SULLA FOTOGRAFIA DELL’INDIGNAZIONE (CON REPORTAGE “I CERCATORI D’ORO A GORON GORON”)

Fotografare significa imparare a vivere, come a morire, di fronte e contro la civiltà dell’apparenza che pianifica sogni e illusioni dell’intera umanità

di Pino Bertelli

L’oro dei poveri… cercatori d’oro (uomini, donne, bambini) che scavano con le mani nella terra circostante alla grande miniera d’oro scoperta di recente nel deserto di Goron Goron (che significa Sediamoci e parliamo)… recintata da una multinazionale nordamericana che la sfrutta… un grammo d’oro, pesato con un fiammifero, in cambio di un dollaro è il lavoro sovente di una settimana… è un crimine contro l’umanità e va denunciato. A loro dedico il reportage ed il saggio pubblicati in questo numero di ZRAlt.

Portfolio (di Pino Bertelli)

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1. Della fotografia autentica

La fotografia autentica è fatta dello stesso dolore o della stessa bellezza di cui sono fatti i sogni… e non importa scomodare Shakespeare per comprendere che la grazia della fotografia è disincarnata nell’immaginazione libertaria della bellezza e della giustizia… dove la verità della fotografia cessa di essere principio, cessa anche di essere fine. La fotografia dell’indignazione (o della rivolta) è sempre legata al desiderio di bellezza e di giustizia che si contrappongono alla stupidità della partitocrazia mercantile… la fotografia che non si affranca all’uomo che soffre (o a quello in rivolta) non vale nulla. Soltanto la fotografia autentica ha diritto alla bellezza… si tratta di rifiutare la cultura dell’ostaggio e aderire al negativo che la spezza… l’arte senza museo è nella strada… lì si trova il divenire della conoscenza e solo un’estetica sovversiva trasfigura il vero nella poesia o nella derisione dell’arte. Il pane degli ultimi è amaro, come la violenza dei padroni che violentano i popoli impoveriti e la falsità delle chiese monoteiste, complici di tutti i genocidi della storia.

La fotografia nasce libera, è la banalità del mercimonio che la rende stupida. Per fare la fotografia dell’ovvio e dell’ottuso basta un falso maestro o una falsa causa… sono gli stessi stilemi/simulacri delle tirannie dello spettacolo con i quali interi popoli sono tenuti in soggezione o violentati nella loro memoria e nella loro cultura… tuttavia la ruota della storia dell’infamia a volte si ferma dove si deve fermare e i popoli in rivolta insorgono con la bava alla bocca (e il coltello in pugno) contro i loro affamatori.

Il mondo intero è in fiamme e l’auspicio è quello che l’insurrezione dell’intelligenza possa allargarsi là dove i diritti più elementari dell’uomo sono calpestati, derisi, soppressi nel sangue… la speranza è che la richiesta di democrazia e di bellezza che fuoriesce dalle rivolte meridiane, occupazioni di luoghi pubblici, sabotaggio delle demagogie finanziarie, disvelamento delle menzogne della politica istituzionale… si allarghi nelle democrazie consumeriste (infranga anche la farsa dei regimi comunisti) e attraverso la lotta di popolo (qualcuno dice di classe) gli operai, i precari, i disoccupati, i giovani, le donne e anche i cani bastardi… si riprendono il diritto di avere diritti e mordono alla gola i loro persecutori.

Il senso della vita (autentica) della fotografia nasce nella consapevolezza che il fotografare precede un meraviglioso significato, l’incitamento alla crescita della coscienza di vivere in un tempo estetico/etico che è tutto tranne che democratico… fotografare significa imparare a vivere, come a morire, di fronte e contro la civiltà dell’apparenza che pianifica sogni e illusioni dell’intera umanità. I politici, i profeti, i banchieri, gli artisti e tutti coloro che si appellano a un pretesto di consolidamento della società attuale, sono dei truffatori e sostenitori di una filosofia delle rovine che è ostile alla nascita della verità tra uomini liberi. Soltanto se si riesce ad elevare il tono e le metafore dei linguaggi del comunicare, la cultura, la politica o l’arte potranno esprimere il dramma collettivo del mondo e i viatici epici dell’utopia possibile…

Nonostante gli appelli, i proclami, le promesse dei detentori del potere (ovunque disattesi), sempre più persone si accorgono delle trappole dell’idiozia e della violenza dei nuovi feudatari delle Borse internazionali e dei vassalli della politica (politici, generali, preti, sindacalisti, docenti universitari, artisti…) che li sostengono… in molti cominciano a chiedere elementi di democrazia partecipata o diretta, che è l’uso concreto del bene comune. La giustizia, la bellezza, la verità non sono negoziabili e l’immaginario sociale liberato è un armamentario di passioni gettate oltre il ponte delle convenienze e delle ladrerie architettate dalla partitocrazia per assoggettare gli adepti ai loro disegni autoritari… la madre di tutte le paure è il silenzio e il consenso è il boia di tutte le verità non prostituite sul sagrato dell’imbecillità istituzionale.

La scrittura fotografica dell’autentico si dispiega sull’appartenenza al diverso da sé e si schiera con gli uomini e le donne in rivolta della terra… si tratta di tacere i soprusi di un Paese o di liberarlo… anche con la fotografia (come hanno mostrato i protagonisti delle insurrezioni arabe, e ovunque un popolo è balzato in piedi e con tutti i mezzi necessari ha rovesciato dispotismi secolari). L’idea della vita buona non è andata mai perduta e l’innocenza di desiderare buone leggi e buoni costumi riporta all’infanzia del pensiero libertario che aderisce ai principi di eguaglianza, equità e reciprocità… la giustizia è l’esatta misura della libertà dovuta ad ogni persona e la base sulla quale si fonda ogni comunità che viene.

La decostruzione della “modernità liquida” (Zygmunt Bauman, dice) è adesso!, e la fotografia è un dispositivo/strumento/utensile che può disvelare le truccherie dei mercati globali che immiseriscono o escludono i più poveri dal banchetto della teocrazia economia (la politica fa il “lavoro sporco”). Una minoranza di saprofiti si arricchisce sempre più sulla fame, la miseria, la vessazione della maggioranza del genere umano. Gli affari sono al fondo del massacro intellettuale, sociale, politico dei diritti più elementari dell’uomo e il crimine dentro e fuori dai tavoli dei governi diventa legge.

La fotografia dell’autentico non ha ricette, pone domande o non è niente. Il futuro non esiste, anzi, è stato rubato dai “grandi poteri” agli uomini svalorizzati delle radici dei padri… il futuro è il presente che avanza nella vita quotidiana e Montaigne, Goethe, Kant, Nietzsche o Camus ci hanno avvertito che siamo condannati a scegliere la domesticazione sociale o l’indignazione. La tragedia dell’infelicità dell’uomo nasce dalla credenza plebea di soggiacere all’edonismo mercantile, invece di usare ogni attimo della propria esistenza alla pratica di liberazione dal giogo dell’ingiustizia e dalla profanazione della bellezza. L’indifferenza è la cultura dell’osceno che ha permeato uomini e nazioni e fatto della cultura consortile delle merci l’immagine massificata del consenso, e dei parlamenti il luogo (impunito) della criminalità organizzata. Mafia e Stato sono sinonimi e solo il buon uso del dissidio è l’occasione per riprendersi il futuro.

I fotografi dell’immagine autentica si chiamano fuori dai tradimenti delle ragioni sapienziali o politiche che albergano nei bordelli sacrali della fotocrazia imperante o fanno dell’interrogazione antropologica dell’esistente l’esperienza veridica del ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato… i fotografi dell’a/convenzionale mettono al centro delle loro affabulazioni estetiche/etiche la verità della storia e contribuiscono alla fioritura di dissensi profondi nel corpo della vita politica e nelle percezioni del fare, dire, sentire, gridare, che sono al fondo di ogni poetica del risveglio.

I fotografi dell’autentico sono passatori di verità archetipali, ricercano la libertà, la giustizia, la bellezza nella conoscenza… sono testimoni inafferrabili, irriducibili, che credono nel rispetto dell’uomo, si fanno messaggeri di verità, rispetto, democrazia e vanno a partecipare alla fondazione di una nuova civiltà che nasce (al di là del bene e del male) sulle macerie della società dello spettacolo. Il bene comune è più importante di qualsiasi bene individuale e qualsiasi Stato vale meno (anzi nulla!) della felicità delle persone. Lo Stato è niente, noi tutto. La libertà non si concede, ci si prende.

La fotografia del risveglio lavora sui disagi sociali… sulle ingiustizie compiute… sulle dignità calpestate… travalica politiche, religioni, ragioni militari o dei mercati, fa della sofferenza dell’uomo azioni di disobbedienza civile e resistenza sociale… figura il rinnovamento delle coscienze nei valori di giustizia, libertà, accoglienza e coglie nelle profondità egualitarie dell’esistenza associata, i diritti dell’uomo e del cittadino, mai rispettati dai poteri forti. L’organizzazione di una società libera e giusta fa “piazza pulita” di ogni forma di idolatria, di ogni servo e di ogni padrone, e non confonde lo sviluppo economico con il consenso elettorale. I fotografi (come i governi) passano, le loro devastazioni (culturali, politiche, dottrinarie) restano.

La fotografia, tutta la fotografia (o quasi) è una sorta di avanspettacolo mercantile/narcisista che tracima i propri fasti (si fa per dire) nel brutto e nell’idiota… i fotografi più celebrati sono a libro paga dei mercanti o faccendieri dell’arte da salotto o da galleria (che andrebbero spazzati via come qualcuno ha fatto nel “tempio”, forse)… la messe di fotoamatori che li imita o li copia (male), esprime un lessico dell’imbecillità dove ogni immagine è squisitamente mediocre, falsa, brutta. In ogni fotografo del cattivo gusto sonnecchia un profeta o un demente, e quando mostra il proprio delirio figurativo c’è un po’ più mediocrità in tutti.

La fotografia, senza dubbio, non fa le rivoluzioni… ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della fotografia per disseminare tra gli uomini e le donne della terra il loro bisogno di bellezza. Mettere a fuoco con esattezza l’origine del male – ma poi non è tanto importante, nei casi di rivolte popolari una fotografia “leggermente fuori fuoco” (Robert “Bob” Capa, diceva), presa con qualsiasi mezzo tecnologico e riversata nei social-network del pianeta – significa colpire al cuore della commedia, incriminare i traditori della verità e i dissipatori di bellezza che imperano (con abusi e soprusi) sugli scranni dei governi (o nella proliferazione dei centri commerciali dell’idiozia consumerista).

La violenza quotidiana dei partiti e la complicità del consenso legiferato nella catenaria dei loro sostenitori sono la forma visibile dell’ingiusto e responsabili del malessere sociale planetario… lo splendore del vero si annuncia con l’accoglienza del diverso da sé, la condivisione del pane e il profumo delle rose di campo dispensati sulle barricate delle insurrezioni popolari che mettono fine a questa civiltà della barbarie.

2. Sulla fotografia dell’indignazione

La fotografia della collera (o dell’indignazione) che circola in internet (e ovunque un fucile spara contro un uomo) è una sorta di rivoluzione (non solo) telematica… è l’athanor della creatività del dolore dove ciascuno esprime il proprio dissenso e si affranca con le ondate di rivolta che investono l’intero pianeta. Russia, Cina e tutte le moderne forme di tirannia, incluse quelle più “disparate” o “soffici” dei governi occidentali, tentano invano di censurare la Rete, la contro-informazione smaschera i loro misfatti e le violenze perpetrate contro gli umiliati e gli offesi. La video/fotografia sgranata, informe, sfocata dei telefonini, macchine digitali, fotocamere usa e getta… è un’arma importante della rivoluzione telematica… la voglia di sapere, di conoscere, di vivere delle nuove generazioni, la bellezza creativa delle donne scende nelle piazze e mostra il dissenso (anche anonimo o clandestino) contro le forche dell’autoritarismo… un’ondata indistinta di ribellione rifiuta il gioco salvifico degli specchi/lame di schiavitù, dichiara finita l’epoca della “buona condotta” e chiede l’avvento di un universo libero, egualitario e fraterno.

Il nostro auspicio è che anche in Italia e ovunque l’uomo opprime un altro uomo e lo riduce a servo degli interessi economici colossali delle multinazionali, politiche di domesticazione sociale o terrorismi orchestrati dalle chiese monoteiste… si possa gridare la mia parola è no! e dalle ceneri di antiche fratture popolari vedere nascere quelle spinte insurrezionali, quelle battaglie di strada che affrontavano a volto scoperto la disumanità di ogni sistema di repressione. Il lavoro rende liberi alla Fiat come ad Auschwitz!… prima o poi torneranno le cicogne a nidificare sui nostri tetti e i giannizzeri della partitocrazia (sinistra inclusa) saranno presi a calci in culo e infilati nel postribolo della storia, dove meritano. La democrazia che non si usa, marcisce!

La fotografia, tutta la fotografia, incensa l’alienazione dominante e da una fronda all’altra di fotografi ciò che più circola nella fotografia dello spettacolo integrato è l’imbecillità del consenso e la celebrazione del successo in cielo, in terra e soprattutto nelle mostre museali che mercificano il culo di modelle insignificanti, le morti per fame dei bambini o le bombe di guerre “umanitarie”… certe immagini vezzeggiate da storici, critici, faccendieri della fotografia da parati, dovrebbero essere usate per sistemare le gabbie dei canili pubblici e gli autori mandati a spalare la merda… il discorso eterno e universale della distruzione del libero pensiero passa sulla genuflessione dell’arte all’ordine costituito, poi il fucile e l’aspersorio regolano i conti con i dissidenti.  I fotografi del reale trasfigurato in arte della spazzatura, vagano come puttane infelici in un mondo senza marciapiedi… darei tutte le fotografie (compromesse con la fatalità e il disamore) della terra, in cambio di un’infanzia intramontabile.

La fotografia dell’indignazione è ovunque… non importa essere fotografi per raccontare il dolore e la felicità di una sommossa, una ribellione o una rivoluzione… la disumanità cede il posto alla fotografia della rivolta che la denuncia e non c’è bastardo della politica o dell’arte che possa impedirlo… dove regnano la costrizione, il mercato, i dividendi delle banche, non c’è vita autentica. I governati sono solo una merce – nemmeno di pregio – dell’orgia consumistica che ha sconfitto il movimento operaio in ogni-dove e uno strumento elettorale per perpetuare i privilegi degli oppressori in ogni anfratto della cosa pubblica.

I falsi bisogni di consumo e garantismo di una condizione sociale miserevole… si sostituiscono alla gioia di vivere e le immagini da questa disfatta dell’umano sono tutte nei “consigli per gli acquisti” o nell’auto di grossa cilindrata presa a rate… quando il potere sancisce la tolleranza di tutte le idee, vuol dire che ha già legiferato l’intolleranza del prossimo atto barbarico. Le caste malavitose sistemate nei governi delle democrazie spettacolari fanno abitualmente uso dell’innocenza tradita e si portano dietro i campi di sterminio con altri mezzi… i parassiti della politica giocano sporco ma restano impuniti (specie in Italia) e solo la scesa in campo delle giovani generazioni faranno loro ingoiare le false promesse, le menzogne elettorali, le ingiustizie sociali che hanno portato un intero pianeta alla disperazione.

La bellezza convulsiva della fotografia rubata e disseminata in Rete ha lo scopo di far conoscere la realtà feroce di ogni potere e il disprezzo dei ribelli che lo fanno crollare… la fotografia della rivolta è una scrittura popolare che conduce a uno stato d’animo nascente, è una filosofia dell’interrogazione diretta ed ha la capacità di tessere nuovi immaginari (non solo) estetici, etici, epici… ha anche l’ardire di mostrare che ogni potere è di carta straccia e ai popoli insorti bastano cinque minuti di autentica libertà per far crollare il Palazzo (con i saprofiti che ci sono dentro)… nessuno vuole governare né essere governato in questo modo e a questo prezzo… in una democrazia autentica, partecipativa, consiliare… i cittadini possono fare a meno di capi, generali, preti, bancari, poliziotti… perché tutto è di tutti, nessuno è ricco perché nessuno è povero, e la ricchezza è ridistribuita per il bene comune. Tutto qui!

La fotografia dell’indignazione riporta all’innocenza del divenire, risveglia l’antica ricerca della felicità dell’uomo e gli consente di riviverla… la fotografia, sotto ogni taglio, è una manifestazione dell’anima e rende sacro o profano ogni soggetto che suscita l’interesse del fotografo… il sognatore di immagini è un filatore di sentimenti e di passioni o non è nulla… la fotografia autentica è un lingua senza generi, esprime una fenomenologia del fantastico o del profondo e conferisce a una poetica eversiva dell’esistente quel fare-anima che è proprio a tutte le rivendicazioni sociali… anche quando si diversifica, la fotografia resta una sola e quando è grande esprime la memoria/storia (ferita) di un’epoca.



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