Con la messa in onda telematica di questo numero doppio 50-51 di ZRAlt! (la rivista interdisciplinare monotematica sul taumaturgico binomio “Catastrofe & Creatività”, con la sua  prima uscita messa online nell’estate del 2013, vale a dire ben 13 anni fa), la necessità di un indispensabile contrappeso dell’Arte e della Cultura alla distopica realtà contemporanea, è più che mai confermata.

Mentre le aberranti guerre scatenate da “mostri disumani” quali sono – in ordine “analfabetico” Netanjahu, Putin e Trump – continuano a falciare vittime civili al lugubre suono mortale di centinaia di miglia di esseri umani e ad avvelenare vaste aree urbane e non, del sempre più malconcio pianetucolo Terra,  la corsa, o meglio, la rincorsa al potenziamento degli armamenti sembra inarrestabile.

Dimenticando o facendo finta di dimenticare che ai nostri giorni e seconda la stima di SIPRI Yearbook 2026, il totale mondiale delle testate nucleari stivate in ben 9 Stati sono oltre 12.000, con Russia e Stati Uniti che la fanno da padrone con le loro oltre 5 mila letalissime armi disponibili per ognuno di essi, pronte all’uso. Testate lanciabili da un territorio ad un altro con missili di diversa gittata e velocità, individuabili con vari sistemi di allerta precoce  (early warning).

Solo che anche falsi allarmi dovuti al malfunzionamento di questo o quel programma di controllo, com’è già avvenuto nel 1983 allorché l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov non attivò nessun contrattacco grazie all’individuato errore di segnalazione, possono generare l’evento catastrofico par excellence. Va inoltre sottolineato, amaris in fundo, come la trionfante Intelligenza Artificiale viepiù integrata in modo esponenziale nell’armamentario militare tradizionale o rinnovato (vedi droni), può algoritmicamente commettere non solo degli errori (“allucinazioni”) in merito a quanto sinora rilevato, ma prendere decisioni (senza il bisogno di una supervisione umana) da parte di “agenti autonomi” attivati da un software robotico. Ovvero porre la parola fine alla vita sulla Terra in caso di una “stramaledetta”  guerra atomica.

Una fine dovuta non solo alla polverizzazione di intere città, ma al concomitante avvento  del cosiddetto “inverno nucleare” attivato dall’enorme quantità di “fuliggine atomica” bloccante la luce solare per anni, con conseguenti irreversibili danni all’intero ecosistema (agricoltura e conseguenti carestie, in particolare).

La biblica Apocalisse sta forse entrando realisticamente nelle spalancate porte dell’arroventato Inferno?

Alla stocastica domanda ed alla stregua di un vitale contrappeso, rispondono i testi e gli apporti multimediali di questo numero.

A cominciare da Apocalypsis cum figuris (1498) di Albrecht Dürer :il primo “Libro d’artista” di Antonio Gasbarrini; a seguire Atlante del presente per un’archeologia delle immagini della catastrofe di Tommaso Evangelista, La comunicazione e la memoria di Francesco Correggia, La Terra ci educa di Vito Bucciarelli, mentre Massimo Camplone, con Distruggere o storicizzare, indica la praticabile via sperimentale di un’IA a totale servizio d’inedite forme espressive.

Nell’incipit del suo intervento, Gasbarrini motiva subito le ragioni che lo hanno indotto a qualificare “Primo libro d’artista”  l’ Apocalypsis cum figuris (1498) di Albrecht Dürer, inoltrandosi poi nel commento delle  illustrazioni xilografiche stampate a corredo del testo evangelico giovanneo, integralmente riproposte nell’apporto multimediale:«E, sarà la guerra scoppiata nel cielo – nella fantasmagorica scena di Michele e i suoi angeli combattono contro il drago – a fissare, con crudo realismo, la lotta tra il Bene ed il Male. Un Bene, però, non annullante la sanguinaria ferocia dei vincitori sostanzialmente de-angelizzati dal Dürer, stando alle loro esaltate espressioni facciali».

In che modo le immagini generate dalla iper-cronaca mediatica di una catastrofe incidono sulla produzione artistica contemporanea? È quanto si chiede Tommaso Evangelista, chiarendo più di un aspetto con la puntuale disamina di alcune di esse:« Oggi l’avvenimento genera autonomamente una quantità pressoché illimitata di rappresentazioni. L’artista arriva dopo, dentro un mondo già saturo di testimonianze. Questa trasformazione modifica profondamente la funzione della pratica contemporanea: il problema principale diventa meno quello di creare nuove figure e sempre più quello di comprendere quelle esistenti, selezionarle, rallentarle, ricontestualizzarle, sottrarle al flusso, stabilire connessioni impreviste».

Sullo sfondo del rapporto tra verità e metafisica, Francesco Correggia, con una serie d’illuminanti flashes raccorda lo stretto legame intercorrente tra la perdita della memoria e la progressiva insignificanza della parola nella trionfante epoca mediatica:« Abbiamo perfino dimenticato che viviamo in un mondo armato fino all’incredibile dove la presenza dell’arma nucleare ci minaccia ogni giorno. Minaccia nucleare, cambiamento climatico, guerre, intelligenza artificiale e perdita di memoria sono presenti nelle nostre vite, nella quotidianità di ogni giorno senza che nessuno si avvicini alla verità, vi si possa opporre e sveli le menzogne a cui siamo sottoposti. È necessario pensare su un’altra scala. Il tempo stringe..».

Vito Bucciarelli, nel suo apologo sulla Madre Terra, ci invita a prendere posizione per tutelare al meglio il devastato ecosistema antropocentrico:«Siamo una civiltà che pretende, ancora, di conquistare la Terra, con le guerre, non ancora impariamo ad abitarla.  È un cambiamento importante e urgente per l’umanità. L’educazione della Terra è severa perché è autentica. Non vizia, responsabilizza. La Terra non ci punisce. Ci riflette. Ci mostra cosa diventiamo quando dimentichiamo di appartenere a lei. E ci dà un’altra possibilità, ogni alba».

Le conquiste tecnologiche a totale servizio della creatività e della contemporanea eliminazione delle disuguaglianze sociali tra popoli e popoli, potenzialmente accresciute dall’uso perverso dell’IA ampiamente utilizzata nelle guerre in corso, è quanto ha sperimentato in prima persona Massimo Camplone:«Sono 315 chilometri percorsi a piedi, in bici, in auto, con un GPS in tasca, per tracciare otto frasi sul corpo sparpagliato della città. Il tracciato non è disegnato su una mappa e poi eseguito: è il contrario. Le lettere hanno la forma che hanno perché la città è fatta così, con un centro spezzato in frazioni, rotonde che obbligano a girare, distanze che separano. La geografia di una ricostruzione che non finisce entra dentro la scrittura e la deforma».

Cinema, letteratura e ancora arte, completano le salubri escursioni nel variegatissimo panorama culturale con Nouvelle Vague (2025) di Richard Linklater di Pino Bertelli, il racconto inedito Forse di Marco Palladini ed il saggio Tra critica d’arte e teoria dell’arte oggi di Giuseppe Siano.

La rivisitazione cinematografica del “c’era una volta” è ripercorsa da Pino Bertelli, senza far alcun sconto a questa o quella maniera, conducendoci con un’amicale mano tra le molte suggestioni memoriali ripercorse nel film di Linklater:«Per Nouvelle Vague Linklater utilizza le tecniche di ripresa degli anni ’60… mescola filologia storica e innovazione digitale… camera a mano, carrelli improvvisati, salti dell’intreccio costruttivo… il taglio all’interno dell’inquadratura (quelli che parlano bene lo chiamano Jump Cut), il formato 1.37:1 (che richiama il cinema classico del tempo), la sincronia sonora tra le parole degli attori e i rumori della strada che danno quel senso di “verità sporca” (quasi documentaria) propria ai film girati fuori dagli studi».

L’ironico e autoironico “Forse” di Marco Palladini, non coincide minimamente con l’amletico dubbio esistenziale shakespeariano, bensì con grottesche situazioni in cui sotto sotto c’è una feroce critica alla società contemporanea con un basico linguaggio arricchito con spruzzi di neologismi su  neologismi:«Forse ci trovammo a calafatare la nave degli incubi o il battello dei sobri… il nostromo intanto sbraitava: chi manutiene qui il manutengolo? … e il capitano, conciato come un Achab dei poveri, ringhiava col mozzo: si tratterebbe di capire se sei tu e altri tre miliardi di fessi che siete approdati su Fessbook o se è Fessbook che ti ha partorito assieme ad altri tre miliardi di fessi… il giovanotto mostrando un certo carattere gli replicò: si potrebbe pure giungere all’abiura dei social, ma non perché si ha paura di essi, come lei… ogni mutamento è un toro che va preso per le corna…».

Giuseppe Siano, nel suo denso saggio, riflette e ci fa riflettere sui diversi ruoli rivestiti, in ambito estetico, tra la “teoria dell’arte” e  la “critica d’arte” con una serie di esempi paradigmatici chiarenti il ruolo e la specificità delle due discipline: «Si potrebbe continuare ad esaminare con i duplici modelli delle indagini del pensiero attraverso la teoria dell’arte e la critica d’arte estendendo il discorso alle concezioni di Marshall McLuhan, di Guy Debord e Albert Einstein per continuare il nostro excursus tra il sentire della critica con le passate e recenti teorie dell’arte. Per ora fermiamoci qui, perché dovremmo poi introdurre l’arte come un sistema d’informazione binario e che questo andrebbe analizzato attraverso la concettualità di messaggi tecnologico-luminosi delle macchine, e non più attraverso un linguaggio cognitivo biologico degli umani».

 

 

Indice

 

Fotografia

Pino Bertelli  Nouvelle Vague (2025) di Richard Linklater

Letteratura

Marco Palladini   Forse (Racconto inedito)

Arte

Tommaso Evangelista  Atlante del presente per un’archeologia delle immagini della catastrofe

 Giuseppe Siano   Tra critica d’arte e teoria dell’arte oggi

Francesco Correggia  La comunicazione e la memoria

Antonio Gasbarrini L’Apocalypsis cum figuris (1498) di Albrecht Dürer :il primo “Libro d’artista”

Vito Bucciarelli  La Terra ci educa

Massimo Camplone  Distruggere o storicizzare