Il mondo standardizzato e in rete ha separato ancora di più etica e cultura che appaiono ora opposte l’una all’altra. I media non fanno altro che ampliare questo disordine e alimentare la totale assenza di virtù etica nella comunicazione e nelle analisi socio economiche

di Francesco Correggia

Di nuovo cultura ed etica appaiono  disgiunte in questa dimensione di post-coronavirus. Anche se sembra che la mortale pandemia sia stata sconfitta, non è così. Non è stata sconfitta e forse dovremmo conviverci ancora per molti anni. Penso che si possa parlare di un’epoca  post coronavirus che segue l’epoca  post moderna che a sua volta aveva soppiantato quella della  modernità. Abbiamo più volte sostenuto che dopo questa pandemia il mondo non sarebbe più stato come prima, ma non abbiamo detto in che modo sarebbe cambiato. Abbiamo lasciato la domanda in sospeso ma al contempo abbiamo pensato che i cambiamenti  maggiori sarebbero avvenuti  non solo in ambito economico, finanziario e politico ma anche in quello  dell’arte contemporanea.

Ancora più significativa appare la ricomparsa della separazione tra cultura e natura ora palesamene evidente e problematica con i cambiamenti climatici, la necessità di politiche economiche adeguate e una sostanziale riconversione industriale ed energetica. Tutte questioni che mettono in risalto non solo un impegno etico da parte delle Istituzioni politiche europee ma anche una trasformazione  culturale dei modi con cui percepiamo il mondo e la realtà. Ecco che come aveva intuito Georg Simmel l’uomo deve abbandonare quella separazione fra etica e cultura che ancora domina il soggetto.

Scrive Simmel: «Esse sembrano pretendere, con inesorabile assolutezza, l’uomo tutto ed ambedue proprio con piena oggettività: la cultura con l’oggettività di un’opera d’arte, che esige un abbandono senza riserve, l’etica con l’oggettività che è insita nel concetto assoluto della volontà buona, nel carattere dell’etica del dovere. Concepiti in tal modo questi due concetti circoscrivono l’ambito totale dello spirito».

La questione non sta solo nei termini di una responsabilità comune  che è anche istanza di libertà e dovere, ma in una riconversione dei valori che investe tutti e tutto, cultura ed etica, da una parte e cultura e natura dall’altra. Certo si tratta di ambiti di un sapere che la modernità aveva già affrontato e in qualche modo risolto con Rousseau, Fichte, Kant ma ora gli stessi concetti appaiono non solo rovesciati ma quasi incomprensibili rispetto alle attuali pratiche sociali come il web e le piattaforme digitali. Il mondo standardizzato e in rete ha separato ancora di più etica e cultura che appaiono ora opposte l’una all’altra. I media non fanno altro che ampliare questo disordine e alimentare la totale assenza di virtù etica nella comunicazione e nelle analisi socio economiche.

Occorrerebbe  aprire una seria discussione sulla validità di tali sistemi o almeno concepire una riflessione sui modi del vivere quotidiano dove l’uomo, cioè il soggetto, possa in qualche modo avvalersi di tale sistemi e non esserne soggiogato, represso, dominato. Invece non accade assolutamente nulla. Sembra che al margine di tale situazione ci sia solo l’abisso che non è il vuoto da cui poi si rinasce e si ritorna  ma la totalità nullificante dell’inerzia, l’annullamento di quello spirito assoluto  che ci aveva fatto credere che esista una possibilità etica, discorsiva e soprattutto, un’arte capace di rinsaldare lo spirito con la natura, l’essere con il tutto. Non, dunque, quell’inerzia angosciosa che apre ad una dimensione letteraria e poetica ma il totale annullamento di quella coscienza che appartiene all’essere umano, al suo vivere con la  natura, con la sua essenza e non solo col suo apparire: non solo come essere di natura ma come coscienza indivisibile dalla natura tutta. A quanto sembra è proprio questo margine  che si è rotto. Ora dilagano i torrenti. I fiumi si sono gonfiati, il mare conquista pezzi di spiagge e le inondazioni sommergono interi quartieri e pezzi di paesaggio mentre continuiamo a celebrare i riti speculari della bellezza.

Ciò che l’uomo aveva sapientemente coltivato ora vien distrutto. Perfino l’arte, l’ultima frontiera umana di una possibilità ne è stata contaminata. L’arte rimane confinata nel mondo oggettivo della sua storia, per essere vista, guardata seppure distrattamente da una miriade di turisti assetati di immagini. È stata disattivata da un punto di vista del suo corpo, della sua carne, del suo contenuto culturale e della sua stessa portata etica e sociale. L’artificiale ha inglobato lo stesso reale, la stessa natura significativa, di senso dell’arte.  Richiamarsi al  senso di un’opera, al suo significato o contenuto appare come fuori luogo:  si rischia di passare per  vecchi bacucchi.

Per quanto riguarda l’opera d’arte contemporanea la rigidità del vecchio sistema e la sua crisi non è solo evidente ma disastrosa da un punto di vista dell’etica. Nell’epoca del  post-colonialismo e del post-coronavirus l’arte contemporanea fa prodigi di menzogne, di ferocia indistinta. La crisi che, da tempo ha invaso il sistema dell’arte a partire dalla galleria e il prevalere delle vendite on line, delle fiere, dei massimalismi di mostre istituzionali, sembra non trovare uno sbocco autentico, una sua dimensione etica là dove essa si rinsalda nel presente con la storia, con la cultura, appunto con lo stesso corpo dell’arte che è poi carne e sangue della pittura.

Slides (a cura di Francesco Correggia)

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Siamo lontani non solo da ogni epica. Esserne lontani significa non avere più valori fondanti e neppur valori nuovi da condividere, quelli formali, linguistici, etici, discorsivi. Lontano da ogni senso e da un’etica dei valori, tutto si riduce ad una pochezza espositiva, ad una celebrazione narcisistica di una narrazione superata, desueta, priva di spiragli di luce, di parole, di tristizia lieta e feconda. Siamo nella melma. Il valore etico deve sussistere come valore particolare nella funzione dell’agire stesso dell’arte. Deve trovarsi cioè nel motivo, nel principio vitale del volere. Il volere stesso, scrive sempre  Simmel, è etico, non il valore e contenuto  distaccato. Non è che venga realizzato un contenuto il cui valore viene accettato da qualche parte, è l’eticamente fondato di valore, bensì che il contenuto venga realizzato.

Ci sono dunque contenuti che possono venir realizzati soltanto attraverso la volontà etica e divenire così specificamente etici ed estetici. È così  accade che l’etica nell’arte non è solo una questione di rapporto fra etica ed estetica, etica e cultura ma il fondamento stesso dell’agire che fa, diviene contenuto. La dimensione linguistica di questo agire non è più sufficiente nella scala dei valori della pittura in particolare e dell’arte in generale poiché essa deve essere intesa all’interno del contenuto stesso, all’interno cioè di quell’etica del volere che è la vera essenza dell’arte. Così l’estetica si ritrova a essere specchiante di quell’etica.

Ritrovare di nuovo un rapporto dialettico che sempre si rinnova e  riposiziona  tra etica e cultura, etica e dimensione tecnica, etica ed estetica, cultura e natura, ora appare quasi ineludibile nel nostro rapporto con la dimensione tecnologica e la stessa prassi digitale del contemporaneo. È  qui che si misura la capacità dell’essere umano, di potere invertire la rotta del disastro. È ancora l’arte, la stessa parola dell’uomo ad aprirci ad una nuova interiorità. Sono gli stessi artisti ad essere chiamati a questa nuova responsabilità fatta di contenuti ed eticamente discorsiva. È in questo senso che si può dire che l’arte contemporanea, diventa pubblica, apre, cioè, una conversazione autentica con lo spettatore, un aspetto relazionale con chi guarda l’opera contemporanea e  la interroga comprendendone i contenuti.