MEMORI. Dalla rimozione alla restituzione di senso nell’elaborazione di lutti traumatici

Diventa pericoloso ricordare? Non diceva forse Dante “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”?

di Ilaria Carosi

 Guai agli immemori. Saranno non soltanto incapaci di ricordare, ma anche di capire. La riflessione, del resto, è l’unico modo per evitare la falsificazione o l’inquinamento della memoria, che si insinua inconsapevolmente o può essere intenzionalmente prodotto nelle nostra mente.
(Norberto Bobbio)

Qual è la prima cosa che vi viene in mente se dico anniversario? Una bella ricorrenza? Il ricordo di una festa, di un giorno di gioia, di quella volta in cui – fosse stato pure a quindici anni – siete stati felici?

Qualcuno potrebbe ironizzare sull’anniversario di matrimonio, dolce condanna o rimpianta decisione ma la verità è che gli anniversari non sempre e non per tutti sono giorni belli da tenere a mente.

Giacomo Leopardi – cui il tema delle ricordanze fu, tra gli altri, particolarmente caro – rifletteva su quanto le date siano solo date, numeri casuali cui agganciamo dei significati personali o, come vedremo, collettivi che non per tutti hanno, né possono avere, un significato legato ad un accadimento “che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno”.

Un’illusione [1], bella e amabile, che da un lato perpetua la tristezza per quel che non c’è più, dall’altro diviene l’unica possibilità per sollevare dal dolore della perdita, come se il passato non fosse definitivamente spento né perduto del tutto. Una caratteristica comune a tutte le nazioni e, sempre secondo il poeta, molto diffusa tra gli uomini sensibili, avvezzi alla solitudine e a conversare internamente.

Dunque, malgrado si sia spesso coscienti del processo mentale di illusione cui si è soggetti, pur tuttavia gli anniversari si susseguono nella testa di chi “porta il conto”, a volte persino dei giorni, non solo degli anni.

Accade soprattutto a chi un evento lo abbia vissuto in prima persona e, facilmente, nel caso specifico di lutti, in particolare se non elaborati, di origine traumatica, conseguenza di morti violente nelle modalità e completamente inattese poiché improvvise ed innaturali, rispetto al ciclo di vita dell’individuo che ne è restato vittima.

Ha un senso contare, celebrare, commemorare?

A cosa può servire questo rimembrare che porta con sé anche il germe del perpetuare malinconie e dolori per quello che si è perso, per un legame che si è spezzato, per l’assenza di una persona cara che non c’è più?

Me lo chiedo e me lo sono chiesta ad alta voce, condividendo il mio pensiero in occasione dell’incontro pubblico che mi ha vista partecipe nella doppia veste di psicologa e parente di una vittima, alla vigilia dell’anniversario del sisma dell’Aquila, il 5 aprile del corrente anno.

A questa domanda ho cercato e cerco di dare, anche in questa sede, una risposta.

Dunque, si diceva, che senso assume commemorare, onorare una data tra le altre, ritualizzare un dolore, quasi crogiolandosi nell’illusione di un ricordo?

Si va avanti o si persiste in una sofferenza che non finisce e che anzi, in qualche modo, si contribuisce a rievocare?

Il dolore è una componente naturale delle prime fasi di lutto. Tuttavia, se esso da transitorio diventa cronico, superando quel lasso di tempo lecito – circa 6/12 mesi – che contribuisce a trasformare un lutto da normale in patologico, saremo costretti a fare i conti con l’eventualità di non riuscire più ad elaborare un distacco.

Cinque, secondo la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, le fasi del lutto [2] che si susseguono da un primo momento di shock e negazione ad un ultimo di accettazione di quanto accaduto, passando attraverso rabbia, negoziazione e tentativi di spiegazione, depressione: tutto è lecito all’interno di questi stadi più o meno sequenziali e all’interno di un lasso di tempo tollerato che conduca, infine, ad una progressiva ristrutturazione cognitiva ed emotiva, attitudine naturalmente insita nell’animo umano e nelle potenzialità dell’individuo. Un’evoluzione naturale che si può bloccare in uno qualunque di questi stadi e necessitare di un intervento psicoterapeutico specifico.

Diventa pericoloso ricordare? Non diceva forse Dante: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”?

In linea con un concetto di salute psichica che passa anche attraverso una logica di economia, come sostenuto e teorizzato da Sigmund Freud [3], andrà considerato che i ricordi dolorosi sono per eccellenza psichicamente dispendiosi, niente affatto economici. Anzi, talvolta, i meccanismi di difesa-rimozione, scissione, evitamento, diniego, dissociazione, tra gli altri – che intervengono a sostenere un comportamento o un sintomo – sono protettivi per l’individuo che li utilizza [4]. Sembrerebbe un paradosso. Eppure, quello che in termini tecnici viene definito vantaggio secondario del sintomo [5] ci permette di spiegare come un quadro clinico di psicopatologia sia, talvolta, preferibile rispetto al prendere coscienza di una realtà psichicamente inaccettabile. Depressione reattiva, ansia, manifestazioni psicosomatiche, oblio parziale o totale di alcuni ricordi traumatici/dolorosi, sindromi dissociative, comportano quote di dolore psichico/dispendio energetico minori di quelle che comporterebbe accettare la drammaticità e l’irreversibilità di alcuni accadimenti. O di perdite subite, realmente, a causa di una morte, oppure simbolicamente, a causa della rottura di un legame, di una perdita affettiva, lavorativa, fantasmatica o di altro tipo.

In generale, i meccanismi di difesa intervengono a proteggere l’Io dall’angoscia ma anche dal rischio di crollo psichico e, quindi, contribuiscono a sacrificare delle quote di realtà, di consapevolezza e di memoria.

Potremmo leggere come diretta conseguenza di tale impianto teorico tutti gli sforzi profusi per arrivare alla messa a punto della cosiddetta pillola dell’oblio, proposta anni fa come antidoto per curare quei traumi importanti che secondo alcuni sarebbe meglio poter cancellare dalla memoria e dalla coscienza, piuttosto che rielaborare [6]. Se ne parlò moltissimo, in Europa e Oltreoceano, soprattutto rispetto alle situazioni post-traumatiche, per eccellenza quelle in cui non solo si ricorda ma si rivive attraverso flashback improvvisi, intrusivi ed invalidanti quanto vissuto: reduci di guerra, vittime di stupri, vittime di tortura o feriti psichici della violenza etnica, individui gravati da lutti traumatici, per dirne solo alcuni.

Una pillola per dimenticare, un colpo di spugna su una lavagna che torna nuova, pronta per ricominciare ad essere trascritta. Nell’odierna società, è possibile trovare pillole per tutto, rimedi multicolore, multiformi, multi grandezza, il cui consumo è sostenuto dal desiderio e dall’aspettativa che possa esserci una soluzione comoda, rapida, indolore, immediata. Che poi, vorrebbe dire non-mediata e questo lascia scettica, consentitemelo, una terapeuta: perché come esseri umani siamo tra le creature meno immediate e in assoluto più mediate presenti nell’intero universo. Non convince del tutto l’idea che rimuovere sia meglio che mentalizzare, dimenticare meglio che maneggiare la propria quota di dolore psichico nel tentativo di dargli una forma diversa e digerire.

Si ammetterà che quel che si sostiene non è di facile attuazione e, probabilmente, in casi specifici e in base alla gravità di una situazione sarà necessario appoggiarsi ad un percorso mirato che sostenga e aiuti questo processo, certo è che noi professionisti della salute psichica ben sappiamo quanto è alta la probabilità che quel che non si risolve si ripresenti, rendendo l’adulto – ancor più nel caso di trauma subito in età precoce – un adulto dis-funzionale e sofferente. Con il rischio che l’irrisolto si perpetui di generazione in generazione.

Riflessioni, queste, che forse ci aiutano solo in parte a comprendere il senso profondo che l’atto del ricordare e del commemorare assumono, soprattutto per chi sia stato toccato in modo diretto e specifico, da una perdita.

Atti che hanno almeno due ordini di livelli negli eventi traumatici e luttuosi di ampio respiro [7]: quello personale e quello collettivo, perché le commemorazioni, proprio rispetto al loro essere pubbliche, condivise, istituzionalizzate, riconoscibili e riconosciute, sono sempre qualcosa di più di un ricordo e di un dolore privato.

Assumono un significato collettivo e sociale, anche se sono mosse proprio dall’animo individuale e dal sentire di chi abbia vissuto sulla propria pelle una tragedia e, spesso, un’ingiustizia.

Solo così possiamo spiegare quel che accade a L’Aquila, ormai da anni, in occasione dell’anniversario del sisma del 6 aprile 2009.

Una data che, grazie all’impegno di alcuni in particolare, ha assunto da 5 anni a questa parte un senso ancor più profondo, poiché si è pensato di riunire, in un incontro pubblico, vari Comitati Nazionali di parenti delle vittime, accomunati non solo dalla perdita di un congiunto, da un dolore o da un lutto traumatico e di complicata gestione ma anche dall’aver profuso energie personali nel mantenimento di una Memoria che diventasse anche monito a che determinati incidenti, stragi, leggerezze, imperizie ed omissioni non si ripetano ancora sulla pelle di altri.

Portfolio di Giovanni Max Mangione

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Non è facile raccontarvi le emozioni che ogni anno accompagnano questi incontri che viaggiano proprio su quelle corde di dolore, rabbia e speranza cui si è fatto riferimento precedentemente.

Ascoltare le parole di chi – padre, madre, sorella, fratello, figlio, figlia, zio o zia – si avvicendi dietro al microfono, farlo ripetutamente negli anni, induce a riflettere su quanto i processi di r-esistenza messi in atto da familiari impegnati in prima linea nel ricordo e nella promozione di azioni di prevenzione e di ricerca di giustizia, così tanto assomiglino a quella ricerca e restituzione di senso che sta alla base di molte psicoterapie del lutto.

E consente di capire che forse la rimozione non è davvero l’unica risposta che abbiamo, di fronte ad un dolore. Come pure non lo è il restarci dentro immobili.

 Alcune emblematiche storie di ordinaria resilienza

 Non è più solo una resilienza da manuale, quella di cui vi sto parlando. Perché la parola resilienza –soprattutto in un territorio come il nostro – è diventata così tanto abusata da aver perso la gran parte del suo significato originario.

Ogni rappresentante delle associazioni[8] ascoltate – in particolare quest’anno – non è solo qualcuno che ha trovato un modo per non soccombere al dolore e per sopravvivere ad un congiunto ma anche qualcuno che il dolore ha deciso di raccontarlo, condividerlo, maneggiarlo, trasformarlo, plasmarlo in una forma nuova, intrisa (anche) di battaglie per la prevenzione e la sicurezza e di senso civico.

Del resto, la tenacia di Antonietta Centofanti la conosco da anni. È lei – zia di Davide, deceduto nel crollo della Casa dello Studente a L’Aquila a 19 anni – l’anima dei nostri incontri annuali, è lei ad occuparsi della parte organizzativa, dalla sala che ci accoglie alla conferenza stampa di presentazione, dalla gestione degli arrivi dei comitati di parenti alla prenotazione degli alloggi, dai contatti con la stampa nazionale alla cena per chi interviene e partecipa, poi, insieme a noi alla fiaccolata commemorativa.

È doveroso parlarvi dei chilometri che macina, su e giù per l’Italia, l’infaticabile Antonio Morelli, padre di Morena, deceduta a 6 anni nel crollo della scuola di S. Giuliano di Puglia, e dell’impegno che mette – inascoltato da anni, dispiace dirlo – perché le Istituzioni si interessino in modo concreto alla situazione in cui versa l’edilizia scolastica. Un tema sempre più sentito, negli ultimi anni, anche in virtù delle scosse che da S. Giuliano in poi, si sono susseguite nel tempo, in tutta la Penisola. Tuttavia, quanto ancora lontani siamo. Si può fare prevenzione o si continuerà a piangere morti evitabili solo ad eventi ormai accaduti?

Vorrei poteste vedere quanto assomiglia al figlio Sergio Bianchi – padre di Nicola – deceduto all’età di 22 anni il 6 aprile 2009 a L’Aquila, nel crollo della palazzina in cui viveva da studente fuori sede. Sergio, che si batte anche perché le vittime universitarie del sisma siano riconosciute come morti sul lavoro, ha fortemente voluto che ogni anno venissero consegnate delle borse di studio a giovani universitari meritevoli, nel ricordo del sacrificio di quanti allora, seppur ormai a ridosso delle vacanze di Pasqua, scelsero di restare in città, malgrado le scosse, proprio per onorare i loro impegni di studio.

Vorrei vedeste i segni che Marco Piagentini porta sulla pelle, dopo essere sopravvissuto all’esplosione successiva all’impatto dei treni e al crollo della propria casa, a seguito dell’incidente ferroviario di Viareggio, il 29 giugno 2009. Perse due dei tre figli, Lorenzo di 2 anni e Luca di 4 anni e mezzo, insieme alla moglie Stefania, di anni 40. Da allora, il suo impegno personale e civico è rivolto ad evitare che la prescrizione renda inutile la ricerca di verità e giustizia ma anche che si inizi a parlare seriamente di sicurezza, intanto rispettando le leggi che esistono.

Vorrei provaste ad immaginare cosa vuol dire aspettare verità e giustizia da oltre 20 anni, come, tra gli altri, Nicola Rosetti e Loris Rispoli, rispettivamente per il padre Sergio, deceduto a 52 anni e per la sorella Liana che di anni ne aveva 29, entrambi tra le 140 vittime decedute nel disastro del Moby Prince, a Livorno, nel 1991.

Dovreste ascoltare, almeno una volta, la voce di Marzia Caccioppoli, madre di Antonio, morto all’età di 9 anni per un glioblastoma intrinseco del tronco encefalico, contratto a causa degli sversamenti illeciti avvenuti nella cosiddetta Terra dei Fuochi. Sentirla raccontare come accompagna le altre mamme che stanno per vivere lo stesso distacco e lo stesso destino che è toccato a lei. La forza d’animo che ci mette.

E poi, quest’anno, sono intervenuti i genitori di Filippo Sanna che, dopo essere stato estratto vivo dalle macerie del terremoto di Amatrice, il 24 agosto 2016, si è spento dopo una settimana all’età di 23 anni. Anche loro hanno fondato un’associazione che tenesse vivo il sorriso del figlio attraverso un insieme di attività e borse di studio che assegnano in suo nome.

Del resto, un invisibile filo emotivo lega la mia stessa persona a quei luoghi che mi hanno vista intervenire come volontaria, per offrire il mio sostegno professionale ed emotivo nei giorni più duri, quelli dei riconoscimenti in obitorio. Solo un modo per restituire quanto ricevuto in prima persona nei giorni seguiti alla morte di mia sorella Claudia, di anni 29, nel terremoto dell’Aquila.

E poi c’è Mario Arpaia, che con la meticolosa cura che mette nella gestione del sito dell’Associazione Memoria Condivisa – da lui fondata anche nel ricordo del cognato Luigi, caduto vittima della strage di Piazza della Loggia a 25 anni – ci rappresenta un po’ tutti, negli intenti, nelle energie e negli ideali.

E, forse non sta a me dirlo, ma credo che ognuno abbia trovato nell’impegno quotidiano, individuale e sociale, il suo modo per restituire un senso al dolore della perdita. Perché è questo che si fa, nei lutti, tanto più se traumatici, si cerca un senso laddove non ci sarebbe.

E lo si è fatto, nel nostro caso, restando memori, diventando memoria – anche storica – per chi non c’era oppure non ha capito vicende che tristemente legano concittadini di un’Italia che ha ancora molto da imparare e sistemare, un’Italia in cui troppo facilmente si diventa vittime o parenti di una vittima che proprio non avrebbe dovuto morire se le scuole fossero state progettate e costruite ad hoc, se le norme di sicurezza e gli obblighi di legge non fossero stati evasi, se interessi economici non fossero stati anteposti alla salute e alla sicurezza dei cittadini, se si fosse fatta prevenzione. E l’elenco potrebbe continuare.

Continueremo. Anche noi. Ognuno secondo il suo bisogno interno e in base al proprio sentire.

Che diventa anche un sentire comune e condiviso. Civico.

Ben consapevoli che “un popolo senza memoria è un popolo senza futuro” (Luis Sepulveda).

 

[1] “Bella ed amabile illusione è quella per la qual i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell’annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove; così quando diciamo, oggi è l’anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli altri giorni. E tale immaginazione è sì radicata nell’uomo, che a fatica pare che si possa credere che l’anniversario sia così alieno dalla cosa come ogni altro dì: onde il celebrare annualmente le ricorrenze importanti, sì religiose come civili, sì pubbliche come private, i dì natalizi e quelli delle morti delle persone care, ed altre simili, fu comune, ed è, a tutte le nazioni che hanno, ovvero ebbero, ricordanze e calendario. Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e vivere, per dir così, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo fra sé: in un giorno dell’anno come il presente mi accadde questa o questa cosa”. G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, A.M. Moroni (a cura di), Oscar Mondadori, 1972.

[2] Le 5 fasi del lutto: Negazione/Rifiuto; Rabbia; Negoziazione; Depressione; Accettazione. Kübler-Ross E., La morte e il morire, Assisi, Cittadella Editrice, 2005 13 ed.

[3] S. Freud, Introduzione alla Psicoanalisi, 1978, Bollati Boringhieri, Torino.

[4] Il corsivo è d’obbligo, poiché l’individuo difficilmente è consapevole di utilizzare meccanismi di difesa, molto più spesso attivi a livello inconsapevole, inconscio.

[5] In S. Freud Inibizione, sintomo e angoscia, 1998, Bollati Boringhieri Editore, Torino; S. Freud, Introduzione alla Psicoanalisi, op.cit.

[6] In linea opposta a quanto previsto, per esempio, dal metodo psicoterapeutico EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), tecnica elettiva evidence-based nell’elaborazione di esperienze traumatiche che lavora proprio sui ricordi non elaborati, veri e propri “interlocutori privilegiati” del trattamento posto in essere [cfr. A.R. Verardo Attaccamento traumatico e ritorno alla sicurezza, Giovanni Fioriti Editore, 2016]. L’obiettivo di tale focalizzazione non è quello di rimuovere il ricordo, né di dimenticarlo ma di trasformarne la carica emotiva, facendo leva sulle innate capacità elaborative ed adattive del nostro cervello.

[7] Si fa chiaramente riferimento a situazioni che per la loro drammaticità in termine di vittime e pervasività sono balzate alla ribalta della cronaca.

Associazione Memoria Condivisa, Associazione Vittime Universitarie del Sisma (Sisma L’Aquila, 06 Aprile 2009), Comitato vittime di S. Giuliano (Sisma S. Giuliano di Puglia, 31 ottobre 2002), Comitato Familiari Vittime Casa Dello Studente (Sisma L’Aquila, 6 Aprile 2009), Il mondo che vorrei (Strage ferroviaria di Viareggio, 29 Giugno 2009), Il sorriso di Filippo (Sisma del Centro Italia, 24 Agosto 2016), Io sono 141 (Disastro del Moby Prince, Livorno 10 Aprile 1991), Legambiente, Noi genitori di tutti (Terra dei Fuochi).

 



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