GLI SCHIAVI DEL BURKINA FASO OVVERO LA FOTOGRAFIA DELLA POVERTÀ AL TEMPO DELLA PAURA

Una denuncia al Tribunale dei Diritti dell’Uomo contro il Governo del Burkina Faso con il reportage in forma di appello “Gli schiavi del Burkina Faso 2014”

di Pino Bertelli

Gli schiavi del Burkina Faso. Un reportage di Pino Bertelli in forma di Appello al Tribunale dei Diritti Umani contro il Governo del Burkina Faso per violazione della dignità, del rispetto e della bellezza di uomini, donne e bambini!

Gli schiavi del Burkina Faso sono centinaia di persone che lavorano nella cava di pietre del Ouagadougou, capitale del Burkina Faso… La cava è in mano al malaffare… e bambini, donne, uomini ricevono pochi centesimi a cesto di pietre… La cecità è l’infortunio più frequente… La corruzione passa sotto silenzio e nessuno denuncia questo crimine contro gli ultimi della terra!

Il mio amico e Maestro Don Andrea Gallo diceva: “Il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto”

Portfolio di Pino Bertelli

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SULLA FOTOGRAFIA DELLA POVERTÀ

In ricordo di Aziz,
un bambino burkinabè morto di stenti nelle mie mani…
intanto una multinazionale canadese scavava l’oro nel suo villaggio, dopo averlo distrutto…

“…ciò non toglie che l’idea degli anarchici di annientare qualsiasi autorità
resti una tra le più belle che mai siano state concepite…”.
E.M. Cioran

1.

La fotografia della povertà al tempo della paura planetaria contiene una disperata vitalità che si manifesta nei ritrattati per amore della vita… la fotografia della povertà non ha uno stile perché li contiene tutti e tutti li viola… è una sorta di pastiche visuale che intreccia archetipi, forme e linguaggi della fotografia insegnata e schiude l’immaginario liberato all’impossibile… esprime il diritto alla differenza e come un laboratorio di falegnameria, metallurgia, calzoleria, tessitura, edilizia ecc., affabula una ritrattistica del desiderio, delle passioni, della fine del calcolo egoista di una minoranza di saprofiti col vezzo della frusta, del bastone o del fucile, e attraverso una filosofia libertaria della scrittura fotografica in forma di utopia, invita a conquistare una vita più libera, più giusta e più umana.

 

2.

La fotografia della povertà si oppone alla pedagogia autoritaria che autorizza la coercizione economica, poliziesca e religiosa… è l’elogio di uno stile di vita che impara a vivere nel superamento della predazione finanziaria, terrorista, militare che avvolge il mondo… denuda l’impostura dei profeti, dei tiranni, dei capi di stato e assalta il nichilismo e il cinismo delle mafie multinazionali connaturate con le partitocrazie e il crimine organizzato. I fotografi della povertà lavorano per la solidarietà verso gli ultimi, gli sfruttati, i massacrati dall’ordine dell’ineguaglianze per la ricerca della felicità di ciascuno e di tutti. L’anatema (separato e maledetto) dell’immagine povera denuncia il totalitarismo delle religioni, la crudeltà dei governi e dei regimi “comunisti” e fa della compassione, della pietà laica, del rispetto, il principio di eguaglianza in ogni “persona fotografata”… l’odio consolida le gogne dei carnefici, l’amore il diritto di avere diritti.

 

3.

La fotografia mercantile è un sommario di decomposizione, una sfilata di bruttezze inconfessabili, una successione di banalità assolute, un avvilimento dello spirito legato a un formulario di idiozie che passano nelle gallerie, musei, riviste, libri, video, scuole, calendari… la cartografia dell’industria fotografica è un dossologia di mediocrità truccate ad arte che si disfano nel delirio, nella trivialità e nella noia. Sovente in ogni fotografo — specie italiano — si cela un imbecille fulminato dalla fotografia sulla strada del mercato… la fascinazione del mito incatena al proprio oggetto d’arte, anziché liberarsene. Le vigliaccate della fotografia consumerista sono tutte conosciute e deliberate nel consenso e nel successo, l’euforia è quella dell’idiota che vede in se stesso il riflesso di un simulacro… la conoscenza della fotografia autentica ridesta la coscienza, la sua mercificazione servile l’uccide.

 

4.

L’entusiasmo degli imbecilli (specie di sinistra) in fotografia e dappertutto è deleterio… non hanno ancora compreso che la differenza tra intelligenza e stupidità è nella maniera di maneggiare l’arma della verità (anche con la fotografia)… la distruzione pura e semplice degli idoli porta con sé quella dei pregiudizi (la lotta al terrorismo dell’Isis è lo spettacolo dei poteri istituiti per continuare a dominare il mondo che alimentano nel terrore… gli uni e gli altri fanno parte della stessa delinquenza e la paura che fanno colare dai media serve ad innalzare i dividendi delle borse internazionali attraverso l’economia di guerra). Gli affari sono affari… i “potentati” dominano il petrolio, il gas, i diamanti, l’oro, la droga, l’acqua… e a New York come a Mosca, a Parigi come a Berlino, a Bagdad come a Roma… una barile di petrolio vale più di mille bambini affogati nel Mediterraneo, ammazzati dalla bombe della “democrazia esportata” o da quelle dell’idolatria terrorista… l’odio contro la vita è lo stesso… la rapina, il saccheggio, il genocidio sono le ultime “fatalità” che giustificano una civiltà che si spegne.

 

5.

La fotografia della povertà, quella che fanno i popoli in rivolta o i bracconieri d’immagini del giusto, del buono, del bello — non è quasi mai raccontata dai fotoreporter dei grandi tele/giornali proni a tutte le genuflessioni — … la fotografia della povertà quella che disvela la violenza per interdirla… porta a riflettere sulla ferocia della casta al potere… denuncia le vie della crudeltà che i politici sono pronti a percorrere per non perdere i privilegi che gli elettori hanno conferito alle loro menzogne elettorali… stupidi e contenti che una tale razza di serpi abbia fatto del cinismo il proprio consolidato dominio. Darei tutte le immagini del mondo per un attimo di autentica libertà e vedere impiccati ai cancelli dei giardini nell’ora del tè i responsabili di una vita quotidiana inumana. Fedi, ideali, promesse di felicità… sono le forche della prossima peste finanziaria e la paura, il terrore, la violenza impongono a tutti di tremare ad ogni caduta o impennata della Borsa… l’alienazione dominante è l’ideologia della santità economica e l’inumanità ordinaria nasce dallo snaturamento dell’uomo trascolorato in merce.

 

6.

L’immaginario della povertà non si articola su false corone di spine o facce da pagliaccio del circo parlamentare… è un rizomario di aggressioni, torture, uccisioni e interroga i mandanti di questi funesti teatri di guerra che gli stati chiamano legittimità, i poveri massacro. La partitocrazia fa cantare la libertà sul filo della mannaia… l’armatura insanguinata delle banche, dei partiti, delle chiese, dei mercati (e la clemenza delle rivolte generazionali) assicura il profitto ai crimini del potere. L’umanesimo consumerista ha sostituito i canti delle insurrezioni popolari, favorito i lacchè dei partiti e la manchevolezza degli schiavi incapaci di ostacolare la giustizia dei burocrati, dei ladri, degli affaristi… liquidare una dittatura (con tutti gli strumenti necessari, non solo con la fotografia) non è cancellare una sacra effigie, ma eliminare una dottrina.

 

7.

L’istituzione teatralizzata dei poteri forti e dei terrorismi religiosi va processata per crimini commessi contro l’umanità… le guerre alzano i dividendi delle borse internazionali e tutti i governi giocano sporco… la società mercantile detta le sue leggi e i diritti più elementari degli uomini sono sepolti sotto cumuli di cadaveri ad ogni angolo della terra. I virtuosi dell’assassinio legalizzato (i capi di Stato dei governi ricchi, dei regimi “comunisti” e dei fanatismi profetici) hanno elevato il macello a livello di spettacolo e i popoli inebetiti nel terrore urbanizzato plaudono o temono la paura in bella uniformità. Il libero profitto allarga i ceppi di improbabili libertà e le mafie del petrolio, del gas, del mercato delle armi, dei media… promettono a tutti “pulizie etniche” che preservano il capitalismo parassitario e i beni di consumo sostituiscono la gioia di vivere.

 

8.

La pace si fa con la pace… i paradisi sono tutti sulla terra, come gli inferni… destituite le mitologie sul “buon governo” e sconfitto il martirio terrorista (che è il sottoprodotto di visioni messianiche e prolungamento di macchinazioni finanziarie internazionali), le illusioni e le seduzioni dell’ordine costituito franano sui loro stessi escrementi. Nella partitocrazia la pratica della verità è ridotta a un esercizio da confessionale e alla macerazione del giusto che ne consegue cancella il rimpianto di un’antica felicità. Ogni tirannia è divina… i privilegiati mantengono il sorriso delle iene nei salotti televisivi e sulle ceneri delle costituzioni determinano divieti, sopraffazioni ed accessi alla clemenza delle istituzioni che assicura le ruberie alle cosche dei partiti.

 

9.

La fotografia della povertà accusa la ferocia predominante e invita all’accoglienza del vivente per amore della vita… la stupidità nella fotografia corrente si riproduce per inerzia e incensa la crudeltà dei mezzi d’informazione che nessuna educazione all’amore si è impegnata ad allevare… il riconoscimento economico rovina il progresso dell’umano e la fotografia diventa la menzogna che dissimula se stessa. Una puttanella nuda sul cofano di un’auto viene fotografata alla medesima maniera di una donna profanata da solerti soldati e poi squartata e data ai corvi… un divo del calcio, della televisione, del cinema, della moda, della canzone o uno chef perfino, sono immortalati nell’immaginario collettivo nello stesso modo di un bombardamento aereo su popoli impoveriti… terroristi e terrorizzati si confondo nei telegiornali e sulla carta stampata… la paura è planetaria e a generare la paura sono il fanatismo religioso, il fanatismo dei mercati e il fanatismo dei partiti… tutti stanno al gioco e anche gli operai giocano in borsa… i dividendi delle banche salgono col numero di carneficine santificate dal disordine pianificato dei centri di potere… la follia dei miserabili non conosce frontiere… ogni morte ha i suoi spettacoli che si richiamano a un dio o a uno stato fondati sul dolore secolare dei popoli.

 

10.

La fotografia della povertà non è povera… è un rizomario di desideri, di passioni, di lacrime umiliate dalla storia degli esclusi, dei violati, degli scartati… la fotografia così fatta, considera utile insegnare la propria arte dispensando a chi lo vuole la ricchezza delle proprie conoscenze… elimina l’oppressione aprendosi alla vita. Contiene l’allegro disprezzo di Rabelais, Cioran o Pasolini nei confronti della pedanteria intellettuale e tende a liberare la coscienza sociale dall’influenza che la civiltà consumerista promana nella corruzione nel profitto.

 

11.

Il rimbecillimento mediatico esibisce il criminale per meglio dissimulare il boia che ha contribuito a creare… se la verità ha un senso, è proprio quello di promuovere la bellezza, la giustizia e abbattere i dispotismi dei predatori d’ogni casta: “Lo spettacolo delle commemorazioni è solo la messa in scena di una memoria morta” (Raoul Vaneigem). La fotografia della povertà scava a fondo il marcio delle politiche imposte, riporta alla luce i fatti occultati, respinge i linguaggi della paura che sono l’autarchia della delinquenza istituzionale. Il terrorismo è una vendetta che nasce dall’odio e chi sa solo odiare non potrà mai competere con l’odio profondo che la civiltà dello spettacolo ha istituito contro gli insorti del desiderio di vivere tra liberi e uguali. La giustizia dei tribuni, dei burocrati, dei populisti, dei terroristi… è sempre iniqua… bugiarda… spregiativa… e va sconfitta… forse è giunto il momento d’imparare che a volte basta solo un soffio di profonde rivolte sociali per abbattere muri, califfati, palazzi eretti per durare in eterno.

 

12.

Va detto. Il ricorso alle guerre, alle repressioni, alla macellazione di popoli inermi mascherano la “buona coscienza” degli assassini… anche i terrorismi sono parte dell’allevamento concentrazionario dei poteri in armi e dietro ogni mitra o bombardamento a tappeto c’è un bel vestito Armani o un’automobile con tutti in comfort necessari per la famiglia… la critica radicale della vessazione spettacolare comincia là dove si conquista la vita ed impedisce ad ogni potere l’edificazione della realtà sulla paura. La misoginia islamista, come l’ipocrisia capitalista, hanno offerto il fianco agli sgherri in formato grande… i condannati all’esclusione, alla disperazione, alla miseria delle periferie sono la rogna terrorista che giustifica la “pulizia etnica” in atto… rompere il circolo vizioso del giudizio e della colpa significa eliminare le malversazioni e le rivalità tra poteri… ogni barbarie è una barbarie di troppo e sono sempre i poveri a pagare per la cupidigia del branco di “mangiamerda” di Wall Street. L’indignazione a viso scoperto deterge il cretinismo delle religioni, delle ideologie, della violenza suicida, dell’oblio consumerista e alla repressione poliziesca, religiosa e dei mercati oppone l’insurrezione della bellezza, della giustizia, della vita buona e la rifioritura del genere umano nella pace.

 

13.

La fotografia della povertà non incita all’insubordinazione generalizzata… lavora per dissuadere gli uomini e le donne del libero spirito a non affidare né delegare il bene pubblico a criminali, corrotti, ruffiani, imbecilli a tutto campo… avverte che la partitocrazia è un corollario di effetti speciali con i quali assecondare le inclinazioni dei cittadini verso emozioni indotte, più che verso verità politiche… la giustizia dei ricchi non è la giustizia dei popoli… l’onore dei capi di Stato è sempre stato il disonore di una nazione e la spada, l’aspersorio e il fucile sono stati gli strumenti di Mosè, Cristo e Maometto per sottomettere le folle nel letargo delle anime. Guerrieri, mercanti e criminali sono avvolti nella magnanimità di ogni potere arricchito con saccheggi, spoliazioni, violenze… i fanatismi esprimono la brutalità dell’uomo con i concetti di castigo divino, decadenza, caduta, colpa e libero arbitrio… l’uomo non è mai nato libero da nessuna parte ma ovunque è tenuto a catena.

 

14.

La fotografia della povertà è una visione dell’esistenza che si emancipa sull’universo libero, egualitario, fraterno dell’umanità… crea situazioni poeti-che, politiche che impediscono qualsiasi arretramento di fronte alla disumanità della domesticazione sociale… la fotografia della povertà contrasta le sciocchezze edulcorate che la negano… respinge l’alienazione dominante e la servitù volontaria… la fotografia celebrata cede il posto alla sua immagine e s’innalza a oggetto di spettacolo e, come sappiamo, “lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo e l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza” (Guy Debord). Fotografare il sangue dei giorni significa sommuovere i bassifondi dell’animo… creare e trasmettere le proprie sofferenze, volere che altri vi si immergano e le assumano su di sé, le rifondano, le rivivano, le disperdono nei cieli svaligiati dell’utopia e fare della propria esistenza un’opera d’arte.

 

15.

La disumanità del passato si riflette sulla disumanità del presente che la società mercantile coltiva nella criminosità… non si tratta di far saltare in aria statue, torri, monumenti o falcidiare persone innocenti… occorre che i popoli mettano fine all’impostura che li governa… l’indignazione delle genti deve innalzarsi contro le mafie degli affari (i signori della guerra) e destituire le belve terroriste sulla scacchiera dei mercati mondiali (i terroristi sono pedine di uno schema truccato ed ogni mossa, anche la più imprevedibile, è istigata, se non manovrata, dall’ordine economico/politico che governa il mondo). Il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto e respingere l’intolleranza di qualsiasi atto disumano non è un atto di coraggio ma una necessità che implica il “ritorno di fiamma” e il passaggio da una civiltà impaurita a una civiltà umana.

 

16.

Né vittime né eroi, né vendetta né perdono… l’odio consolida la catena degli aguzzini della libertà che solo la solidarietà sociale può sconfiggere… si tratta di “riprendere la sana abitudine di ribaltare la prospettiva dominante, di passare dalla logica della morte all’esuberanza dialettica della vita” (Raoul Vaneigem) e impedire la proliferazione degli OGM, del nucleare, del petrolio, della deforestazione, del saccheggio della biosfera, dell’inquinamento climatico, delle pratiche terroristiche rese normali dalle politiche finanziarie… denunciare la violenza per interdirla e fare dell’affarismo internazionale della miseria un cumulo di spazzatura… non si tratta né di punire né di perdonare… la lotta per l’emancipazione sociale va combattuta con armi che non sono quelle della barbarie ma quelle dell’accoglienza, della fratellanza, del riconoscimento del diverso da sé… la conquista di un universo libero e fraterno passa là dove le genti faranno dell’amore, della pace, dell’eguaglianza l’Athanòr della comunità prodiga che viene.

Motto di spirito. A cosa serve la fotografia della povertà? A niente! come la musica di Mozart!

 

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 28 volte novembre 2015



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