Le 15 grafiche dell’Apocalypsis cum figuris, sono compatibili e in perfetta assonanza con quanto sta succedendo, a livello planetario, in materia climatica o geo-politica con le aberranti guerre e genocidi in corso.  L’Apocalisse sta bussando, con sempre maggior fragore, alle scricchiolanti, indifendibili porte di una ripudiata pacifica convivenza tra Stati, popoli, etnie e lingue: babeliche quanto mai!

di Antonio Gasbarrini

“Che cosa non si deve ammirare in Albercht  Dürer? Egli possedeva le doti di un Apelle.

Ma se Apelle dipinse soltanto con i colori, Dürer ci ha mostrato, soltanto con linee nere,

ciò che è impossibile rendere con i colori:la luce, l’ombra, lo splendore, il rilievo, la prospettiva

 Erasmo da Rotterdam

 

La rivoluzione copernicana nell’ambito della grafica e dell’editoria a cavallo del Cinquecento, si deve alla indiscussa Maestria del norimberghese Albercht Dürer il quale nel 1498 pubblicò l’incunabolo Apocalypsis cum figuris, vero e proprio primo “Libro d’artista” in assoluto.

Costituito dalle 15 xilografie di grande formato (intorno ai 39×28 cm. circa) , tirate a piena pagina con il torchio nelle due edizioni in latino – tedesco e con il testo giovanneo stampato nel retro di ognuna di esse. Tal che l’immagine non era più al servizio illustrativo della parola com’era avvenuto sino ad allora con i codici miniati o altri incunaboli (varie edizioni della Bibbia incluse), ma del tutto autonoma rispetto alla stessa. Da aggiungere una sorta di copyright impresso sulla singola grafica con il celebre monogramma-firma della D inscritta nella A.

«La luce, l’ombra, lo splendore, il rilievo, la prospettiva» dell’elogio di Erasmo (peraltro effigiato dall’artista nel notissimo ritratto mentre, assorto nei suoi pensieri, si accinge a scrivere, inciso con bulino) molto devono anche ai suoi due viaggi residenziali di studio compiuti in Italia ed al fecondo contatto avuto con più d’un artista veneto, interessato com’era alle soluzioni prospettiche di matrice rinascimentale, pressoché ignorate sino ad allora nel suo realistico stile di pretta ascendenza tardo gotica e, in parte, fiamminga.

Sarà infatti la sua riedizione avvenuta nel 1511 in occasione delle coeve pubblicazioni della Grande Passione e della Vita della Vergine dall’autore testualmente definite “I tre grandi libri” con rispettivi frontespizi per ogni singola serie, a certificare al meglio la positiva assimilazione di alcuni canoni rinascimentali.

Pur riutilizzando per la seconda edizione dell’Apocalypsis le stesse matrici lignee (ad eccezione del nuovo frontespizio recante oltre al titolo anche l’immagine della Vergine con bambino che appare a Giovanni) – matrici opportunamente “rivisitate” ed impresse con torchio ed inchiostri più avanzati di quelli precedenti – è la nuova sensibilità rinascimentale acquisita a caratterizzare una sorta di “stile altro”.

Risoltosi, graficamente, con un’accentuazione tonale complessiva, con conseguente più ampi respiri prospettici e spaziali, ottenuti con linee incisorie meno spesse di quelle precedenti com’era avvenuto nelle tante grafiche stampate in fogli sciolti o nell’Apocalypsis ed esaltate nel loro impaginato soprattutto con la tecnica del bulino su rame o zinco.

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Per quanto concerne le singole immagini, va subito detto che dei 22 capitoli, ne risultano coinvolti a livello iconico circa la metà, con il particolare che a un paio di essi sono state dedicate due grafiche ispirate a distinti versetti.

Le 15 xilografie düreriane riproposte in questo testo secondo l’ordine progressivo delle pagine evangeliche e con una sintetica didascalia dei singoli passi , includono ovviamente anche quella del Martirio di S. Giovanni la cui evocazione-rammemorazione di essere stato messo dentro un pentolone contenente olio bollente, uscendone indenne, era stata tratta dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze.

Da notare, subito, il particolare dell’abbigliamento “moderno” degli astanti ed una verticalizzata resa ove spettatori variamente connotati, scorci architettonici e piante costituiscono una sorta di quinta scenografica separante il corpo dell’ignudo (l’orante  Martire a mani giunte), mentre due “aguzzini” sono i protagonisti assoluti  del frame visivo dedicato al sincronico fuoco attizzato e al versamento dell’olio bollente.

Subito a seguire è la monumentalizzata Visione del figlio dell’uomo tra i sette candelabri ad esaltare un impeccabile impaginato grafico in cui l’ingigantita figura del Cristo-giustiziere ritratto con una spada «a due tagli» uscente dalla bocca ed incorniciato tra candelabri e nubi, mostra all’inginocchiato Giovanni un libro aperto.

Nell’assiepata Visione del trono dell’Agnello e dei quattro esseri viventi e dei ventiquattro vegliardi, la folta schiera dei personaggi incorniciati prospetticamente con circolari accenni geometrici euclidei, sovrasta lo scorcio di un realistico aggregato architettonico.

Tra le altre più note che hanno fatto centro nell’immaginario individuale e collettivo nel corso dei secoli (L’angelo con le gambe come colonne di fuoco e Giovanni che ingoia il piccolo libro

; Michele e i suoi angeli combattono contro il drago; La grande prostituta; L’angelo, la chiave dell’abisso e Satana), è indubbiamente quella “ribattezzata” con il titolo de I quattro cavalieri dell’Apocalisse ad esprimere al meglio la convergenza tra le sventure profetizzate da Giovanni e la loro ricorrente attualità anche nel contesto contemporaneo: «Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato il potere di togliere la pace dalla terra e far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada» (VI, 4). Cavalieri e  cavalli graficizzati in diagonale, con una dinamica impaginazione delle sovrastanti nubi attraversate da un aereo angelo e in basso, attoniti esseri umani travolti o uccisi.

Senz’altro, surreale ante litteram, può essere considerato L’angelo con le gambe come colonne di fuoco e Giovanni che ingoia il piccolo libro, con la raffigurazione di un solarizzato angelo senza ali e dal volto umano ed un Giovanni che interrompe la scrittura o lettura evangelica ben visibile, ancora in basso sulla destra, nel libro aperto: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza», (X, 10).

E, sarà la guerra scoppiata nel cielo – nella fantasmagorica scena di Michele e i suoi angeli combattono contro il drago – a fissare, con crudo realismo, la lotta tra il Bene ed il Male. Un Bene, però, non annullante la sanguinaria ferocia dei vincitori sostanzialmente de-angelizzati dal Dürer, stando alle loro esaltate espressioni facciali.

Ne La grande prostituta, è implicitamente racchiusa tutta la dottrina dell’incipiente Riforma luterana e la ricorrente, denunciata corruzione imperante nella Chiesa Romana, confermata nel 1517 con le 95 tesi di Wittenberg.

Anche in questo caso, «la donna seduta su una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna», (17, 3), è una vivida metafora dei düreriani disagi d’ordine prettamente spirituale.

Ci penserà comunque l’angelo in cammino, che stringe in una mano un enorme chiave dell’Abisso, a scacciare per mille anni dalla goticizzante cittadella disegnata sulla sinistra «il drago, il serpente antico, ch’è diavolo e il Satana» (XX, 1-2).

A questo punto del nostro velocizzato percorso, ci si chiederà come mai il Dürer abbia tralasciato d’intervenire graficamente sugli ultimi due capitoli dell’Apocalisse giovannea, racchiudenti nella loro essenza – dopo tutti i flagelli e sventure disseminati nei precedenti – il messaggio salvifico implicito nella Gerusalemme celeste:«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova; il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio (XXI, 1-2).

Forse aveva intuito che l’ottimismo profetico di Giovanni, nel turbolento contesto civile e religioso europeo esploso nei primi due decenni del Cinquecento, non meritava il suo coinvolgimento artistico.

Di contro, tutte le sue 15 grafiche dell’Apocalypsis cum figuris, sono compatibili e in perfetta assonanza con quanto sta succedendo, a livello planetario, in materia climatica o geo-politica con le aberranti guerre e genocidi in corso.

L’Apocalisse sta bussando, con sempre maggior fragore, alle scricchiolanti, indifendibili porte di una ripudiata pacifica convivenza tra Stati, popoli, etnie e lingue: babeliche quanto mai!