Oramai, masticava amaro Gianna, più si è dei farabutti e più si allargano i consensi. Il ruolo della stampa era palesemente residuale

di Marco Palladini

Si ricordava di quel direttore del primo giornale in cui aveva lavorato che con tono tranchant, che non ammetteva repliche, aveva asserito: “Le interviste sono articoli rubati”. Frase che per anni le era risuonata in mente e che aveva inibito la sua spontanea inclinazione a fare domande a tutti. Il medesimo direttore sosteneva che la stampa nel suo insieme era disgustosamente conformista e che a tal riguardo si sarebbero potute chiedere indicazioni utili agli alieni, se si fossero degnati finalmente di appalesarsi.

Gianna V. non sapeva bene cosa significasse essere anticonformista, ma era persino andata a fare una piccola inchiesta presso un gruppo di baraccati insinuando che l’eternit che fungeva da tettuccio delle loro bicocche era la più sicura garanzia per l’eternità, nel senso che l’amianto che conteneva li avrebbe spediti il prima possibile all’altro mondo (e quelli si erano infuriati). Il signor direttore, Nattino, l’avevano poi pensionato e lei continuava a incontrarlo in un bar dove si sorbiva un bibitone di caffellatte e un paio di maritozzi con la panna, e le ripeteva: era una idea la mia che splendeva come una dea, adesso non riesco neppure più a formularla. E lei non capiva di che caspita stesse parlando. Un po’ come quando aveva seguito un corso di buddhismo zen in cui un monaco affettava di esprimersi attraverso dei koan, che secondo lui avrebbero indotto gli allievi a imboccare la via lungo la quale riconoscere la propria natura.

Ma Gianna, testona, non imboccava niente, quasi sbroccava e quale fosse la sua natura non lo aveva proprio inteso. E ogni tanto ripensava a tali esperienze, a tutto questo inutile dolore che si accumula in vita, al suo girare in tondo, al suo immobile agitarsi che somigliava ad una dinamica paresi dello spirito. Il suo esserci si risolveva in continui ossimori, che aumentavano come indefiniti stress post-traumatici.

Come le aveva detto Ginevra, una sua amica, il pensare razionalistico, nonostante la sua professione, non faceva per lei e, così, l’aveva indirizzata a praticare un’attività fisico-sportiva, nella fattispecie il cicloturismo, che lei gradiva anche quando slalomeggiava e si ribaltava sull’asfalto diruto o scivolava rovinosamente sul brecciolino. Non importava. Il farsi male permetteva comunque di ‘sentire’ il corpo, di sentirlo vivo, ancorché sanguinante. Masochismo idealistico? Può darsi. L’avere iniziato a quasi quarant’anni la pratica cicloturistica, l’aveva fatta sentire di nuovo adolescente. E si era ricordata che a tredici o quattordici anni si reputava una perfetta imbecille. Così almeno la facevano sentire i compagnucci e le compagnucce di scuola. Sì, era stata una pesantemente bullizzata, ma forse non se ne era neppure accorta, perché si bullizzava da sé, si autostimava talmente poco, che non faceva fatica a credere ai suoi coevi ambosessi quando la denigravano e la sbertulavano impietosamente. Quello che la salvava era, forse, la sua energia indomita, incontrollabile. Un cavallino selvaggio che, per quante bastonate ricevesse, ricominciava poi sempre a correre come un intrepido mustang che resettava ogni vuoto d’anima. Poi ricordava che da adolescente non aveva mai visto suo padre lavare i piatti neppure per sbaglio. Nonostante fosse un impiegatuccio di infimo livello, sempre prono ai superiori, a casa si sentiva un signor padrone che considerava degradanti certe mansioni, che lasciava d’imperio alla moglie casalinga e sguattera. E la mamma era stata, inevitabilmente, fino ad una certa età il modello di Gianna, che aveva durato fatica a crescere per, quindi, assumerla a contromodello. Tanto vero che lei non si era mai sposata. Sempre a quella età aveva avuto sotto gli occhi l’esempio di Patrizio Q., il padre della sua amichetta del cuore, presso la quale andava tutti i pomeriggi a studiare, il quale tradiva beatamente la moglie con una domestica bionda e sinuosa, Marianna, sempre incongruamente allegra e che esibiva una fame di vita che la sua borghese datrice di lavoro più non aveva. Gianna sentiva assai spesso l’uomo mugolare di piacere dietro la porta della camera della domestica, che lui provvedeva a sodomizzare per evitare di metterla incinta.

Di quella fame e virulenta gioia di vita si era rammentata quando aveva fatto un servizio in una specie di bidonville dove vivevano miseri immigrati neri e i loro figli, i cui sorrisi ora ingenui ora rapaci annunciavano, magari a loro insaputa, il tempo in cui avrebbero rimpiazzato i soggetti tristi della asfittica razza bianca dominante. Del resto i dati demografici parlavano chiaro: settant’anni prima chi aveva meno di trent’anni era il 51,7% della popolazione, i giovani erano la maggioranza assoluta; oggi tale percentuale era scesa al 29,4%. Non si facevano più figli e tutto il paese era spaventosamente invecchiato, con i giovani che erano meno di un terzo del demos nazionale, e i rampolli dei colletti bianchi passavano le nottate a ubriacarsi, a far baracca e movida inconsulta. Mentre i figli dei neri bevevano vino dealcolato e birra analcolica, anche perché erano senza quattrini. Il dato che balzava agli occhi era che il 60% della popolazione africana ha oggi meno di ventiquattro anni. Ecco perché dal Continente Nero saliva questa fiumana di migranti giovani e frementi e furiosamente desiderosi di tutto, bramosi di spazzare via i bianchi anziani, sazi e rammolliti dal troppo benessere. Quello che reputavano giusto adesso spettasse a loro, dopo secoli di rapina colonialista e di spoliazione razzista e schiavista.

Passeggiando presso una marina Gianna si domandava perché mai sua madre percepisse le tamerici, pur con la loro fioritura tra rosea e lilla, come una pianta ostile. Poi si accoccolava e riempiva di pensieri ed appunti un bloc-notes di grandi fogli che sentiva come fossero i suoi effettuali figli. La scrittura era l’inossidabile carapace che la difendeva dai sentimenti ignobili tanto quanto dalle pulsioni predaci. Non perché lei si sentisse un’anima candida, una mammoletta innocente, piuttosto perché proprio nel collezionare parole e frasi annullava quell’umore rancido che come uno sfregiato veniva avanti dentro di lei, proteso a sfregiare a sua volta con un collo di bottiglia rotta in mano. Gianna V. sapeva che, come la maggior parte dei giornalisti, pure lei era una canaglia che covava la vendetta anche secondo una sfida mortale col nemico, tanto pietà l’è morta da sempre, canterellava. Soprattutto dovendo avere a che fare con la ‘mala educación’ della politica corrente, che era una danza di pugnali e di coltellate nella schiena che non risparmiava nessuno. E, dunque, i gazzettieri dovevano stare attenti a non cadere come merli nelle trappole per uccelli. Lei all’inizio era stata, appunto, uccellata non poche volte, ma poi era diventata un’arpia, una strige che non guardava in faccia a nessuno. Così, le era capitato di arzigogolare un reportage su una dirigente socialdemocratica che si spacciava per orfana di padre. Mentre lei scoprì che il genitore di questa deputatessa Medace era ben vivo e vegeto, dopo avere passato un mucchio di anni in galera da commercialista che aveva dato man forte a una ghenga di bancarottieri e di milionari evasori delle tasse. Un bel brutto tomo questo ragionier Redace (sic), esperto in illeciti e traffici finanziari di ogni tipo, dovendo pure mantenere una famiglia parallela a quella ufficiale con una amante ucraina, che poi era banalmente la sua superformosa segretaria, da cui aveva avuto un paio di figli. Quando tutto il castello di carte false crollò e l’uomo finì in galera, la figlia ufficiale a sua volta falsificò carte e documenti e cancellò le tracce che portavano al padre, modificando l’iniziale del suo cognome. Gianna scoprì tutto e inchiodò l’imbrogliona che, inviperita, la querelò, ma in tribunale perse sonoramente, dovendo pure risarcirla doviziosamente. Davvero un bel colpo, che le fece acquistare grande credito presso i colleghi. Più sei iena e più ti rispettano, ripeteva Gianna. La morale era: divora se non vuoi essere divorato; come in natura no?

Slides (a cura di Marco Palladini)

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Sfogliando (o sfigliando) i libri e le opere di Testori, si poteva arrivare ad apprezzare i suoi tesori letterari e critici, un po’ meno i suoi tentativi pittorici, del resto presto abbandonati. Gianna amava scorrazzare in quelle zone periferiche meneghine che avevano fatto da sfondo ai suoi racconti riuniti nel libro Il ponte della Ghisolfa. Per esempio, s’intrufolava in quelle palestre ricavate da squallidi stanzoni seminterrati, dove si allenavano giovani pugili con i capelli crespi e gli occhi iniettati di veleno. Boxeur dilettanti che sognavano il Madison Square Garden e intanto stavano su uno sdrucito ring di quart’ordine a sudare e soffrire e poi ad offrirsi ai colpi d’incontro uscendo dal clinch, giusto per far scattare il montante destro che era, per esempio, il colpo prediletto di Hector, un ventenne colombiano, un welter, che lo usava a ripetizione per scuotere l’avversario, mentre col jab sinistro lo pizzicava fastidiosamente, indi lo finiva, facendolo stramazzare sul tappeto.

Un bel ganzo Hector che si definiva un figlio di cagna invalida e di vulva distratta. Sottoviveva in una borgata gremita di scimmiati che lo chiamavano scimmiotto per via della sua cute scura, ma lui diceva: in fondo, è meglio che essere definito scemotto. Anche se c’era il rischio talora di essere inseguito al tramonto da un’orda di scimuniti razzisti, vogliosi di linciarti. Gianna entrò in confidenza con Hector che le confessò, ad un certo punto, di essere un resuscitato. Che stai dicendo? Sì, un anno e mezzo fa, dopo un k.o. per mezz’ora sono morto, poi mi hanno riportato, non so come, in vita. Ma intanto avevo fatto un bel viaggetto nell’aldilà. Un viaggetto che poteva essere durato, per quanto ne posso capire, anche mille anni. Ma non ti ricordi nulla dell’altro mondo? Sì, qualcosa: ero a terra, apparentemente inanimato, poi riaprivo gli occhi e c’era un tizio sulla sinistra che mi guardava interrogativo, di sottecchi, ora accennando a parlare, ora tacendo ostinato. Era una situazione che rimaneva sospesa, non precipitava né in un senso né in un altro. Era tutto congelato per un tempo lunghissimo, sin quando si allungarono le prime ombre della sera, a quel punto fu il tizio a crollare al suolo, esanime. Io mi alzavo, lo guardavo con sgomento e me ne andavo via. Questo è tutto quello che rammento. Pensi che il tizio dell’aldilà fosse dio? Boh, non so, non mi sembrava, ma avrebbe anche potuto essere lui. Era strano, come un incantesimo, ma non era male, tutto sommato mi sentivo a mio agio. Essere morto, ho pensato, non è in definitiva tanto male. Gianna assentiva, anche se con un’aria vagamente perplessa.

Nel giornalismo militante c’era la scuola che auspicava la grammatica drammatica (e traumatica) della fantasia (ovvero l’infiorettare di cose possibili, ma non probabili il fluxus dei notiziari) e la controscuola che sosteneva la sintassi austera del pensare pedissequo, ove era d’obbligo l’obbedienza alle tracce dure e pure della notizia, che potevano scivolare però nel comico-demenziale, se è vero (Nietsche dixit) che non ci sono fatti, ma soltanto interpretazioni. Gianna V. non apparteneva né all’una né all’altra scuola. Soprattutto non riteneva che il giornalismo si potesse apparentare alla speculazione filosofica. Se era una speculazione, lo era in modo assai più ‘basso’ e volgare, un modo per acchiappare lettori e fidelizzarli anche in forme sordidamente ruffiane. Lei era stata, al principio, amica e seguace del famoso Claudione detto The King of Paparazzi, grazie alle cui dritte teneva una rubrichina di gossip e scandaletti seguitissima. Poi The King cadde dal trono e molti si smascellarono dalle risa per tale ingloriosa caduta, ma Gianna gli rimase solidale, lo andava trovare e grazie ad un pacchetto di foto riemerso dai suoi archivi, riuscì a confezionare un succulento servizio il cui succo era: la chiesa, si sa, non vuole e quindi i preti non si sposano, epperò tantissimi di loro scopano (anche con minorenni ambosessi); qual è la morale di questa patente ipocrisia ecclesiastica? Che sempre più persone guardano ai preti come dei mostriciattoli che predicano bene e razzolano male, malissimo. Il direttore di allora sparò il servizio anticlericale di Gianna in prima pagina, suscitando le vibrate proteste dell’ufficio stampa del Vaticano, a cui la reporter replicò gelidamente che era meglio che se ne stessero zitti, per non ricoprirsi di ridicolo e di vergogna.

Venne poi l’epoca in cui il debito statale si fece gigantesco, pressoché inesigibile e lo Stato faceva il sommergibile, si inabissava quasi per occultarsi e sparire chissà dove. Ma chi è lo Stato – commentava Gianna – se non tutti noi? Siamo dunque tutti noi che dobbiamo ripagare questo debito mostruoso, siamo noi che siamo, effettualmente, già sul lastrico, che viviamo dissennatamente al di sopra dei nostri mezzi, che siamo dei morti (finanziari) che camminano, senza sapere dove andare a parare. Unica alternativa, suggerivano gli economisti fantasiosi: metterlo in kulo ai debitori e non ripagare nessuno. La via più diretta, replicavano i realisti, per fallire e tornare al baratto primordiale, anche per accattarsi un tozzo di pane.

Gianna V. si fece un giro in famosi musei giusto per distrarsi un po’ con i quadri di un pittore che dipingeva secondo un ubriaco ritraendo figure sfocate e spennellando ampie campiture di colori brillanti. In altre tele si vedevano danze sataniche ai margini di quartieri quasi neo-neorealisti, nonché jovinotti e jovinotte rampanti e pimpanti, stile anni Ottanta, che yuppieggiavano a gonfie vele, o si dopavano a gonfie vene. C’erano quindi dei video straniati e allucinogeni in cui bande di lupi notturni si aggiravano circospetti, ben certi così di potere chiudere i conti a loro vantaggio. Dall’altro lato si muovevano manipoli di tremende e miserande ragazze con il rasoio in mano, ben decise ad emasculare i maschietti-galletti del loro villaggio. C’era inoltre il settore della Gender Art, con riflessioni e riflessi di neo-femminismo estetizzante, generato da una somma e, non di rado, sommaria irritazione politica versus il maschile; una artista gender radicale proponeva una installazione con un loop audio che strillava ambiguamente: parliamoci addosso oppure anche sputiamoci addosso!

Esasperata Gianna se ne andava sognando la ‘shavasana’, la posizione terminale della meditazione yoga che praticava in modo intermittente e che postulava uno svuotamento d’anima inteso come il fare il niente.

Nell’ambientaccio giornalistico quelli che apparivano le firme egemoniche erano a guardar bene dei demoniaci, tal quali ai preti simoniaci facevano vile compravendita nel mercato della notizia. Anime nere ed insincere che proprio perciò dominavano e condizionavano le vite dei colleghi. C’era qualcosa di spasmodico e patologico nel gettarsi alla ricerca di un mestiere cronistico che fosse reputato il migliore. Il che poteva anche essere qualcosa di anacronistico nel volere imporre e/o ricomporre situazioni giornalistiche che erano oramai irrimediabili, nel momento in cui il mercato delle news declinato secondo i media 2.0 e 3.0 aveva frantumato la centralità del ‘giornalone’ e del ‘giornalistone’, in uno sciame informativo che h. 24 dilagava nel cibermondo dei social. Gianna osservava e rifletteva sui processi in corso: c’era poi davvero da imparare dalle nuove dinamiche mediatiche tutto quello che i suoi maestri non le avevano mai insegnato e che, neppure lei, aveva mai insognato? I dubbi, nonostante tutto, permanevano, mentre ne parlava con la sua collega Ivana, una che stava in fissa con Amore tossico, un film che rivedeva a manetta perché le ricordava il grande amore della sua gioventù, spentosi dopo una overdose. Ivana medesima, peraltro, tirava avanti ingollando benzodiazepine a palla e quando la invitava a cena a casa sua, ne accadevano di ogni: il minimo è che bruciasse tutte le pietanze, talora che aprisse la finestra urlando come un’ossessa che voleva buttarsi di sotto e toccava trattenerla e calmarla. In redazione nessuno ormai si stupiva più, lo status obstupescente di Ivana era considerato la normalità e nessun direttore minacciava di licenziarla, in primis perché il sindacato si sarebbe opposto e, poi, perché Ivana era, comunque, una bella testa e un’ottima penna e amava citare un poeta underground palermitano, Nino Gennaro, che diceva. “O si è felici o si è complici”. Aggiungendo: io che ho la sabbia nella testa, sono ineluttabilmente una complice.

Gianna era stata spedita a interpellare un politico emergente che amava descriversi come un “leader emotivo”, sottintendendo che lui aveva un legame psico-emotivo fortissimo con i suoi elettori che lo riconoscevano proprio perché lasciava ai suoi gregari il ruolo di timonieri intellettivi, ovvero di tecnici esperti di amministrazione della cosa pubblica. Il soggetto che si chiamava Uccio Scaramuzzi proveniva dalla Sicilia orientale, e si diceva che il padre, piccolo imprenditore, avesse frequentato diversi uomini appartenenti a Cosa Nostra, tra cui, niente meno, un superkiller che si era attribuito oltre centocinquanta omicidi. Precedenti pericolosi, ma nessuno, finora, curiosamente lo aveva messo in qualche modo in relazione con qualche capomafia. Eppure, portava sempre gli occhiali scuri e non nascondeva atteggiamenti e comportamenti sbrigativi da autentico boss. Il suo segretario e portavoce disse al telefono a Gianna che “il capo non ama perdersi come un fannullone nelle spiagge della mente, preferisce spiaggiare la mente su un arenile pieno di comfort”. Le diede quindi appuntamento a Sabaudia in un villone che dava direttamente sul mare e dove aveva fatto installare una bizzarra simil-astronave in cui faceva accomodare gli ospiti affinché chiudessero gli occhi e sognassero di salpare per altri multiversi. Nel salotto e soggiorno non poco cafone e iperkitsch si muoveva una opulenta biondona che aveva le enormi zinne insaccate in un reggipetto a punta, dorato e griffato Jean Paul Gaultier. Seduto accanto ad un pianoforte che, probabilmente, nessuno sapeva suonare, c’era una specie di ideologo di partito che si smarriva in un flusso verbale, in cui la dimensione squisitamente cosale, ma pure casuale dell’essere in politica, slittava nel teorizzare che il nessundove del fare politico era equipollente all’ognidove, e quindi esserci o non esserci era poco importante, quello che contava era ciò che si comunicava e come lo si comunicava, non quello che significava. Gianna era già abbastanza stordita e confusa dall’atmosfera di tra un seminario di scienza della post-politica e un bordello a Tangeri, quando si appalesò lo Scaramuzzi in vestaglia arabescata e delle incredibili cioce fiammanti da emiro arabo. Le offrì una coppa di champagne e prese subito ad inveire contro il regime vigente in cui riscontrava una irremovibile forma di nolontà a cambiare le cose, nonché l’esercizio di un evidente potere oppressivo che era difficile anche soltanto pensare di scalfire. Barberio, l’ideologo, intervenne per precisare che il loro partito era, di fatto, un antipartito sorto per abbattere il sistema della metropoli metrofaga, in cui i cittadini si muovono a fatica, terrorizzati dai licantropi delle periferie e dai tossici brutali che stanno ‘a ròta’. Il leader emotivo riprese a sproloquiare e, alzandosi dal divano, fece un balzo in avanti per cercare un contatto ‘aptico’, vale a dire epidermico, con la giornalista. Che si ritrovò le mani dello Scaramuzzi addosso, sul busto, sulle braccia, sulle cosce, sul culo. Temette che stesse per violentarla. Invece, l’uomo si staccò da lei con un sorriso mefistofelico. Quello che ho fatto, aggiunse, oggi è reputato politicamente scorrettissimo, ma la gente, dalle partite Iva alle tute blu, mi ama e mi vota proprio per questo: per la mia totale, risoluta ripulsa del politicamente corretto. Nel contatto aptico le persone si incontrano, il tatto e la pelle consentono di procedere ad una riconfigurazione, a una ricombinazione dei rapporti umani concreti, ciò di cui abbiamo più bisogno in un tempo dove si è tutto virtualizzato e artificializzato. Barberio si intromise per asseverare che quando nella circolarità dei contatti relazionali si introducono elementi eterodossi, si possono indurre varianti senza fine che alludono all’eterno ritorno del sempre eguale e dell’ogni volta diverso. Scaramuzzi scatarrava parole a mitraglia, non dando il tempo a Gianna di replicare o di fare una domanda. Lui monologava e toccava e ritoccava le maxitette della biondona che si era accoccolata vicino a lui. Poi raccontò che lo avevano invitato in centro America per una visita in puro stile Mexico & sangue, pallottole & nuvole tra Durango e Culiacán, ma lui non aveva ancora deciso se andarci oppure no. Gianna approfittò di una breve pausa per chiedergli, allora, se sapesse della spaventosa mattanza femminile che si consumava da quelle parti, e delle complicità con un narcoregime che non si può arrestare, dotato com’è di un agguerrito esercito privato di killer a pagamento, che pattugliano le strade h. 24 con auto blindate e pick-up su cui sono montate delle mitragliatrici a treppiede. Ma Scaramuzzi insorse in piedi, annunciando che il suo tempo era scaduto: la farò riaccompagnare all’auto. E non mostri, soggiunse, quella faccia delusa. Un mio amico americano le avrebbe detto: “Don’t cry because it’s over, smile because it happened”.

Naturalmente la giornalista scrisse, poi, un articolo peste&corna versus il leader emotivo, non sottacendo nulla. Ma quello se ne impipò e si guardò bene dal querelarla. I sondaggi lo davano sempre più in alto. Volavano i gradimenti. Oramai, masticava amaro Gianna, più si è dei farabutti e più si allargano i consensi. Il ruolo della stampa era palesemente residuale. L’ex direttore Nattino, ogni volta che la incontrava, glielo ripeteva: ma chi te lo fa fare ad addannarti, i giornali sono sempre più indebitati. Sopravvivono ancora perché li comprano i vecchi e i pensionati come me. Ma la pandemia ne ha fatti fuori un bel po’. Quando non ci saremo più, non ci saranno più i giornali cartacei, è matematico. Del resto, non stanno sparendo i cd? Sono un tecnosauro, come dicono gli esperti, ovvero un oggetto dello scorso secolo oramai obsoleto, che è tramontato dopo meno di quarant’anni di vita. Sì, è vero, stanno tornando i dischi in vinile, ma sono per una nicchia di mercato, per pochi amateur un po’ snob. Come quelli che ancora si fanno confezionare gli abiti su misura da un sarto di famiglia. Pure quello è un mestiere decaduto. Il mio sarto personale è più vecchio di me, tra non molto morirà, anche perché non ha più clienti.

La poesia, invece, più è desueta e totalmente priva di mercato, più è forte e sta in salute. Lo sosteneva un vicino di casa di Gianna, tale Giorgio Canestrazzi, che nel quartiere chiamavano “il piccolo vate” e che si era costruito una sorta di pedana da speaker’s corner in un parchetto comunale, dove declamava i suoi versi: come “Satori a Pantelleria” o “Spezzare la nera roccia” in cui si scagliava contro uno dei maggiori fondi d’investimento planetario, chiamato Blackrock, il cui ‘ceo’ gestiva la strabiliante cifra di 8mila miliardi di dollari: una ricchezza superiore ai Pil di non pochi paesi e, forse, di interi continenti.

La giornalista, assai incuriosita, gli dedicò un profilo in cui Canestrazzi rivendicava di essere un poeta tra l’ermetico e l’engagé e non si peritava di dichiarare: la poesia è per definizione perduta, se non è perduta non è poesia. Io abito la poesia o, meglio, abito poeticamente il mondo che vedo come una macchina, una macchina complessa da abitare, che è cosa diversa dall’abitare la macchina, cioè subirla e basta, concezione edilizio-costruttiva basata su un funzionalismo minimale come quello dell’architettura moderna che detesto, opponendogli la progettualità post-moderna capace di inglobare pure la visione neobarocca, che ha preso piede a partire dalla fine degli anni Sessanta. Sì, ma la poesia che c’entra? Domandava Gianna. C’entra, perché la poesia entra anche nell’architettura, come in ogni altra manifestazione della vita. Al presente, si scaldava il Canestrazzi, menti scellerate sembrano negare qualsiasi cosa ovvero, di contro, affermare di tutto, col risultato di accrescere la confusione delle menti, di implementare il tasso di entropia delle reti sociali e social, che la gente continua a frequentare in automatico, ma senza avere più alcuna fiducia in alcunché. Pure la religione è in crisi di credibilità, persino il pontefice non sa più dire una parola convincente su dio, se la mena sull’ingiustizia secondo fosse un sindacalista dell’anima. Soltanto la poesia, creda a me, sa riattivare un senso del sacro, sa introdurci nei labirinti del metafisico. La giornalista riportava fedelmente le sue parole, stampandole abbastanza scettica. Ma, dovette ricredersi, quello fu uno dei suoi articoli più letti. Ad onta del fatto che nessuno si degnassse più di leggere la poesia, erano poi in tanti ad ascoltare la voce di un poeta. Contraddizione che i gazzettieri rimuovevano, non riuscendo a trovare una spiegazione plausibile.

Gianna, in ogni caso, dopo l’incontro con Canestrazzi non si mise a leggere testi poetici, anche perché era appassionata di ‘mistery’, pure nella vita professionale. Così, si gettò a pesce sulla storia concernente la scomparsa di una coppia, lui 29 anni, lei 26, che viveva palesemente al disopra dei suoi mezzi. Il forte sospetto degli inquirenti era che non riuscendo a ripagare dei forti debiti, qualcuno della criminalità organizzata li avesse rapiti e, quindi, disciolti nell’acido o in qualche altro modo secondo le tecniche dette di “lupara bianca” (impastati nel cemento, divorati dai maiali in una porcilaia, precipitati in una cava di pietra pressoché inaccessibile, gettati in un pozzo artesiano etc.). La coppia di belli e vanesî, aveva seminato selfie in ogni dove nella rete, lui esibendo i suoi pettorali e la ‘tartaruga muscolata’ dell’addome, lei le sue tette rifatte e un deretano a mandolino degno di ogni nota. Coppia supersexy, che si proclamava analcolica, ma poi pare che pippasse coca in dosi industriali. Lui si definiva imprenditore, ma non si era mai capito di che cosa, lei si spacciava come modella, ma non risultava, più probabile fosse una ‘squillo’ d’alto bordo. La giornalista si mise a seguire diverse piste, ma senza significativi riscontri, finché qualcuno le fece un nome che portava dritto ad un astrofisico che stava completando una cartografia dell’energia oscura del caosmos, e che stimava esistessero almeno 2mila miliardi di galassie, ognuna delle quali era verosimilmente costituita da centinaia di milioni di stelle. Ok, ma che c’azzecca con la coppia di fighettoni sparita? Ecco, ricostruì, sembra che lui si fosse inopinatamente appassionato a queste ricerche cosmologiche e, in veste di sedicente imprenditore, avesse promesso all’astrofisico di trovargli consistenti finanziamenti. Che sulle prime arrivarono copiosi, poi il flusso si arrestò, nonostante le proteste dello scienziato. Il quale, a sua volta sovreccitato e vanesio, aveva fatto promesse a destra e a manca che non riusciva più a mantenere. Ed era così andato fuori di testa. Secondo la ‘gola profonda’ della giornalista le cose potevano essere andate più o meno così: che i due belloni si pensavano lucidi, ma erano soltanto dei luridi e si erano fidati di soggetti ancora più trucidi. A cui non era bastato più scoparsi la ragazza tutte le volte che gli tirava la minchia. L’avevano portata via e poi venduta in un bordello-harem del Medio Oriente. Il giovanotto prenditore e millantatore si era trovato a dovere fronteggiare le ire dell’astrofisico che impazzava come un impazzito e patafisico neo-Dottor Faustroll, che aveva perso ogni credibilità nell’ambiente della scienza più o meno ufficiale. Lui, però, doveva conoscere l’esistenza di laboratori segreti dove le persone vengono annichilite mercè potenti apparecchi laser che dissolvono ogni traccia di vita. Il mistero è che pure lo scienziato era scomparso. Pure lui deionizzato in un bagno chimico come fosse un metallo tipo il cloro o il cadmio?

Story-telling interessante, direi quasi affascinante, ma le prove? Gianna non aveva nulla di concreto in mano. Forse avrebbe potuto scriverci un bel racconto mistery, ma non era il suo mestiere. Dovette rinunciare al suo reportage, non avendo tirato fuori un ragno dal buco, peraltro esattamente come i poliziotti, ai quali del resto della sorte dei due bellimbusti non poteva fregare di meno. Sarebbe diventato il classico ‘cold case’ su cui tra dieci o vent’anni avrebbero fatto intere serate televisive.

Intanto il suo direttore, Lorenzo Finzi, se la pigliava con i ‘crittici’ del giornale, ma poi, se non li ricusava, quanto meno non scusava i suoi redattori pigri e mollaccioni che non spostavano il culo dalla sedia. Li arringava con foga: se non sapete usare la vostra testa di kazzo per stare ‘sul pezzo’, consumate almeno le suole delle scarpe! Così, Gianna che era una di suo alquanto dinamica, lo convinse a spedirla in oriente per andare a cercare quell’ipotetico bordello-harem dove sarebbe stata reclusa la sexy-call-girl scomparsa. In effetti, era come sperare di ritrovare un ago nel pagliaio. Ma la giornalista era piena di risorse e, alla fine, trovò una guida in un sensale di Beirut che conosceva come le sue tasche il sottomondo della prostituzione mediorientale e, adeguatamente assoldato, le fece fare un istruttivo ‘puttan tour’ in una quantità di case chiuse dove si potevano trovare sia abbondanti cascami di carni mignottesche, spesso più che mature, per clienti in cerca di soddisfare i loro vizi sadomaso con una ‘domina’, sia defilé di corpi davvero splendidi di novizie tanto trasgressive quanto aggressive; il grosso era rappresentato da moltitudini di infaticabili sex-workers schiavizzate e costrette a ripassarsi una media di venti, venticinque maschi al giorno. Una di loro, che aveva fatto la ballerina, confessò a Gianna che avrebbe voluto ritrovare un po’ di serenità e qualche lampo della artisticità perduta e che, dopo ogni copula, soltanto i quattrini che steccava con la maîtresse le facevano riguadagnare un minimo di stima in sé.

Lungo le piste del ‘puttan tour’ si spinse fino a Dubai che, coi suoi lustri ipergrattacieli in mezzo al deserto, illustrava una archeologia del presente insieme stupefacente e demoralizzante. Lì i danarosi turisti non davano luogo a volgari gazzarre, però nei ristoranti si alimentava talora una bagarre tra habitué e principianti che si abbandonavano senza freno al rumoreggiare di peti e a scoppi inconsulti di risa. Il paesaggio del futuribile remoto incarnato da Dubai celava luoghi introvabili e, certamente, indimorabili in cui i ricchi prosseneti si addavano ad una ricerca accanita e assurda, anzi tanto più accanita quanto più assurda, del piacere dei piaceri, come se dalla combinazione sovralimentata di oppiacei e sesso, potesse scaturire la formula perfetta della felicità terrena. È comunque in quei paradisi artificiali della surmodernità di Dubai, che Gianna ebbe notizia di una ragazza italiana che diceva di chiamarsi Anita ed era stata ribattezzata come ‘la Garibalda’, la quale era transitata nei bordelli-harem di vari emiri. Dove fosse da ultimo finita non lo sapeva nessuno. Voci e tracce rizomatiche sembravano spostare con forza i confini dei racconti, ma mostravano per intero la loro debolezza. La giornalista riuscì a parlare al telefono con una ‘collega’ di Anita, dietro cui sentì l’urlo rauco di un’altra sgualdrina che parlava come Churchill: forse, anzi senza forse moriremo, ma non ci arrenderemo mai! Le parvero le ultime parole (in)famose di chi, distrutta dalla cattività sessuale, non vuole comunque smettere di sperare contro la speranza. Per farla breve, di Anita non riuscì a sapere altro, nemmeno se fosse ancora viva o l’avessero uccisa e impiombata in fondo al mare. Ma se non altro, Gianna riuscì a confezionare, con un fotografo locale, un dovizioso reportage su Dubai ‘by day and by night’, che il direttore apprezzò assai e che di nuovo sparò in prima pagina per l’invidia marcia di tanti altri redattori.

Ebbene sì, in redazione non pochi colleghi prima pazienti, si erano spazientiti, e rimbombavano frasi e commenti su Gianna V. all’insegna del più bieco maschilismo: “quella si dà tanto fare perché non scopa”, “le dovremmo trovare uno stallone che le sfondi la figa”, “no, secondo me il kazzo non le piace, anche se non fa coming out, quella è una infame lesbicaccia, dammi retta”, “sì, sì, è una lesbicona a sua insaputa ah, ah ah, ah, ah, ah!”. Redattori trucidi non dissimili dai medici che si fanno carnefici tal quali al dr. Josef Mengele in quel di Auschwitz. Redatori agés che non facevano finta di non capire (di non voler capire) le colleghe donne e che reputavano, comunque, i giovani sempre divisivi e lavativi, mentre proclamavano essere i vecchi i soggetti decisivi per la tenuta del sistema, avvalorando la gerontophilia oscura del ventre rancido della società italica. Redattori che si davano di gomito e ridacchiavano oscenamente alla storiaccia di una pornostar ventiseienne, Sagitta Lover, che aveva sposato un miliardario settantanovenne per sollazzarlo un po’ prima che crepasse, ma intanto quello non crepava e si era fatto innestare una sorta di sostegno idraulico al membro e pretendeva ancora di penetrare in tutti i fori la sua voluttuosa metà, predicando una sorta di Tao dell’eros che, a suo dire, gli avrebbe allungato indefinitamente la vita. Così, la reginetta del sesso, sempre più indispettita dalla resistenza del vecchiaccio e stufa di, letteralmente, ‘dargli il culo’, prese a somministrargli, per compiacerlo, pillole stimolanti in quantità sempre maggiori, sinché una sopraddose di tali pasticche lo spedì finalmente all’altro mondo e lei mise le predaci mani su una fortuna stimata in circa tre miliardi di euro tra beni immobili, mobili, preziosi e opere d’arte. Subito accusata dalla servitù, che agognava pure lei l’ingente kapitale, Sagitta venne arrestata, ma le prove provate contro di lei non si trovarono, così dopo quattro mesi fu scarcerata, incassò tutta l’eredità, vendendo ville, case e palazzi, e sparì dalla circolazione finendo, secondo alcuni, in qualche buen resort dell’America Latina o in qualche esclusiva isoletta privata degli atolli polinesiani.

Gianna aveva sempre tenuto duro di fronte ai ripetuti mobbing redazionali e considerava quei suoi colleghi, maschi volgari e cinici, dei veri poveracci, che si trastullavano con la risacca del giornalismo, inetti ad intendere che il tema all’ordine del giorno era: progettare il chaos per annichilire il kosmos? Oppure promuovere il kosmos per neutralizzare il chaos? Ma la faccenda così posta, non appariva alquanto manichea? Siamo sicuri che il nero chaos e il bianco kosmos siano due cose diverse e contrapposte? O non piuttosto sono la medesima cosa con dominanti ogni volta variabili? Il mondo delle ‘deep news’ avanzava nel XXI secolo e per i ‘giornalari’ incanutiti non c’era davvero più posto.

Intanto, però, grandinavano le normali, pessime notizie della cronaca quotidiana: la bimba dodicenne bullizzata dalle crudeli compagnucce di scuola per il suo aspetto mascolino che finiva per impiccarsi in casa: il ragazzino tredicenne che si metteva lo smalto blu sulle unghie delle mani, insultato a sangue da altri regazzini – frocetto schifoso! Gay demmerda! Culattone infame! – e quindi massacrato di botte; l’infante di quattordici mesi migrante per caso e/o per necessità che scivola in acqua e annega, e i genitori tanto distratti quanto disperati contano i giorni senza sapere quanti a loro stessi ne restano da vivere, se il sopravvivere migrante è una mera scommessa, cioè un periglioso azzardo. Gianna non poteva non rilevare la contraddizione evidente tra il rifiuto, sul piano popolar-populistico, della diversità appena si manifestava nella vita quotidiana e, insieme, l’impazzare sul piano del successo social-mediatico tra i minorenni di modelli spuri di K-pop più trash del trash, dove ogni deformità, travestimento, transessualismo, artificiosità kitsch e ipercamp e e trap e quant’altro, era auspicata, blandita, elevata a tormentone di moda.

Il sopramondo virtual-mediatico tutto lustrini, immagini, quattrini, sculettamenti depensanti, tatuaggi tribali e finti sorrisi&canzoni, sembra completamente immune rispetto al sottomondo abitato da rozzi scimmioni, vittime predilette di ogni sorta di vampiri e parassiti, avanguardia tetra degli androidi paranoici (annunciati decadi fa dai Radiohead) che si diffonderanno ‘all over the world’ e più di un brivido correrà lungo le reti neurali, e come un virus si interfaccerà col pluricosmo telematico, riducendo gli scimmioni a obbedienti schiavi, depotenziati, disabilitati a immaginare una qualsiasi alternativa.

Talora, nei weekend, la giornalista andava a riposarsi nella casa di un vecchio amico che si era ritirato in campagna, là dove il mondo appariva immoto nelle mattine salutate dal roseo albeggiare, in cui dietro la fattoria il figliolo adolescente faceva il tiro a segno, sparando su delle lattine di birra, come aveva visto fare in qualche film western. L’amico le mostrava i suoi progetti per una architettura congetturale, che Gianna non capiva proprio che cosa fosse. Poi, dopo pranzo, si rivedevano nastri Vhs, nientemeno, di antichi film noir in cui c’erano sempre delle zecche, spie rosse e russe, che venivano eliminate nei modi più eccentrici. Gli occidentali 007, assassini seriali dei ‘commies’, pronunciavano regolarmente frasi lapidarie che somigliavano a delle sentenze. Ogni parola, ancorché fumettistica, era una sequenza di pugnalate, o una raffica di pallottole che raggiungevano il bersaglio grosso. Dorando, il suo amico, nonostante la sua vita apparisse una natura morta o, forse, proprio a causa di ciò, aveva un costante sguardo malinconico, la moglie, Maria Pia, era una donna scevra di vere convinzioni, epperò prona di fronte alle più borghesi convenzioni. Una coppia malata, secondo Gianna, ma perfettamente compatibile, non credendo più a niente. Il destino è qualsiasi cosa, ragionava Dorando, anche un mio ex amico di queste parti, un fabbro quarantenne rimasto disoccupato e via via con la mente obnubilata, che è uscito di casa un brutto dì con la sua doppietta da caccia e ha fatto una strage: ha sparato alle prime cinque persone sorridenti che gli si sono parate di fronte. Il loro sorriso è stato la loro condanna a morte. Ecco il destino è anche chi non sopporta la felicità, anche relativa, del prossimo. E lui che fine ha fatto? È andato in cima ad una collina e si è suicidato, sparandosi in petto. Voglio raccontarla questa storia, disse con tono deciso Gianna. Sì, fai bene, replicò Dorando, ma in fondo a che serve? Del senno di poi sono piene le fosse cimiteriali. Quest’ultima affermazione demoralizzò alquanto la giornalista, mentre l’uomo, stravaccato sul canapè della veranda, sbuffava fumo, dopo avere aspirato una Gitanes senza filtro. Avrebbe voluto avanzare le sue controdeduzioni, ma invece tacque. Il sole stava tramontando, mentre lei consumava l’ultima tazza di tè verde, sgranocchiando un intero pacco di barrette di wafer alla nocciola. Tra sé e sé pensava: ma il mio mestiere in fondo serve a qualcosa? O ha ragione Dorando? Forse serve e insieme non serve, si rispose. Le venne in mente uno zio prete alquanto eterodosso, che non si peritava di affermare: può un sant’uomo essere al contempo un bastardo? Certamente sì, perché ogni soggetto, anche il più credente, è un ossimoro vivente.

Dorando, lungagnone barbuto e un po’ indolente, la riaccompagnò alla piccola stazione di provincia col suo pick-up. Prima di congedarla, le si rivolse serio: vedi, c’è chi resta sempre fermo e stabile come me, eppure è ricolmo di inquietudine, e chi invece si muove di continuo e non dà punti di riferimento come te, e nondimeno è quieto e solido, quasi granitico. Sul momento, Gianna non lo prese per un complimento e salì sul trenino a scartamento ridotto con l’aria rabbuiata. Sulla banchina c’era un manipolo di ragazzacci che scherzavano all’indirizzo di una matrona ancheggiante: “Bella ahò! L’animaccia tua!”. La giornalista sistematasi sullo scomodo sedile di similpelle, per astrarsi prese a compulsare sull’Ipad un iconotesto con immagini di un reportage effettuato in Asia, in una zona dell’altipiano tibetano. La colpì una foto che mostrava il volto di una donna che trapelava fuori da una tenda-gazebo piantata in una landa desertica. Era una immagine vivida eppure metafisica. Il viso abbrunito della donna matura esprimeva una durezza che conteneva in sé, però, una risolta plenitudine: stava dove voleva e dove era giusto stare. Pensò, allora, per analogia, che il lavoro di reporter era ciò che voleva e che, per lei, era giusto fare. Si sentì a quel punto rasserenata, quasi completamente rilassata.