Le immagini associate al fondo di radiazione le ho impiegate come “tele”, piani sezione, sulle quali rappresentare frammenti di forme che fossero tracce del passato, codici di alfabeti immaginari, simboli di un mondo futuro

di Luciano Romoli

La Scienza, come ogni altra
attività umana, ha l’obiettivo
di costruire e non di trovare mondi.

L.R.

Le teorie scientifiche della seconda metà del novecento rappresentavano la trama dell’universo, prevalentemente costituita da spazi vuoti, come uno stato di energia fluttuante, pronto a generare luce e materia in modo casuale secondo le leggi della meccanica quantistica.

L’immagine del mondo, a seconda della scala di osservazione, diveniva sempre più bizzarra, lontana dalle dimensioni antropomorfe.

Fino alla nascita della teoria della relatività di Einstein, il tempo era considerato come assoluto e indipendente dall’osservatore, un fiume che fluiva dal passato al futuro, indifferente agli accadimenti della realtà fisica misurata secondo le tre dimensioni euclidee – larghezza, lunghezza e altezza.

Lo sconvolgimento sulla natura dell’universo prodotto dallo scienziato di Ulm ha proiettato, di fatto, il pensiero umano in una nuova dimensione, dove i concetti di sincronia e di misura perdono il loro naturale significato e ne acquistano uno completamente nuovo, tanto innaturale per la nostra percezione quanto corroborato dalle misure sperimentali via via effettuate.

Il concetto di cronòtopo, lo spaziotempo a quattro dimensioni introdotto da Minkowski nel 1908, ci consente di immaginare l’universo, ponendoci al di fuori di esso, come un oggetto a tre dimensioni spaziali che evolve e si modifica mentre si sposta lungo la dimensione temporale, che non ha più un verso predefinito, ma può essere percorsa in avanti e indietro nello stesso modo in cui si può ripercorrere a ritroso un sentiero ritrovando luoghi noti lungo il cammino precedentemente effettuato nell’altra direzione.

La freccia del tempo, quindi, non vola più, scoccata da un arciere sconosciuto in un remoto passato, ma la si può intendere, come nel paradosso di Zenone, come una serie senza fine di attimi statici congelati, come una serie di fotogrammi di una pellicola cinematografica infinita.

L’evoluzione del nostro universo, a partire dal big bang, è in qualche modo descritta dal modificarsi dei residui di quella primordiale esplosione, la cosiddetta radiazione cosmica di fondo; l’energia dell’esplosione primeva che si disperde nel cronòtopo, riduce la sua energia specifica e si raffredda allontanandosi nello spazio e nel tempo dall’evento iniziale, mentre si avvicina a noi, al nostro “qui ed ora”, segnando i fotogrammi di realtà di colori sempre diversi, dai più caldi e densi nei pressi dell’inizio a quelli via via meno energetici e più freddi e rarefatti, attuali.

Ed è proprio su questi fotogrammi che possiamo pensare proiettati i frammenti estetici, quasi come graffiti sulla superficie di un tempo cristallizzato e riscaldato in modo diverso in relazione alla posizione dello specifico fotogramma considerato.

Nella mia costante ricerca di forme che potessero essere viste come metafore rappresentative di principi scientifici, ho esplorato con l’immaginazione trame di universo, riconducibili al tessuto della radiazione cosmica di fondo che permea l’intero spazio, in modo da ricostruire la suggestione del continuum che dal momento iniziale del big bang costituisce il contenitore del mondo.

Portfolio (Luciano Romoli)

Questo slideshow richiede JavaScript.

Le immagini associate al fondo di radiazione le ho impiegate come “tele”, piani sezione, sulle quali rappresentare frammenti di forme che fossero tracce del passato, codici di alfabeti immaginari, simboli di un mondo futuro. Ogni tela può essere pensata come una sezione di una parte di universo effettuata in un istante arbitrario, che riporta la trama di fondo sopra la quale viene impressa una ulteriore immagine evocativa di un evento.

Gli strumenti impiegati per dare corpo alla mia esplorazione sono stati quelli della simulazione digitale, che mi hanno permesso di poter usare, in modo “eretico”, le tecniche del computer aided design per immaginare forme evocative di spazi, campi energetici, simboli dell’uomo e della sua storia, evoluzioni temporali delle forme visive, di scattare cioè istantanee per congelare l’attimo in cui la forma assumeva la consistenza estetica “elegante” in senso conoscitivo. Le immagini, di natura virtuale, potevano essere trasferite su supporti materiali di vario tipo o costituire i moduli su cui costruire percorsi di rappresentazione filmica, in modo da realizzare processi di visualizzazione dinamica.

La suggestione, derivata dallo spazio cosmico e dalle leggi che la scienza immagina possano regolare la natura nel suo complesso universale, ha stimolato la mia ricerca verso possibili rappresentazioni della radiazione cosmica di fondo.

La sperimentazione di “algoritmi compositivi”, che ho chiamato eidoalgoritmi, sulla tavolozza virtuale di un sistema computerizzato, mi ha consentito di realizzare immagini, con un processo dinamico convergente in una sintesi grafica che di volta in volta “congela” le istantanee alla stregua di fotografie dell’idea suggerita dalla scienza, componendo gli elementi estetici che maggiormente hanno risuonato in me con la suggestione artistica.

I tratti filiformi del segno grafico possono essere suggeriti dalle linee di campo energetiche, che la teoria prevede permeare le singole regioni dello spazio cosmico, con le fluttuazioni che nascono dalle interferenze fra energia e materia e che, in qualche modo, “sgranano” l’uniformità della campitura cromatica. Come pure il colore del tratto è guidato da un immaginario viaggio nel tempo che, allontanandosi sempre più dall’istante originario iniziale del big bang, vira verso tonalità più fredde.  L’algoritmo grafico diventa a questo punto il traduttore di una conoscenza, i cui codici scientifici sono interpretati con forme visive che compongono campiture immaginarie, per certi aspetti analoghe alle immagini mentali che animano il processo della intuizione scientifica.

Ho pertanto utilizzato le possibilità pressoché infinite di elaborare immagini grafiche, offerte dal computer, per strutturare la mia ricerca sulle dinamiche costruttive delle opere di Paolo Uccello, note come Battaglie di San Romano; il cerchio, l’ellisse, i piani prospettici, le rotazioni e le riflessioni, le deformazioni proprie delle rappresentazioni prospettiche divengono gli elementi su cui giocare per una reinterpretazione composita, nella quale alcuni elementi – particolari delle opere originali ben evidenziati, una lancia, la zampa di un cavallo, la testa di un cavaliere – si inseguono, si confrontano, tornano ad incontrarsi in modi e forme sempre nuove, sempre diverse e tuttavia – o proprio per questo – sempre uguali e riconoscibili, come una serie di istantanee di una battaglia eterna, sempre in corso, cristallizzata negli infiniti momenti del cronòtopo; Bernardino della Ciarda, il cavaliere simbolo del nemico travolto e sconfitto, continua ancora a cadere dal suo cavallo, in una successione senza fine di fotogrammi e di punti di vista, così come nella costruzione di Paolo egli aveva utilizzato contemporaneamente punti di fuga diversi per determinare quella complessità spaziale che ci impedisce di cogliere l’intera immagine come un tutt’uno, ma ci obbliga invece a fissare – in queste come in quelle immagini – di volta in volta particolari diversi, pur ricevendo dall’opera complessiva un potente impatto emotivo.

Fra le teorie che cercano di ipotizzare come l’universo sia nato, si sia generato ed evolva, e perché sia fatto in questo modo piuttosto che in un altro, una colpisce in modo particolare la fantasia e permette di esplorare con la mente una diversa ”realtà”.

Secondo questa teoria, formulata da un gruppo di fisici guidato da Neil Turok, sarebbero nati insieme l’universo e un antiuniverso, formato di antimateria, in cui tutte le onde/particelle presentano caratteristiche speculari rispetto a quelle a noi più familiari.

Un antiuniverso in cui, al posto degli elettroni troviamo quindi i positroni, con la stessa massa ma carica elettrica speculare, che ruotano intorno a nuclei atomici negativi.

Un antiuniverso in cui, e questa ne è la caratteristica più singolare, al posto dei fotoni, come costituenti della radiazione elettromagnetica, ci sono i tachioni, particelle che a riposo si muovono alla velocità della luce, e che rallentano via via che forniamo loro energia.

Un antiuniverso in cui il tempo, ovviamente, scorre al contrario.

Ecco, proprio dall’ipotizzata esistenza dei tachioni in un luogo “altro”, la fantasia può prendere spunto per estrarli dalla loro esistenza, trasportarli nel nostro familiare “qui ed ora” e, per mezzo di essi, ripercorrere in senso contrario il tempo del “nostro” universo, andando a ricercare piani di realtà trascorsa, su cui immaginare impresse le tracce fossili del nostro passato.

Nascono così una serie di raffigurazioni, immagini congelate, graffiate su una parete di tempo trascorso, tanto più rarefatta e luminosa quanto più lontana, segno di quella radiazione cosmica di fondo che permea da sempre il nostro procedere a tentoni nello spazio e nel tempo.