Un’immagine, che rappresenta la scoperta di una realtà, l’affermazione di noi stessi o degli altri attorno a noi, diventa un’opera d’arte quando viene investita di valori e concetti universali

di Roberta Semeraro

Il linguaggio visivo di Costanza Salini si contraddistingue per l’approccio singolare con il soggetto fotografato, che viene attraversato dall’obiettivo senza mai perdere le sue caratterizzanti apparenze.

La ricerca dell’identità degli individui, la porta negli ultimi anni ad elaborare progetti fotografici come Tower of Babel, Pathways to Liberty: A collection of Queer Voices, Racconti del Corpo.

La fotografia analogica che si gioca essenzialmente in pochi scatti, quelli giusti, che sono la prova inconfutabile dell’abilità tecnica del fotografo e della sua capacità di connettersi con il soggetto fotografato, non la smentiscono mai. Tanto che l’Hasselblad è divenuta non solo la perfetta protesi delle sue braccia, ma anche la sua fedele compagna di viaggio. Attenta da sempre alle questioni sociali, si dedica costantemente ad indagini fotografiche che mettono a nudo i complessi meccanismi, che sono alla base della nostra società contemporanea. Nonostante il punto di vista culturalmente impegnato e i problematici campi d’azione, riesce comunque a mantenere alto quel senso dell’umanità che le appartiene naturalmente, e che si riafferma ogni qual volta lascia un’immagine indelebile di semplice ed autentica poesia.

Questa, la mia intervista sulla sua ricerca:

Roberta Semeraro Qual è stato l’impatto della pandemia sui tuoi studi all’Accademia Willem de Kooning di Rotterdam?

Costanza Salini Sicuramente ciò che è cambiato di più, è la frequenza con la quale possiamo lavorare nei laboratori. Penso che questa sia stata ed è ancora, la tangibile mancanza di ogni studente di arte nei tempi della pandemia. Non potendo più adoperare i laboratori, spesso dobbiamo escogitare altre soluzioni creative “home-made”. Ad esempio un mio compagno di corso, si è costruito una sua camera oscura durante il primo lockdown, per sviluppare i rullini analogici in bianco e nero. Ciò nonostante, sono convinta, almeno per quanto mi riguarda, che questa “costrizione” nel distacco dall’apprendimento tecnico abbia portato ad un periodo di introspezione. A mio parere il blocco di ciascuno di noi nella nostre case, ha aiutato molti giovani artisti a focalizzarsi su argomenti contemporanei di grande valore ed importanza morale, tra i quali i diritti delle persone “lgbtqia+”, il “Black Life Matter Movement”, la cura dell’ambiente, la parità di genere, la decolonizzazione delle istituzioni d’arte e la body positivity.

Nella vastità delle problematiche sociali mondiali, mi sono ripetutamente chiesta quale fosse il mio scopo come fotografa, a cosa volessi dedicare la mia professione, quale sarebbe stata la mia mission. Sono convinta che questa pandemia, avendo rimosso tutto ciò che è superficiale dalla routine, mi abbia spinta a concentrarmi più su una direzione concettuale che estetica.

R.S. La fotografia, che può essere un linguaggio introspettivo, ti ha aiutata in questo periodo di distanziamento sociale a conoscere più intimamente le persone?

C.S. Penso che l’arte sia un mezzo più diretto di altri per ampliare le proprie conoscenze e che porti a considerare le molteplici sfaccettature della società e a decentrare l’attenzione da se stessi verso gli altri. Nonostante l’arte sia sicuramente un linguaggio introspettivo, sono convinta che la scelta di cosa esplorare spetti all’artista. Sicuramente il tipo di linguaggio che ho scelto, lo storytelling attraverso i ritratti analogici di medio formato, mi porta ad entrare in intimità con i miei soggetti. Devo ammettere che all’inizio dei miei studi artistici, perseguivo la ricerca di una perfezione tecnica anziché uno scopo morale, infatti ho scelto come mezzo di espressione la fotografia analogica che appartiene al mondo “purista” della fotografia. La ricerca tecnica mi ha portata a scoprire il ritratto, del quale mi sono profondamente innamorata. Questo perché, quando entro in contatto con il mio soggetto, la fotografia diventa nient’altro che un mezzo per conoscere una nuova persona. Penso che sicuramente progetti fotografici come Imperial Courts di Dana Lixemberg o i meravigliosi scatti di Rineke Dijkstra, mi abbiano ispirato a ricercare un’intimità coi soggetti dei miei scatti. Ad ogni sessione di fotografia, scopro la meravigliosa personalità che è davanti a me e mi rendo conto di quanto le persone siano uniche, per quanto erroneamente collocate all’esterno degli standard normativi imposti dalla società.

R.S. Credi che la ricerca artistica possa supportare le persone in questo particolare momento che stiamo vivendo? Se sì, in che modo?

C.S. Sì, ne sono convinta. Penso che l’arte sia un mezzo efficace quando si tratta di esporre problematiche sociali trascurate, o creare un senso di comunità nei momenti di solitudine.

Ciò che per me è più importante però, è non rendere i miei soggetti, delle vittime.

Infatti trovo sia difficile ma molto comune, guardare in modo superficiale le immagini di vittime di violenza. Basta pensare alle miriadi pubblicità, dove vengono ritratti bambini in fin di vita, o alle quotidiane immagini di violenza nei telegiornali, e a quanto quest’ultime siano normalizzate nella nostra quotidianità, quasi fino al punto che non ci commuovono nemmeno.

Nel cercare di supportare le persone testimoniando le loro pene, un fotografo deve tener conto di quanto sia facile per gli spettatori, invece, prendere distanza dal dolore della vittima. Senza dubbio, un’istantanea del singolo momento di sofferenza, non farà mai capire allo spettatore l’atrocità di quello che è accaduto. Anzi, servirà piuttosto da nutrimento per l’attuale flusso di immagini violente, che non fanno altro che evidenziare le crudeltà perpetrate dalla società odierna.

Registrare la violenza per evidenziare e quindi supportare le persone più fragili, che spesso sono quelle che vivono ai margini della società, deve essere un atto di piena partecipazione. Poiché non possiamo rappresentare la violenza degli altri se questa non ci riguarda attivamente. Fotografie, suoni, video, hanno tutti un effetto diverso su come percepiamo l’esperienza violenta o traumatica dell’altro.

Chi documenta le esperienze traumatiche della violenza, deve tener conto della strategia di comunicazione scelta, per dare significati specifici e generare reazioni mirate. Deve essere un atto di responsabilità da parte del fotografo, per salvaguardare la vulnerabilità dei propri soggetti. Ecco perché accosto sempre alla fotografia le voci dei miei soggetti, sotto forma di arte multimediale o come interviste. Così facendo le vittime di queste violenze, diventano piuttosto degli attivisti, testimoni delle loro storie, non solo per informare gli altri riguardo a realtà spesso non considerate, ma anche per creare empatia con chi vive situazioni simili affinché non si senta solo.

Dedicare uno spazio a queste persone, affinché condividano le loro esperienze, senza paura di giudizi, in momenti di grande solitudine come quello che viviamo oggi, aiuta sicuramente a non farle sentire abbandonate o vittime di una società che non le vede e non le comprende.

R.S. La fotografia nella nostra epoca tecnologica, sembrerebbe, secondo un approccio superficiale, alla portata di tutti. Puoi spiegare brevemente qual è la complessità invece di un progetto fotografico e come le immagini possano divenire opere d’arte?

C.S. Un progetto fotografico prende una sua particolare forma, quando persegue una ricerca concettuale. La fotografia artistica non è soltanto comunicazione, ma ricerca della forma più adeguata per comunicare. Poiché senza un messaggio da tramandare, un’immagine non è nient’altro che una testimonianza della nostra presenza nel  mondo, e non ci porta a riflettere o a mettere in discussione questa nostra esistenza, e i criteri secondo i quali viviamo. Sicuramente portare avanti un progetto fotografico a lungo termine, richiede una profonda conoscenza del tema trattato, poiché altrimenti si rischia di appropriarsi di tematiche che non si conoscono. Qui, a mio parere, avviene la netta distinzione tra l’immagine amatoriale e il progetto fotografico, quando si  passa così da una semplice descrizione superficiale ad un’ispezione ed analisi profonda del contesto e del messaggio che si vuole trasmettere.

Portfolio (Costanza Salini)

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Un’immagine, che rappresenta la scoperta di una realtà, l’affermazione di noi stessi o degli altri attorno a noi, diventa un’opera d’arte quando viene investita di valori e concetti universali.

R.S. Nei “Racconti del Corpo” gli interni senza presenze umane, tradiscono silenziosamente l’identità dei protagonisti del tuo progetto. Con le piattaforme virtuali, che sono divenute ultimamente gli unici spazi possibili di lavoro e di incontro, ci siamo oramai abituati “ad entrare” con le telecamere nelle case dei nostri interlocutori indovinandone le loro abitudini. In quale rapporto sono nel tuo progetto, le fotografie degli interni delle case con i ritratti dei loro abitanti?

C.S. Il mio progetto “Racconti del Corpo” vuole da una parte esporre problematiche legate alle aspettative della società, secondo le norme di bellezza imposte da quest’ultima, dall’altra parte vuole mostrare, che una persona nella sua complessità, non è certamente descrivibile mostrandone esclusivamente l’aspetto esteriore. Ogni personalità è il risultato di determinate esperienze e di determinati fattori che hanno influito sulla sua vita, e spesso ne cogliamo le tracce in piccoli oggetti all’interno delle nostre case. Oggetti che per il mondo esterno possono non voler significare molto, ma che invece descrivono una personalità meglio di quanto un’immagine di questa persona possa fare.

Inoltre la scelta di includere immagini degli spazi interni, non solo aggiunge un livello di intimità al progetto, rendendo lo spettatore parte della quotidianità della persona, come avviene attraverso Stories di Instagram, ma mi aiuta ad approcciare il ricordo traumatico in maniera meno diretta e descrittiva, mettendo il mio soggetto nella condizione di non doversi esporre in modo totale parlando davanti ad una videocamera.

R.S.  I tuoi progetti fotografici hanno uno scopo sociale? Se sì, quale?

C.S. Sì, posso dire di avere uno scopo sociale. Ho sempre avuto la spocchiosa ambizione, che un giorno attraverso le mie fotografie avrei potuto educare un gran numero di persone, facendo trasparire aspetti della realtà che sono ai margini delle “nostre” attenzioni. Adesso ho uno scopo più razionale, che è quello di continuare a sostenere queste cause, cercando di coinvolgere e sensibilizzare più persone possibili, aprire dialoghi e spazi dove la vulnerabilità non è un rischio.

La mia fotografia è dedicata ai ritratti intimi, alle storie delle persone, ad affermare la diversità. Non come elemento di separazione, ma come elemento di condivisione. Nei miei progetti ho affrontato temi come la disabilità, la rappresentazione del corpo e la libera espressione di genere, temi a me molto cari, poiché questi argomenti necessitano ancora di essere ampiamente discussi, per promuovere l’accettazione e la normalizzazione.

R.S. Le tue fotografie così poeticamente crude e immediate, mi ricordano la straight photography. Quando il distanziamento fisico che ci è stato imposto, sembra portarci quasi all’abnegazione del nostro corpo, diventa fondamentale sperimentare percorsi di conoscenza alternativi. Quanto il linguaggio visivo può facilitare questi percorsi abbattendo le barriere dei modelli culturali preimposti?

C.S. I linguaggi visivi possono certamente dare una dimensione diversa, inquadrare le cose in modo particolare e cambiare le prospettive.

La fotografia è uno dei linguaggi più contemporanei, un’immagine si può imporre abbattendo qualsiasi barriera preconcettuale, diventando un archetipo, poiché si avvale di suggestione ed empatia e va oltre l’istante in cui è stata colta.

In uno dei miei primi progetti fotografici Puzzle of Me scattato in collaborazione con Maximiliano Ulivieri, ideatore e responsabile del comitato LoveGiver per la realizzazione in Italia della figura dell’assistente sessuale per le persone disabili, mi interessava ripristinare, attraverso la scomposizione del nudo di Ulivieri, l’unicità del suo corpo di disabile.

Le forme candide in cui viene accolto il corpo che sembra sospeso nel vuoto, frammentato attraverso l’uso della fotografia polaroid in bianco e nero, possono essere liberamente riscoperte nell’immaginario dell’osservatore.

Invito così il pubblico ad entrare in una nuova dimensione estetica ed emotiva, e a mettere in discussione i canoni estetici accettati.