Il profumo della brillantina Linetti vagava inebriante tra le stanze di casa, fino alla rimessa trattori e nella stalla. Lui era in piedi, davanti allo specchio, con il ciuffo lucido alla Elvis, mentre sistemava gli ultimi bottoni della camicia bianca

di Dino Viani

A Rocco e…

Quando un uomo con un Fiat 505C, incontra uno con il Landini. Quello con il Landini, abbassa la testa e se ne va.
Perché il Fiat505C, è quel trattore che a 2000 giri, se magne la terre, lu Landini, che pe fa lu stesse a da jì a 3000 gire e sembra ca si sta suffucà.
Si magne la terre, ne scherze lu Fiat505C.


Rocco, mio padre, lo aveva comprato nel maggio del 1980, dopo aver avuto per 25 anni un Fiat355C.
Quelle ma scite de ferre, ma quesse n’de paure de nijende, quesse vusse gnè nu tore.
Rocco e il suo 505C, erano la stessa cosa, sembravano un corpo unico, un blocco di 30 q.li di ferro che in mano a lui diventava leggero come una farfalla. In campagna con la fresa dietro sembrava che danzasse, mai un fuori giro del motore, mai una frizione che slittava, mai una marcia grattata. Lu motore sa sendì lu rimore, lu motore mai sotto sforze, s’arruvine. Lu motore ni jè accilire e camine, ni jè cusci, ce vo le recchie e ucchjie a n’inze e rete!
Il sedile ha la forma del culo di Rocco, e le leve hanno quelle delle sue mani che per quarant’anni l’hanno manovrate. La sera, a fine lavoro, mi chiamava per fare la manutenzione, prima la nafta, poi il grasso: giunto della fresa, frizione e leve, freni, rulli reggi cingolo. Ogni volta come un rituale sacro.
Oggi, il Fiat505C, è nelle mie mani, e mentre lavoro ho in mente sempre le parole di mio padre: mai sotto 2000 giri con la fresa, il motore va sotto sforzo, mai girare di colpo, ma con delicatezza, i giunti non si rovinano, mai essere sfuriati con l’acceleratore, ma con attenzione. Mai cambiare marcia con acceleratore alzato, gratta. Stai attento in discesa, fresa per terra, marcia ingranata e freno a mano.
Oggi Rocco, con i suoi 88 anni, passa il tempo in giardino ad ammazzare tutte le mosche e zanzare che gli passano a tiro con una paletta di plastica.
Si finite? Mi ha detto stasera appena mi ha visto rientrare tutto impolverato. Sci so finite a Pa. Coma jite lu motore? Bone a Pa. A jite sotto sforze, no a Pa. Li si n’grassate? Scine a Pa, ce sta la nafte, scine a Pa. Li si rimesse dendre? Scine a Pa.
Così me ne sono andato a casa, mentre dietro di me l’ennesima zanzara aveva finito il suo tempo.

***

Da quasi un mese è come se l’orologio appeso al muro avesse perso la lancetta delle ore e quello dei minuti girasse a vuoto senza sapere dove andare e che fare.

Mio Padre era quello delle ore, mia madre quella dei minuti, ognuno ha seguito l’altro condividendo tutto, stare insieme è anche questo, un modo reale per segnare il tempo.

La vita, come un film, fatta di tante sequenze, primi piani, tenuti insieme per creare una traccia narrativa, una storia.

I pomeriggi infiniti invernali servivano a riavvolgere la pellicola dei ricordi e l’uno raccontava all’altro il film che avevano girato da due inquadrature diverse che s’incrociavano come in un montaggio armonico.

“Ta recurde che la matine preste quande a lu scure n’aveme arcunusciute quille ch’aveme ngruciate nghe lu motore?”

( Ti ricordi quella mattina presto quando al buio non abbiamo riconosciuto quelli che abbiamo incrociato con il trattore?)

Portfolio (di Dino Viani)

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Giornate intere passate a raccontarsi la storia della loro vita dai primi ricordi fino agli ultimi, più di ventimila giorni senza aver dimenticato un solo istante.

Ognuno unico spettatore dell’altro.

Ad un certo punto mio padre esclamava: “ ma massere n’ze magne? E chi ja coce, ripondeva mia madre, n’ge sta nijende?” (ma stasera non si mangia, e cosa devo cuocere, non c’è niente?)

Lei andava in cantina e prendeva le patate che poi sbucciava insieme a lui.

Subito dopo puliva il camino dalla brace e le poggiava sui mattoni ardenti, copriva tutto col il coppo di ferro e sopra rimetteva i carboni.

Venivano condite con olio a crudo, prezzemolo, bastardoni fritti e aglio.

Il vino nuovo faceva il resto.

Tutto aveva il senso della perfezione, nessun fotogramma da tagliare, qualcosa di irripetibile che si rinnovava strada facendo, mentre si viveva.

***

Il profumo della brillantina Linetti vagava inebriante tra le stanze di casa, fino nella rimessa trattori e nella stalla. Lui era in piedi, davanti allo specchio, con il ciuffo lucido alla Elvis, mentre sistemava gli ultimi bottoni della camicia bianca. Si scrutava silenzioso nei minimi particolari, con la lentezza di chi sapeva di andare incontro al sogno di una vita.
Uscì di casa in silenzio senza proferir parola; quello che c’era da fare lo sapevano tutti e tutti aspettavano con ansia che le cose andassero come dovevano.
Sarebbe tornato qualche ora dopo, spuntando all’improvviso dal cancello, alla guida della sua Opel Kadett 1100, di un bel color celestino. Aveva la mano destra sullo sterzo e il gomito sinistro appoggiato al finestrino, ostentando una certa disinvoltura.
Era il 2 agosto 1970, mio Padre aveva poco meno di quarant’anni e quella fu la sua prima macchina, la nostra prima auto. Il cortile si riempì subito di persone del vicinato, mio padre aprì tutte le porte, anche il vano motore e il cofano bagagli. Tutti entrarono dentro, sedendosi a turno. I più virtuosi, gli esperti, accesero il motore dando delle accelerate, come se solo loro potessero confermare che tutto fosse a posto, sotto lo sguardo intimorito e geloso di Rocco. “Quesse je na machene Ro, le machene tedesche, n’ze pazzije, chi sti pazzejà, je gne na chese dendre” (chese: casa, in dialetto arese). Ma il cofano posteriore era la parte della macchina che ebbe più successo per via del suo enorme volume: “A Ro, a jesse dendre ci va na dicine de casce d’uve”. L’utilità non era espressa in confort, ma sulla quantità di roba che ci potevi caricare.
Qualche giorno dopo, mia nonna completò l’opera mettendo sul pianale del lunotto posteriore due cuscini ricamati all’uncinetto con le iniziali di mio padre “R.V”. Per Ferragosto, fu decisa la prima gita a Roccamontepiano per rendere onore al Santo del quale mio padre portava il nome. Per quasi una settimana si discusse a lungo in famiglia sull’opportunità di “affaticare” la macchina nuova in un viaggio così lungo e con quel caldo (Ari – Roccamontepiano sono meno di 30 km); o se fosse stato il caso di farla abituare lentamente alle nostre strade e magari l’anno dopo andare a “Sande Rocche”.
Ma l’occasione improrogabile della benedizione da parte del Santo, ebbe il sopravvento su tutto. Alla vigilia della partenza, mia madre iniziò a preparare come se l’indomani avessimo un matrimonio in casa. La mattina dopo si svegliò all’alba per cuocere il pollo e il timballo al forno, insieme ai contorni di melanzane, peperoni arrosto e insalate di pomodori. Rocco, per l’occasione, lavò accuratamente la Opel, anche se era immacolata e aveva ancora quel profumo tipico delle auto nuove. Controllò l’olio, l’acqua e andò a “Ginucce” a fare il pieno, come se dovesse espatriare. Di buon ora, l’equipaggio fu pronto per salpare. Mio padre alla guida, mia nonna al suo fianco; io, mia madre e mia sorella dietro. Il cofano ci confermò subito la sua utilità e comodità accogliendo lo “staro” che conteneva cibo per un esercito intero. Rocco sistemò lo specchietto, assicurò che il cambio fosse in folle, inserì la chiave e il giovane motore Opel Kadett 1100, a mezzo giro, partì. “Jeme nghe lu nome di Dije”, esclamò mia nonna, dopo essersi fatta il segno della croce. Dopo pochi chilometri, alle curve in contrada Schiavoni di Casacanditella, mia sorella vomitò tutto il latte della colazione.
Mia nonna pensò fosse un segno del destino e partì subito con il Rosario. Mio padre, al contrario, se la prese “nghe lu padraterne a la croce”. Mia madre, in silenzio, pulì il vomito di mia sorella che nel frattempo piangeva disperata, mentre io la guardavo con odio feroce perché aveva insudiciato la macchina nuova.
Per evitare altri problemi mia nonna non smise di pregare fino a destinazione raggiunta.
A Roccamontepiano, davanti alla chiesa, c’erano già altre macchine per essere benedette, ma quella di papà era la più elegante, grande e bella, soprattutto per quel colore così diverso dal solito.
Dopo una lunga attesa uscì un prete affaticato dall’enorme pancia, dal caldo e dall’età. Con un atteggiamento un po’ distaccato, senza guardare chi ci c’era e quali fossero le macchine da benedire, afferrò l’aspersorio nella ciotola dell’acqua Santa dalle mani del chierichetto e senza preoccuparsi del destino delle gocce, aggiunse due parole di cui solo lui ne comprese il senso; fece con la mano il segno della croce e si ritirò di gran fretta, lasciando di stucco gli astanti per la brevità del rito. La Opel kadett 1100, fu la più fortunata perché ricevette la maggior parte degli schizzi benedetti; una Fiat 128 e una Simca, che erano più defilate, rimasero a secco sotto lo sguardo stupito e irritato dei proprietari che discussero a lungo dell’accaduto, visti vanificati i chilometri percorsi nel desiderio di far proteggere l’auto nuova dal Santo, di cui erano devoti.
Esaudito il rituale religioso, subito porchetta e staro da aprire in una bettola.
Mentre mangiavamo, la Opel celestino chiaro, a poca distanza da noi, non fu mai persa di vista. Nel frattempo, i primi curiosi cominciarono a farle capannello intorno. Alcuni scrutavano il cruscotto dal finestrino, altri le giravano solo intorno. Poco dopo Rocco andò ad aprire la macchina, il cofano anteriore e posteriore e, con una certa disinvoltura, ne spiegò i dettagli tecnici agli astanti.

Io ero vicino a lui che quel giorno mi sembrava un gigante.

Il profumo della brillantina Linetti vagava inebriante tra le stanze di casa, fino nella rimessa trattori e nella stalla. Lui era in piedi, davanti allo specchio, con il ciuffo lucido alla Elvis, mentre sistemava gli ultimi bottoni della camicia bianca.
Si scrutava silenzioso nei minimi particolari, con la lentezza di chi sapeva di andare incontro al sogno di una vita.

***

Dopo l’ottantesimo compleanno mio padre ha cambiato la definizione degli anni. Non più ottantuno, ma otto uno, otto due, ecc.

L’inizio di quest’anno ha segnato l’avvento di otto otto, così da Gennaio quando uno gli chiedeva degli anni lui impettito rispondeva: otto.

Oggi avrebbe compiuto, finalmente gli otto otto, entrando negli otto nove, non ce l’ ha fatta per poco tempo, poco più di un mese.

***

E’ nelle ricorrenze che si avvertono le assenze.
Oggi ad Ari è la Festa delle feste, “la feste de la Madonne de le razije!”
Non ce n’è per nessuno, chi può torna anche da lontano perché se sei arese ci devi stare, punto!
Questa mattina mio padre avrebbe messo il vestito buono, insieme a mia madre sarebbe andato alla festa, pagato la tassa e atteso che arrivasse il carro dei dolci. Mia madre avrebbe comprato il tarallo in onore del santo. Pranzo. Brodo, Timballo, chitarra, lesso con limone, galantina, agnello al forno, dolce. Poi per attirare gli applausi avrebbe ripetuto la litania che forse era poco e che avrebbe voluto fare di più se solo avesse avuto la forza di un tempo.
Sera, di nuovo alla festa seduti per ascoltare il concerto della Banda che ad Ari, alla festa della Madonna, ha lo stesso valore della Costituzione Italiana. Spari, e poi a casa in macchina.
Nel breve tragitto rimanevo in silenzio ad ascoltare i loro commenti sulla musica, ma soprattutto sullo sparo che da noi assume un significato simbolico, virile.
Ma chi sti pazzijà lu spare de uanne, cose che n’za maje viste!
Oggi cucino io, mia madre è stanca e indifferente al mondo esterno. Farò una pasta semplice al pomodoro e basilico, pollo arrosto, il cui odore non servirà a coprire quello di mio padre, che aleggia ancora in casa come se si ostinasse a tutti i costi a rimanere con noi!

***

Una volta i contadini piantavano le zucche che insieme ad altri ortaggi servivano per sfamare le famiglie. Quelle che rimanevano ingrassavano i maiali.

La zucca, ovvero la chicocce in dialetto, è anche sinonimo di vuoto, di qualcosa di non compiuto, e serve per etichettare i “semplicioni”.

Poi sono arrivati gli americani che ci hanno liberato, si fa per dire, e ci hanno fatto conoscere la modernità. Ci siamo “emancipati” dal “vecchiume”, siamo diventati civili noi che di civiltà ne avevamo da vendere a loro. Halloween, in poco tempo, ha spazzato via millenni di memorie, storie visionarie, oniriche, magiche!

La notte dei morti si stava davanti al focolare, mio nonno era il Deus ex machina e chiamava a sé gli antenati evocandoli per nome, nei gesti e ricordi.

Tornava Sciore Vitale, suo nonno, con il pastrano pieno di neve e il fucile da brigante. Poi arrivava suo padre, il mio bisnonno, sciore Carminuccio, morto alcolizzato. Mammona Bambina, sua madre, vissuta fino a cento anni. E la casa si riempiva di ombre mitiche e sembrava che non ci fosse più spazio.

Prima di andare a dormire il tavolo della cucina veniva imbandito per il pranzo dei morti e la stanza era illuminata da candele e lumini rossi. Io dormivo in camera dei nonni e ogni volta pisciavo al letto perché sentivo le voci dei defunti che erano tornati e non avevo il coraggio di andare al bagno.

L’altra sera a casa mia eravamo soli io e mia madre, il fuoco non scaldava nessuno.

Avrei voluto fare quello che faceva mio nonno ma mi sono accorto che sarei stato poco credibile.

In Televisione davano un quiz che quando sbagli cadi giù dalla botola come i condannati alla forca. Il Tg ha annunciato il bollettino di guerra. Il Milan per fortuna vince ancora.

Sono tornato a casa in macchina, al fosso del vallone ho alzato lo sguardo verso il cimitero, la finestrella della cappella di famiglia era illuminata da una flebile luce!