Il sogno intanto comincia a sfumare nella nebbia che sale dal lago, mentre Lui pensa che non sognerà mai più e si sente morire perché non muore. E si sente morire un po’ di più perché non vive più in sé 

di Luigi Fabio Mastropietro

 

Avvinghiandosi al cuore, il desiderio d’amore
mi versò una fitta oscurità sugli occhi
e mi strappò dal petto l’anima indifesa.
(Archiloco, Tetrametro 191)

Questa mattina il cielo è in fiamme e l’aria ha l’odore del carbone.

Respirare fa male come ingoiare sabbia, ma Lui alle otto in punto entra nel solito bar affollato di impiegati e socchiude gli occhi per respingere l’assalto dei volti sudati e delle bocche raglianti.

Se potesse, sigillerebbe occhi e orecchie, i suoi e quelli di tutti gli altri, pur di non vedere e udire quello starnazzare osceno. Ma che cosa hanno di tanto impellente da  urlarsi in faccia ogni mattina all’alba?

Lui dovrebbe rimanere chiuso in ufficio, magari con una brioche in tasca e un caffè al distributore automatico, ma non può perché deve vederla. Vedere Lei e tutto il suo armamentario voluttuario che ogni volta, mozzandogli il respiro, lo scolla dalla terra e lo proietta al di là della barriera encefalica, dentro una bolla di ossitocina che gli dilata le pupille e lo affonda con l’intero creato nel liquor cerebrospinale. Lui deve vederla, almeno fino a quando durerà l’inverno del suo scontento reso oggi inglorioso da questo sole feroce.

Meglio la pioggia battente di certe gloriose mattine senza sole, quando Lui, come sempre d’inverno, può ordinare un latte caldo all’uomo grifagno che sguscia da una parte all’altra del banco, tra i vapori della macchina del caffè e i fuochi fatui delle chiacchiere da bar.

Lei è sempre lì, nel segreto sgranarsi rituale di quel melodramma subatomico. Acciambellata sulla cassa, lo sguardo fisso davanti a sé, con gli occhi da gatta che riflettono il vetro.

Ma quella mattina, dopo secoli di neutrale contemplazione, gli scocca un sorriso fulmineo, appena il lampo di uno sparo nel buio.

Lui aspetta quel sorriso da sempre. Lo ha vagheggiato a lungo e lo ha sfiorato appena con le dita, come si fa con un piccolo animale ritroso, stringendo le labbra per assaporare la sublime angoscia dell’inganno d’amore.

Dopo due anni di sterile attesa, matta e disperatissima, oggi è successo. Proprio in questa mattina velata di lacrime, Lui non può credere ai suoi occhi, dopo tanto di quel tempo buono per morire sprecato a elemosinare il pane quotidiano.

Ormai il mondo è quasi svanito nel fondo di quella vertigine del desiderio che è la sola padrona del mondo ma che lui non ha mai sentito veramente, mai prima di questa mattina.

Lei gli sorride solo per un momento e in quello stesso momento si apre nell’attesa sovrana una crepa sottile, quasi impercettibile, e che pure inonda di luce la coscienza.

Lui non è in sé, sta già cogliendo gli ultimi petali del sentimento vitale, ma la sua percezione del momento è perfetta, lucida e affilata come la punta di un diamante. E la paura gli infiamma le viscere perché sa che perderà quel momento per sempre. Perderà Lei per sempre e con lei tutta l’aria che gli rimane. Lui lo sa, come sa che un giorno morirà e che ha paura di morire.

Portfolio (Nicola Macolino)

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dal primo momento che è entrato in quel bar, dalla prima volta che l’ha vista, Lei ha cominciato a guardarlo regolarmente e senza posa. Indifferente e lontana, ha preso a fissarlo con lo sguardo distratto del vizio solitario che lo consuma senza vederlo.

Sulle prime Lui ha evitato quegli occhi colore del vespro. Strani occhi vetrosi che riverberano il nulla e lo studiano come un animale. Poi si è lasciato catturare dalla loro carezza magnetica e non ha più potuto farne a meno.

Quello sguardo elettrico gli inietta nelle vene la sua dose quotidiana di epinefrina e affamandolo, gli spaccia la sua ragione di vita.

I giorni corrono in discesa su ruote deformate, certe sere all’imbrunire Lui può quasi udirne il cigolio, e le cose mutano pelle così velocemente da confondere anche il ricordo del fatto più elementare.

Ai suoi occhi comincia ad apparire sensata solo l’immutabile malia nutrice degli occhi di Lei, l’àncora di salvezza per non annegare nella liquidità dell’essere. E allora maledice le notti che lo separano dalla radiosa verità del mattino, quando le cose prendono vita sotto il sole dello sguardo di Lei.

A casa dopo il lavoro, Lui cerca disperatamente di occupare la mente invasata con la manovra diversiva di una buona cena, un libro, un film. Qualsiasi cosa che possa deframmentare il tempo, saturando un cluster dopo l’altro, e condurlo, indenne e sano di mente, fino al risveglio del mattino successivo, pronto per uscire già poco dopo l’alba. Insonne come un vecchio barbone e sbarbato di fresco come un collegiale.

Ha anche provato a fare qualche passeggiata nei dintorni per svagarsi ma alla fine si è accorto che i piedi lo portano sempre nelle strade vicine al bar che di sera è quasi sempre vuoto e senza di Lei sempre desolato.

Una notte che il cielo è tirato a piombo dalla lama di un vento teso e rabbioso che sembra voler sradicare le finestre, dopo lungo penare sul divano, è crollato bocconi dentro un sonno freddo e melmoso, i tappi nelle orecchie e le mani due pietre perdute nel fondo del sogno.

Davanti a Lui un lago sconfinato e nero, ai margini di una foresta di conifere. Alberi torreggianti come montagne si perdono in alto, oscurando il cielo, mentre la superficie del lago è increspata da folgori silenziose che si accendono anche sulla sua pelle nuda, scuotendogli il corpo in un brivido freddo che lo fa tremare dalla testa ai piedi.

Lui deve attraversare il lago per sfuggire all’orrore senza nome che si nasconde tra gli alberi ma non riesce a muoversi, paralizzato dal terrore.

Poi un rumore di rami spezzati alle sue spalle lo spinge in avanti e sente i suoi piedi affondare nella rena dentro l’acqua scura.

La carezza del lago di montagna, tenace e vellutata, lo sorprende e il suo corpo smette di tremare ma nella testa risuona ora più forte la voce del vento elettrico che spira dal lago.

Mentre avanza a passi incerti dentro l’acqua, può vedere e toccare il miracolo di quel vento ultraterreno che sta soffiando migliaia di piccole creature diafane, ondeggianti a sciami sinuosi sulla pelle del lago.

L’orizzonte intorno a Lui sprigiona a pelo d’acqua una cascata prodigiosa di farfalle di luce bianca che si incendiano e bruciano in un fremito dell’aria. Infinite alurie galvaniche si consumano in un sussurro incessante di vita, morendo e rinascendo per sempre dalle profondità del respiro perenne che aggronda il lago senza confini della coscienza.

Le sue dita attraversano vibrando appena le ostie trasparenti di acqua e sale e i suoi occhi si chiudono finalmente placati, mentre ogni cellula del corpo è spalancata ad assorbire fino all’ultima goccia del sangue albino che scaturisce dalle vene dell’ultimo sogno.

Lui ora può vedere lontano, oltre il lago, al di là della foresta, e impregnarsi della luce siderale che dà vita alla sua matrice che è la madre del cielo e della terra, galleggiando per sempre nel perfetto bilico dell’esistenza, senza peso per morire senza rumore.

Il sogno intanto comincia a sfumare nella nebbia che sale dal lago, mentre Lui pensa che non sognerà mai più e si sente morire perché non muore. E si sente morire un po’ di più perché non vive più in sé.

Fuori il sole è già alto e resuscita ancora una volta l’antica pena ecumenica che aleggia malcerta e opaca fino a sera, guastando il cuore dei sommersi e dei salvati che a milioni affollano le strade.

Ma Lei è lì ad aspettarlo anche questa mattina, ancora una volta antidoto dolcissimo e velenifero, inesorabile avvento come il sangue che stilla dalla ferita.

Tutti i santi giorni benedetti dal risveglio, rifulgendo tra le facce tarlate dalla caligine delle nubi o incendiate dal sole basso sui vetri, senza mai accennare a un qualsiasi gesto non convenzionale, ma sempre incollandolo a sé con gli occhi, Lei seguita a servirgli bevande fumanti, con la grazia impenetrabile dell’automa.

Sterile come un’infermiera nel suo camice bianco, alta e indolente, l’aura mai troppo audace di un incarnato ferace, una saetta corvina la testa e i piedi superbi infilati negli zoccoli da lavoro, quel corpo ingombrante lo mette a disagio a prima vista. La sua magnifica presenza gli si insinua sottopelle, morbido languore linfatico che scorre all’infinito senza speranza.

Mentre Lui si scotta la lingua con il latte bollente, Lei fa scorrere torpidamente le lunghe mani dalle unghie laccate di sangue sui tasti della cassa o sulle leve della macchina del caffè, senza mai smettere di esaminarlo, a corredo ieratico del suo lavoro quotidiano, attraverso l’invisibile barriera di confine che nell’amplesso inconcepito separa un corpo dall’altro, proteggendo entrambi dalla minaccia fisiologica dell’unità.

Alla fine, Lui si è rassegnato ma non abituato all’impeccabile aggressione di quello sguardo, troppo uguale e puntuale per non essere la prova dell’esistenza di un dio, fosse anche il dio delle perdute genti di Babilonia o di tutte le macchine della terra pronte alla rivolta, e allora non può più farne a meno.

E con il tempo, prende a germogliare dentro di Lui una malsana aspettativa. Una rêverie, quasi mistica, che lo muta in un bambino fidente, il relitto speranzoso di una vita mai vissuta, una sorta di Lazzaro felice con gli occhi grandi  e lo sguardo ubriaco che ciondola in giro per la città, nell’attesa che si compiano le sue magnifiche sorti e progressive.

Un gesto di Lei, una sua parola, presto lo desteranno dall’abituale torpore dei sensi che lo lega sotto il tiro di quegli occhi assonnati e distanti. Un suo cenno gli aprirà infine le palpebre del cielo. Questo è il suo destino perché è scritto nel patrimonio genetico del desiderio che lo tiene in vita.

Eppure il desiderio di Lui non è sacra immagine. Non è un inginocchiatoio vuoto. Ha un corpo ed è per questo corpo santo di ineffabili umori e impenetrabile mistero che Lui continua a vivere. Se affondare sempre più nel latte della contemplazione si può chiamare vivere.

Il desiderio di Lui ha una voce imperiosa che lo chiama a sé giorno e notte, con un timbro più vibrante della voce di Lei. Quella voce bassa e roca che ogni mattina Lui beve di nascosto, in sorsi arsi e lesti, come un ladro dietro la porta.

E il desiderio di Lui ha un nome mai nominato, un nome che è una cattedrale dalle mille navate, un nome che a nominarlo scompare dietro di sé, lasciando solo l’ombra immacolata di un animale innocente che nell’oscurità canta l’eco illesa del suo mondo.

Lui ripensa tutte le notti a quello sguardo ostinato, bello e tragico come la sua attesa puntualmente tradita e una di queste notti, quando il salmodiare delle sue orecchie offese da un vecchio tinnito si è fatto profondo e cupo, si pone in ascolto del canto alieno che gli risuona in testa e si sforza di coglierne la fonte, scendendo in basso dentro di sé e sempre più in fondo, seguendo le volute metalliche del suono, fino a toccare il cuore rosso e dolente e accoglierlo ancora vivo e palpitante tra le mani amorevoli e accorgersi di quella strana fenditura che si apre miracolosamente a rivelare una rosa piena di spine che cresce nel cuore spalancato.

Ma non fa in tempo a pensare al miraggio degli occhi riversi perché in quello stesso momento lo assale il ricordo feroce dei capelli di lei,  lunghi e neri, abbandonati in ciocche distratte sulle spalle e gli sembra di sentirne fisicamente l’odore.

Un afrore tiepido, stantio gli comprime lo stomaco fino alla nausea e con questa una eccitazione urticante gli stringe le radici dei testicoli e acuisce l’acufene fino a fargli vorticare tutto intorno, costringendolo a lungo in ginocchio ai piedi del letto, con gli occhi serrati e il cuore ancora spalancato per combattere la vertigine.

La sera seguente, dopo un giorno che non ricorda già più, sdraiato sul letto disfatto, invocando un sonno prematuro, improvvisamente la intravede in fondo alla camera, seduta sulla poltroncina di raso dorato. Per la prima volta senza camice bianco, con una gonna al ginocchio e una maglia scura, le gambe accavallate e la testa adagiata indietro nell’ombra.

Che cosa c’è in me che non va?, pensa mentre un brivido freddo gli fa rizzare i capelli sulla nuca. Con un gesto quasi rassegnato, si percuote un paio di volte la guancia con la mano sinistra. Il dolore è immediato ma la visione non svanisce. Lei è ancora lì, seduta a pochi metri da lui, presenza silenziosa ma decisamente più carnale delle ombre dipinte dalla sera.

            Perché è qui?, si chiede ora mentre il letto che lo sostiene si fa di pietra.

Poi Lei si alza in piedi con un movimento felpato e si avvicina lentamente, sollevando la testa come a guardarsi intorno incerta. Un bagliore, appena più argenteo del velo che separa il sonno dalla veglia, rivela la presenza degli occhi, piccoli fuochi freddi accesi dall’ombra.

Ora è a un passo da Lui ma la sua immagine fluttuante sembra soffrire di una perdita di segnale, si scompone e si ricompone in frazioni di colore sempre più instabili. Lui strizza gli occhi ancora una volta, mentre la sirena eidetica che lo domina brucia debolmente sopra di Lui e il suo sangue rompe gli argini e rifluisce nel corpo di Lei, ormai sbranato dall’ombra, troppo tardi per restituirla alla vita, e la sua mente costernata finalmente collassa nel drop out della notte che ingoia l’ultimo barbaglio della visione.

Quando Lui riapre gli occhi, per un momento pensa di essere diventato cieco, tanto il buio è assoluto, e dal giro dentato dell’ippocampo riaffiora un ricordo sfocato.

Una mano leggera gli sfiora la nuca, accarezzando la doppia vela del nervo vago dietro le orecchie e risvegliando l’eco di una detonazione costante e remota, forse il rumore bianco di un sogno non consumato, che sfuma presto nel ronzio appannato dell’acufene, figlio accanito della canicola che lo consuma.