L’invasione direi brutale dell’Ucraina è ingiustificabile e va fermata ma lo si deve fare con la forza della ragione e con la diplomazia ricercando quello spirito che le bandiere incarnano nonostante il loro valore simbolico fortemente nazionalista

di Francesco Correggia

Questo testo nasce dopo più di un mese dall’invasione della Russia all’Ucraina. In realtà avevo dedicato una mia opera alla bandiera ucraina insieme a qualche riflessione sulla guerra. Lo sconcerto che ho provato allora e che ancora provo è enorme. Ho sempre dedicato alle bandiere, ai loro colori e alle simbologie in esse depositate un’attenzione particolare.

Le ho trattate e viste come paesaggi e non come bandiere di una retorica patriottistica sebbene questa non sia del tutto esclusa dal loro universo rappresentativo. Certo la bandiera è il simbolo di una nazione attraverso cui l’unità di un popolo si manifesta ma al contempo è anche un qualcosa di territoriale, un confine fra noi e gli altri, un popolo e l’altro. Affrontando più direttamente l’argomento specifico dobbiamo innanzitutto riflettere sul termine simbolismo che significa rappresentare, manifestare con estrema sintesi un qualcosa attraverso segni convenzionali: l’uomo stesso è un segno. La nostra convivenza ha bisogno di richiami che, alludendo a concetti e norme, orientino il cammino della società verso ciò che si ritiene giusto come la socialità, la libertà, la tolleranza. La simbologia nel caso delle bandiere costituisce pertanto una scienza che esprime attraverso un linguaggio figurato, valori, idee e forme culturali, evocanti un concetto astratto ma di grande interesse collettivo. La bandiera è appunto uno di questi simboli, forse il simbolo dei simboli in quanto pur affondando le proprie radici nella storia dell’uomo, ha tuttora il raro potere di creare coesione ed esprimerla attraverso il fascino del drappo, dei colori, delle forme che rappresentano una vera mappatura del proprio status giuridico e della propria identità.

Ora cerchiamo di definire meglio il significato di questo simbolismo. Il simbolo viene dalla parola greca Symbolon che è ciò che tiene in relazione, ciò che tiene insieme. Quel che non c’è è quel pezzo di coccio, quel sigillo, che anticamente i Greci rompevano in due, dandone una metà all’ospite, così che i discendenti, mostrando quel simbolo avrebbero trovato ospitalità. Simbolo è dunque quell’unità spezzata che indica una dimensione che per i Greci era sacra e cioè l’ospitalità. Simbolo e segno svolgono la stessa funzione, ma il primo è verticale, il secondo è orizzontale: il simbolo accade sempre mentre il segno accade morendo e rinascendo in una semiosi infinita, un’interpretazione illimitata come direbbe Peirce. Così che l’accadere della bandiera consiste nella sua dimensione rappresentativa storica e immobile, e, insieme, nel suo costante rinascere nel processo interpretativo. Ed è proprio ciò che la bandiera sottende e che la rende viva.

Slides (a cura di Francesco Correggia)

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Al di là del suo significato simbolico vorrei soffermarmi sul suo potere di creare coesione ed esprimerla, ma anche sui sentimenti che il drappo colorato porta con sé. Sentimenti a volte irrazionali che manifestano atteggiamenti, esclusioni, prese di posizioni fin troppo nette. La bandiera è dunque anche un segno che rimanda ad una serie di altri segni dietro i quali si nascondono significati, valori come lo scambio, l’unità, l’ospitalità e anche alcune ambiguità imprevedibili. Che significato può avere questo simbolo che oltre al fatto di rappresentare un popolo, una patria un’entità, addirittura una cultura è anche portatore di scontri? Basta soltanto metterli insieme questi segni-simboli per raggiungere un’unità di intenti, un nuovo equilibrio mondiale  una specie di nuova cultura geopolitica? Abbiamo visto proprio con questa guerra che non è così, che la bandiera è anche una cesura verso altri segni che non corrispondono ai nostri valori e certezze, verso altre identità, altre storie.

Queste domande sono inquietanti ora che le bandiere vengono di nuove innalzate nelle piazze, esposte, usate come luoghi di una tradizione, segni di una distinzione quasi elitaria fra democrazie e totalitarismi per cui vale la pena di morire. Simboli essi stessi non di un’unità spezzata che va riempita di senso nella fessura aperta del Symbolon ma di una divisione netta che mai si rimargina, segno di un’infinità di angolature, definizioni e prese di posizioni radicali e contrastanti. Le bandiere stesse e ciò che rappresentano sono diventati non solo simboli e segni ma immagini, quasi carne delle cose, corpi di scontri e battaglie feroci. Il loro potere cresce sulle masse e si manifesta innalzandole o anche distruggendole, incendiandole come se con ciò si volesse distruggere non solo la fisicità di un vessillo di stoffa ma quella nazione, quel popolo, quella identità. Mettere a fuoco una bandiera vuol dire annullarne il suo valore sacrale, quell’energia identitaria attraverso sui si rispecchia l’anima di un popolo, la sua identità culturale ma anche distruggere, eliminare fisicamente l’altro, quelle persone che vi appartengono. È questo uno dei maggiori meccanismi di disprezzo, tanto che gli stessi media vi si soffermano non poco acuendone la portata simbolica di distruzione, di conflitto.  Come fare per fermare questa irrazionalità di cui le stesse bandiere esposte sono vittime e che si esprime senza alcuna ragione?

Nessuno ci parla per davvero e i media accendono gli animi con i loro spettrali, barbarici talk show. Tutti danno la colpa agli altri e il nemico è vicino e bisogna abbatterlo, difendersi. Ma chi è il nemico? Il regime mediatico delle nostre democrazie non ha dubbi è sempre l’avversario, nel caso dell’Ucraina, chi ha invaso cioè i Russi. I motivi per cui lo hanno fatto passano in secondo piano e lo si può comprendere ma ciò che non va è l’accanimento con cui si pensa alla pace facendo la guerra o per lo meno incentivandola. È proprio così che si può fermare la guerra ora con i mezzi di distruzione di massa e con la minaccia nucleare alle nostre porte?  Si sta corrompendo perfino l’anima di un popolo, di un sentimento di pace. Sembra che andare verso la guerra sia quasi diventata un’esigenza primaria, una difesa per le nostre seducenti democrazie del benessere. È questo che ci raccontano i media sfavillanti di personaggi indecenti, di specialisti, giornalisti, medici e magistrati, veline e marionette, portatori di vessilli che sono sempre gli stessi della comunicazione integrata mentre il nostro pianeta si avvia verso una lenta ed inesorabile catastrofe sotto i nostri occhi. Forse il vero nemico siamo noi, la nostra incapacità a ragionare, a trovare soluzioni accettabili ad uscire appunto dalla logica negativa delle bandiere, dal loro portare discordie da una parte mentre dall’altra sarebbero segni di ospitalità, di accordo e di accoglienza.

La vera guerra la si deve fare contro le povertà, contro i cambiamenti climatici, contro i regimi altrettanto totalitari della comunicazione, dello sfarzo della ricchezza esibita, contro un sistema sempre più privatistico che ha creato disparità, arricchimenti e truffe. Nessuno ascolta la scienza e fra qualche decennio saremmo sommersi dalle acque, esposti al sole e morire come esseri spiaggiati. Altro che difendere la democrazia. Se la nostra finanza ed economia neo liberista significa arricchire sempre gli stessi, i ricchi, produrre denaro per pochi e alimentare sprechi, creare povertà e distruggere il pianeta, allora vale la pena rinunciare alla potenza e a quell’economia che nel nome della creazione di posti di lavoro genera squilibri sociali e al contempo produce effetti letali, sull’ambiente, sugli ecosistemi, nelle stesse menti delle persone. Un’onda gigantesca alla fine ci distruggerà ed è per questa ragione che bisogna mettersi insieme e far sì che le bandiere non siano soltanto simboli di un passato di guerre ma segni in cammino, segni di una nuova avventura umana, di un nuovo equilibrio sociale, politico geografico fra occidente ed oriente. Occorre far ripartire la macchina della riconversione e del dialogo fra storie e culture.

L’invasione direi brutale dell’Ucraina è ingiustificabile e va fermata ma lo si deve fare con la forza della ragione e con la diplomazia ricercando quello spirito che le bandiere incarnano nonostante il loro valore simbolico fortemente nazionalista. Bisogna farlo cercando nuovi equilibri internazionali, evitando da qualsiasi parte sudditanze e sottomissioni, anche se qualche volta anche sottomettersi può essere una forza positiva, un modo per aprire il dialogo. Non fermiamoci sull’approccio domestico dell’informazione e della comunicazione che i media ci propongono, ma superiamo l’imponderabilità umana, le convenzioni, i sortilegi, la propaganda che ogni conflitto porta con sé. A questo si deve aggiungere la spettacolarizzazione della morte, degli uccisi, degli innocenti in fuga che oggi i media diffondono in nome dell’aspetto veritativo del messaggio televisivo quando invece si mescola tutto, ragione e sentimento irrazionale e razionale, verso e falso, realtà ed osservazione.

Riprendiamoci i colori delle bandiere che sono il nostro mondo, il nostro arcobaleno visivo. In fondo non dimentichiamo che esse sono portatrici di esistenze, sono vita che palpita, sono paesaggi attraverso cui costruire sentieri dialoganti di pace e virtù.  Ed è la pittura, l’arte, a narrarci qualcosa in più sulle bandiere, quel qualcosa in più che le riporta all’esistenza umana, al segno di qualcos’altro sottraendole a quell’universo inevitabilmente contraddittorio e divisorio della loro pretesa di rappresentare un territorio, una patria, un confine invalicabile ed essere un limite divisorio oltrepassato il quale non può che esistere uno scontro, una rottura, una verità o una menzogna.