ALLO SCRITTORE SLOVENO DRAGO JANČAR LA PALMA DEL PREMIO INTERNAZIONALE IGNAZIO SILONE

Silone in Svizzera, Drago a Lubiana, conoscono intellettuali dissidenti e persone illuminate che incideranno sulla loro creatività e sul pensiero

di Liliana Biondi

Narratore, saggista, drammaturgo, pubblicista, Drago Jančar, con una scrittura realistica e fantasiosa, con uno stile intriso di sottile ironia, si fa squisito cantore della sua terra di Slovenia, della libertà, dei valori democratici, del sentimento dell’amicizia tra popoli. Quanto più i protagonisti della sua narrativa sono perseguitati o annientati dal potere o dall’ignoranza, tanto più, “cristianamente”, i valori che essi rappresentano risuonano alti, luminosi, universali.

La Giuria della XX edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone della Regione Abruzzo è stata celere e unanime nell’assegnare la palma della vittoria a Drago Jančar per le qualità elencate nella motivazione e per le affinità che lo collegano a Ignazio Silone secondo quanto richiesto dal Bando, che recita: «Il Premio sarà assegnato ad una personalità, la cui opera testimonia o rispecchia i medesimi valori di libertà e di giustizia appartenuti a Ignazio Silone».

Pur lontani nel tempo – Drago Jančar nasce nel 1948 –, sono molteplici le affinità esistenziali che lo legano a Ignazio Silone: entrambi attivisti da giovanissimi in politica, seguono scelte diverse: il socialismo anarchico e poi il partito comunista guidano Silone; una visione opposta al regime di Tito, storicamente alimentata dal massacro dei domobranci, ordinato da Tito, per Jančar. Entrambi conoscono il carcere: per breve tempo, ma con maggior frequenza, il Marsicano; una sola volta, per tre mesi, lo Sloveno, ma altrettanto un carcere feroce si rivela, per lui, il periodo trascorso con lo status di ”sovversivo” nell’esercito jugoslavo di stanza in Serbia. Entrambi, dopo aver vissuto, seppure in tempi diversi, esperienze scioccanti sotto la cappa del comunismo sovietico, si allontanano dalla politica attiva e scelgono la strada della scrittura creativa. Più facile, questa, per Silone, il quale, pur esule dalla patria, tra il 1929 e il 1944, vive e scrive in un paese democratico qual è la Svizzera; più difficoltosa inizialmente per Jančar, al quale a metà degli anni ’70 viene vietato di pubblicare qualunque testo, e lavorando nella sede del quotidiano «Večer» della sua Città, è costretto a svolgervi unicamente mansioni amministrative. Solo il trasferimento a Lubiana, alla fine degli anni ’70, lo introdurranno verso la strada desiderata: sceneggiatura cinematografica, scrittura narrativa, saggistica.

Silone in Svizzera, Drago a Lubiana, conoscono intellettuali dissidenti e persone illuminate che incideranno sulla loro creatività e sul pensiero. Sono numerosi e notissimi quelli conosciuti da Silone nella Svizzera mitteleuropea: due nomi per tutti: il teologo Leonhard Ragaz e l’amico editore Emil Oprecht; per Jančar, sono il poeta Edvard Kocbek, partigiano socialista e cristiano, perseguitato sotto Tito, e il filosofo Ivan Urbančič, vivente: anch’egli di sinistra, ma critico del titismo, fu privato dell’insegnamento universitario; è stato poi tra i fondatori dell’Alleanza Democratica Slovena e sostenitore, con Jančar, del Partito Democratico Sloveno.

Scrittori, entrambi, formatisi alla scuola mitteleuropea, sia Silone che Jančar eleggono la propria terra natale a microcosmo degli avvenimenti che narrano: una radicata terra immota e abitudinaria da millenni, sconvolta da fatti inusitati, Fontamara e la Marsica di Silone; una sradicata terra di confine che da tempi immemori si vede costretta a mutare padrone e bandiera continuamente, Maribor o Marburg e la Slovenia di Jančar.

In entrambi gli autori, gli eventi narrati, legati a concrete vicende storiche, sono intessuti di ideali contrapposti (giustizia e libertà, ma anche potere e forza) e di sentimenti contrapposti (amore e solidarietà, ma anche odio ed egoismo), tali da rendere quei microcosmi emblemi universali di dolore e di speranza; ma se in Silone il dolore sa risolversi in messaggio di fiducia, in Jančar, sembra prevalere, finora (e come potrebbe essere diversamente?) un senso tragico e pessimistico della vita, in cui tutti i personaggi positivi finiscono per essere ecce homo, martiri immolati alla violenza. Eppure la lettura dei suoi romanzi è un godimento dell’anima: miracolo della poesia che risplende maggiormente nel dolore.

Alla “complessa” semplicità stilistica di Silone, fanno eco l’eleganza e l’intensità della scrittura in Drago; entrambi, scevri da intenti ideologici, sanno scardinare la mente e il cuore del lettore e sanno interrogare le coscienze, soprattutto quando mettono sulla scena personaggi assenti, morti ammazzati per odio politico e per ignoranza, riportati in vita dalla sola parola dei testimoni che raccontano, ritessendola frammento per frammento, la storia di costoro e del mondo che li circonda.

Questo accade nel primo romanzo di Silone, Fontamara, così locale e così universale, diceva Albert Camus, dove la storia, ambientata nel 1929, di Berardo e di Fontamara, viene raccontata, o meglio – vista la contiguità dei tempi – denunciata da tre testimoni – componenti di una famiglia – allo scrittore medesimo esule in Svizzera, e la speranza è nella denuncia.

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Una cosa simile accade nell’ultimo, finora, splendido romanzo di Jančar, Stanotte l’ho vista, nell’avvincente traduzione italiana di Veronika Brecelj, (Comunicarte edizioni, 2015, in lingua 2010), vincitore in Francia come “romanzo straniero più bello”. Nel testo, cinque testimoni narrano le vicende della giovane, ricca, affascinante, generosa Veronika Zarnik della borghesia slovena e di suo marito. Il primo a raccontare è «un ufficiale del regio esercito jugoslavo, suo amante di un tempo, che nel 1945 si trova nel campo di prigionia di Palmanova; prosegue la storia la madre che, sempre nel ’45, l’attende in un appartamento della periferia di Lubiana, immersa nei ricordi, talora deliranti, segnati spesso da una speranza sempre più incerta; di lei parlano un medico dell’esercito di occupazione tedesco, la governante e, infine, il partigiano che, mosso da un oscuro impulso e da una serie di equivoci, ha dato avvio al corso degli eventi».

Ognuno di loro parla anche di sé e del periodo inquieto prima e durante il secondo conflitto mondiale, quando anche chi aveva scelto di vivere ai margini dei grandi eventi della Storia, nutrendo sentimenti di solidarietà, di amicizia, di democrazia, viene travolto dal «treno impazzito della storia che porta con sé violenza e rovina».

Pagine critiche intense ha dedicato alle opere in lingua italiana di Drago Jančar, la raffinata penna del critico triestino Claudio Magris, nella presentazione di un altro capolavoro dello Sloveno, qual è Aurora boreale (Bompiani, 2008 ), altro romanzo corale ambientato nel 1938 a Marburg, che narra, quasi una predizione della imminente grande guerra, «la discesa in un abisso in cui un’umanità sofferente e sbandata affonda, si corrompe e si distrugge». E con le parole di Magris mi piace concludere questa breve nota: «Se come poeta [Jančar] non si ritrae dal male e dalla sua rappresentazione, necessaria per esprimere senza retorica il bene e l’umano, come intellettuale si è battuto e si batte, da liberale, umanista e razionale, contro quella devastazione che attrae potentemente la poesia, come dimostrano i suoi saggi. Vedere, avvertire i demoni è il modo migliore per combatterli e per non soggiacere alla loro seduzione» (p. X).

Dei numerosi romanzi, racconti e saggi di Drago Jančar, tradotti in 18 lingue, si leggono in italiano:

Il ronzio (trad. Roberto Dapit e Martin Vidali, 2007); Aurora boreale, Bompiani, (trad. Darja Betocchi e Enrico Lenaz,2008); e poi tutti tradotti dalla ottima Veronika Brecelj, i racconti L’allievo di Joyce (2006); Morte a Santa Maria delle Nevi; e, ancora i romanzi Le Etiopiche, Stanotte l’ho vista (2015).

Premi: 1993 Premio nazionale letterario Francé Prešeren; 1994 Premio Europeo per la prosa breve in Arnsberg – Germania; 2003, Herder-Preis; 2007 Jean Améry-Preis; 2012 Prix Européen de Littérature; 2012 Premio Hemingway-Sparkasse di Lignano Sabbiadoro; 2014 Premio Francese per Stanotte l’ho vista come migliore libro straniero.

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Due giorni intensissimi, il 28 e il 29 aprile scorso, per lo scrittore sloveno Drago Jančar, vincitore della XX edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone della Regione Abruzzo, che si tiene annualmente a Pescina, città natale dello scrittore abruzzese. Ricevuto nella mattinata del 28 aprile nella sede istituzionale della Regione Abruzzo, dal Presidente del Consiglio Regionale, dott. Giuseppe Di Pangrazio, e dalla stampa, Drago Jančar ha trascorso un pomeriggio non meno significativo presso la Sala delle Conferenze del Teatro San Francesco a Pescina, dove ha incontrato gli studenti attenti e solleciti della scuola secondaria locale con le loro insegnanti. In fine, ricca e intensa è stata la mattinata di sabato 30 aprile c.a, dove, presso la medesima e affollatissima Sala delle Conferenze, alla presenza dei Presidenti della Giunta e del Consiglio Regionale, Luciano D’Alfonso e Giuseppe Di Pangrazio, del Consigliere Regionale Maurizio Di Nicola, del Sindaco di Pescina Stefano Iulianella, di numerose altre personalità politiche, culturali e istituzionali, e della Giuria intera, gli è stato conferito il Premio Internazionale.



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