Bisogna allora accettarla la solitudine, più la si combatte più la si favorisce. Occorre dunque saperla trasformare in energia positiva. Dalla materia oscura a quella dell’universo  visibile

di Francesco Correggia

Quando si sta soli non è proprio la solitudine che affligge o il fatto che essa sia irrisolvibile ma  la consapevolezza che tutte le cose della vita quotidiana  siano come  rallentate. Ogni accadimento sembra un macigno che piomba su di noi, difficile da evitare. Ogni telefonata, notizia, cambiamento di programma diventa un problema, una specie di questione insuperabile.

La solitudine ottenebra le energie,  questo lo si sa. Ciò che non sappiamo e  non riusciamo a comprendere è l’energia oscura che dalla solitudine si sprigiona. Quella che ci riporta indietro e  ci fa essere nel silenzio, nel vuoto. Ogni cosa può sembrare un enigma da risolvere, una nube incerta, un abisso insormontabile.

I piccoli incidenti, le variazioni esistenziali, i dissapori, diventano bestie feroci. Ci si ferma sulle piccole cose e si rimane fermi, senza trovare una via d’uscita. E’ terribile, soprattutto quando neppure la lettura, l’arte, la musica ti vengono in soccorso. Bisogna fare uno sforzo enorme per gettarsi fra le braccia della letteratura e dell’arte e potersi salvare. Molte volte capita che ciò non basta.

Rimane poco e il tempo sembra annullarsi anche se  non ce ne importa molto. Viaggiamo secondo ritmi non convenzionali dove non c’è progressione, passaggio, futuro ma quel che è peggio non c’è presente. Il tempo dell’istantanea, dell’immediato si è eclissato assieme a quello del passato. Siamo nel deserto, alla ricerca di una qualche forma di vita con cui poter conversare, dialogare, scambiare esperienze. Siamo al capolinea là dove la depressione s’insinua feroce e la solitudine si trasforma in malattia. Tocchiamo il fondo quando cominciamo a pensare che tutto è contro di noi, che ogni persona è un avversario che il mondo e la stessa vita tramano contro di noi. Forse è lo stesso Dio che vuole umiliarci così come ha fatto con Giobbe. Vuole che tu stia solo, vuole che tu non abbia scampo e neppure  speranza.

Il limite lo si raggiunge  quando si è vecchi. Sarebbe più opportuno dire quando  gli altri ti fanno sentire un  vecchio anche se hai ancora tante energie, anche se sai che puoi dare tanto e dire tanto. Qui la solitudine diventa mostruosa. I media, le reti, i social sono ancora più terribili; sono essi che pronunciano la tua condanna e soprattutto il tuo isolamento. Si salvano solo quei vegliardi che appaiono in televisione o sulle reti sociali. Sono sempre gli stessi, ieri come oggi, indistruttibili e sempre giovani. Sono loro a rimarcare la nostra vecchiaia  senza dubitare un istante. Sono gli altri ad essere vecchi. La lista degli anziani morti per il Covid viene esposta come una specie di bandiera. Così i depressi fra i cosiddetti vecchi aumentano e per questi non si trova mai un rimedio, se non quello che i canali televisivi propinano come  un vaccino. Mentre i giovani li si fa sentire dei quasi immortali. Non ci si rende conto che siamo tutti mortali e la solitudine così come la morte, prende tutti, giovani e vecchi. anche se in modi differenti.

Bisogna allora accettarla la solitudine, più la si combatte più la si favorisce. Occorre dunque saperla trasformare in energia positiva. Dalla materia oscura a quella dell’universo  visibile. Bisogna portare luce alla propria solitudine, avvicinarla a quella degli altri, senza abbandonarla, senza perderla o superarla, ma coltivarla come un bene prezioso, svelarla, levarla dalla nicchia dove è racchiusa e  portarla a essere   energia svelante, cangiante,  portatrice di bene. In questo senso è solo ascoltando la parola dei grandi poeti che arriviamo a  un grado più alto di comprensione, ad una cura del sé, cura della natura, del paesaggio umano. Esercitiamo, dunque,  il nostro sguardo a vedere meglio. Facciamolo con  la pittura, la storia dell’arte, il paesaggio, alleniamoci alla bellezza che abbiamo perso, ai suoi sapori, alle sue melodie, alle sue  gioie.

Slides (a cura di Francesco Correggia)

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Ciononostante si è soli davanti al potere, davanti alla corruzione, davanti alla politica, davanti ai soprusi, davanti al potere dei media,  si è soli non perché nessuno ti aiuta, perché c’è il virus o siamo diventati vecchi, o c’è indifferenza verso gli altri, ma perché c’è una totale mancanza di cura del sé, del  paesaggio, dei  luoghi, della natura e del   pianeta. A volte non sappiamo di essere soli. Pensiamo di poterla superare questa solitudine con gli amici, con il sesso, con il gioco con il divertimento, i riti sociali, gli assembramenti,  ma non è così che si supera ciò che ci accompagna da sempre. Si esce dalla solitudine e dal dolore con umiltà e sacrificio pensando a ciò che è essenziale all’essere.

Proviamo a immaginare la solitudine in maniera differente. Leviamola dal sepolcro a cui essa è confinata. Pensiamo invece ad una solitudine che dice la poesia vivente, che rivela il  pensiero poetante, come  dicevano gli antichi. Immaginiamo  che essa possa  essere quella luce che ci rende veramente vivi tra i vivi: pensiamo a quella  luce che improvvisamente fa sì che la morte sia ora dischiusa come un dono e non solo come una certezza della nostra vita giunta al termine.

Immaginiamo di frequentare le rotte dell’intangibile, dell’inascoltato, di raggiungere terre lontane e di non avere più corpo, né respiro, né tempo, pur avendo un corpo. Forse è questo il segreto della vecchiaia e della solitudine che l’accompagna e  che gli altri non possono conoscere. Non si tratta della stanchezza di vivere  o della  rinuncia ma dell’inesausto, della parola mancante che sta sulla soglia. E’ questa la rivincita dell’essere vecchi: la vera solitudine che si fa beffe della morte.  Solo l’arte potrebbe  fare di meglio.