di Bulgakov che in una ‘semana de magia negra’ distribuisce malefici e sonno eterno a tutti coloro che non rendono il debito omaggio a Their SatanicMajestiesRequest (colonna sonora obbligatoria dei Rolling Stones d’antan, of course)…

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Forse le coppie saltano a causa di problemi di relazione insolubili o perché lui nottetempo si lustra gli occhi con lussureggianti porno Gangbang interrazziali… o perché si litigano questionando se l’è una roba da vincenti o da perdenti volere mettere un veto al Vate… meglio chiamarlo come faceva Mino Maccari il ‘poeta vater’? … poi ci si ricongiunge in una delle mille discoteche trascendentali tempestate da suoni ipersonici e da sciami di danzerini bionici… fu come una lunga orgia da Fiume andando a Singapore intrecciando innumeri storie dentro la historia, ché pare già tanto riuscire a raccontarne qualcuna non del tutto ovvia o indegna… la minima storia per esempio di quelli che volendo arrivare al vertice, prima o poi finiscono in un vortice che li conduce alla completa rovina… o la storietta di quegli altri che trafficando da artefici magici, da negromanti in pectore arrivano ad immaginarsi la propria resurrezione in forma di uccelli del malaugurio… secondo Gerard Manley Hopkins «Cristo gioca in diecimila luoghi»… lui insegue il verbo incarnato e rivendica una natura ipostatica, si spinge fino a suggerire una redenzione retroattiva, ma la libertà è teopsicotica? … la matrix del nullatutto assomiglia sempre di più ad una cullatomba…

Forse era davvero uno sfacciato, ma in senso letterale… ovvero uno senza faccia, uno che aveva perso la faccia in uno spaventoso incidente… uno ‘sfacciato’, quasi spacciato che aveva vissuto per molto tempo in rianimazione senza bocca, senza naso ed orecchie e né uso degli occhi… uno che sopravviveva grazie ad una tracheotomia per respirare e ad un tubo per nutrirsi… sopravviveva in una capsula clinica, in una condizione di mero horror in un dolore senza fine, secondo una disumanità senza confine… sino a che un’operazione di trapianto mirabolante, quasi di fantachirurgia, pressoché miracolosa non gli restituì un volto e lui poté persino scherzare: sono stato davvero uno sfacciato a credere che un giorno avrei riavuto una faccia… quel giorno era arrivato e non importava che nel frattempo la moglie lo avesse abbandonato… rientrato in casa, semisdraiato sul canapè si disse che prima o poi qualcun’altra avrebbe riempito il talamo nuziale… quindi uscì immergendosi in una pipinara di bimbi schiamazzanti, perché era come se quel mattino fosse proprio un New Morning (Bob Dylan: “Can’tyoufeelthat sun a-shinin’? / Ground hogrunnin’ by the country stream / This must be the day thatall of my dreams come true / So happy just to be alive / Underneath the sky of blue / On this new morning, new morning / On this new morning with you”) … sì, proprio felice di essere ancora vivo, di essere rinato in quel luminoso giorno, di avere avuto la sua seconda chance di vita… facendo collassare la misfortuna prese a seguire il corso caosmotico, sempre inafferrabile dei flussi e controflussi del vivere… si perse con gli occhi beati nel sole del nuovo mattino… mormorò una preghiera, una preghiera di ringraziamento… forse, o senza forse…