VISIONI E VOCI DI STREET ART: IL RE_ ACTOFEST

“Quando mi facevano i complimenti per il lavoro svolto, se avessi potuto gli avrei dipinto l’intera città… e non sarebbe stato abbastanza”

di Enrica Cialone

Nell’arte europea l’evento non è accumulo ma scelta di gesti e di materiali secondo un’intenzione oppositiva alla realtà, in cui l’evento si consuma. Il comportamento artistico non è un acceleratore di emozioni ma presa di coscienza, atto antropologico, atteggiamento critico e produzione di immagini allegoriche tese al recupero di una più ampia dimensione antropologica.

Dopo due anni dall’evento collettivo di street art SprayLAq, promosso e organizzato dall’Associazione per la Creatività Urbana True Quality, che dal 30 marzo al 1 aprile 2012 ha voluto riqualificare un angolo o pezzo di città impolverato e divenuto anonimo, lasciando ai giovani creativi la possibilità di esprimersi lungo il cantiere di Via Garibaldi e Corso Vittorio Emanuele, nel tratto che porta verso la Fontana Luminosa, torna in città una nuova esplosione di creatività urbana.

Il nome Re_Acto – nelle parole del direttore artistico e produttore Luca Ximenes, architetto e streetartist aquilano – è la distorsione “street” del verbo REAGIRE e sottolinea la volontà ambiziosa della rassegna di sommergere L’Aquila di creatività, di trovare modi alternativi per ripensare il “luogo pubblico” e di rimettere al centro dell’elaborazione post sisma la socialità e la possibilità di espressione.

Il “graffitismo” è un fenomeno tipico delle grandi città americane abitate da minoranze di colore che si esprimono con un codice estremamente sintetico, attraverso l’uso, come principale veicolo, di scritte e disegni policromi tracciati abusivamente su muri, facciate di edifici, treni, vagoni, stazioni della metropolitana. Nelle prime manifestazioni della graffiti art si riversava tutta la carica trasgressiva, espressione spontanea e popolare della protesta di giovani appartenenti a minoranze etniche emarginate. La scena urbana newyorkese degli anni Ottanta annovera fra i suoi maggiori protagonisti Jean-Michel Basquiat (New York 1960-1988) alias SAMO (Same Old Shit) e Keith Haring (Reading, Pennsylvania, 1958-New York 1990). I due influenzeranno la graffiti art successiva. I writers-street artists del XXI secolo, sebbene, ancora oggi vengono etichettati come “imbrattatori di muri” tali da dovere essere puniti per legge e associati a valori negativi (la parte in “ombra” dell’arte, quella scomoda, che deve rimanere nascosta), appartengono a classi sociali medie. Essi fagocitano la realtà contemporanea per riproporla attraverso uno stile personale che va dal classico fumetto, alla moda, alla cultura, alla pubblicità, alla politica, all’arte. I loro interventi avvengono, a differenza di quanto succedeva negli anni Settanta, nella legalità. Spesso godono dell’appoggio delle Istituzioni, come a L’Aquila. Li caratterizza uno slang comprensibile a soli specialisti della disciplina. Il tag è lo pseudonimo di ogni graffitista, il loro alter ego, spesso può essere seguito da un numero. Evoluzione del tag è il throw-up: un disegno stilizzato della propria firma. Con il termine “bombing” si indica la tendenza a puntare più sulla quantità che sulla qualità dei pezzi che si lasciano in circolazione.

Reportage di Luca Bucci

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Quello della Street art, come movimento artistico contemporaneo, è un approccio dal basso. Street art come arte sociale che affonda le sue radici nel tessuto della vita civica e che ha una sua struttura propria, una sua specificità irriducibile e una sua temporalità. È un’arte che esercita influenza sull’ordine sociale in una città come L’Aquila che ha bisogno di riprogrammarsi. Ora il prefisso RE_  del Re_Action sottolinea una stasi che va sbloccata, una pausa che necessita di essere riattivata dall’esplosione di colori, di caratteri, di visi, di corpi umani ed animali, nell’evocare presenze destinate a rimanere per molto tempo in quei luoghi pubblici.

La rifunzionalizzazione – ancor più che la riqualificazione, trasforma il luogo pubblico, quali i quartieri dormitorio del progetto C.A.S.E., gli edifici abbandonati e fatiscenti del centro storico e le infrastrutture di servizio (quali possono essere i sottopassi), in luoghi di socialità, veicoli di cultura e sensibilità artistica, da restituire alla collettività. Ogni individuo allora deve riadattarsi, deve avere parte attiva e creativa nello sviluppo di un nuovo ordine che non è mai definitivo, ma è aperto e capace di ulteriori sviluppi. Occorre rieducare la percezione e ristrutturare l’ambiente. Se l’immagine pubblica della città è la sovrapposizione di molte immagini individuali o di immagini pubbliche possedute ognuna dagli individui, tali immagini sono indispensabili, sebbene uniche, perché ognuno possa agire con successo nel suo ambiente e possa collaborare con altri.

Questa è la filosofia ispiratrice della rassegna, una filosofia che nel nostro territorio, piegato ormai da oltre cinque anni dall’evento sismico, disgregato nella sua composizione sociale e territoriale, disorientato nel tentativo di ricostruirsi un’identità, acquista un valore particolarmente significativo.

Il Re_ActoFest, realizzato in collaborazione con il Comitato 3e32 e patrocinato dal Comune dell’Aquila e dall’Ordine degli Architetti del capoluogo, alla sua prima edizione si è tenuto dal 13 Settembre al 12 Ottobre. Un mese di invasione di colore e creazione di arte en plein air a L’Aquila, terreno fertile e spazio linguistico per gli street artists, che con i loro interventi contribuiscono ad inserire la città nel più ampio panorama di street art e cultura urbana, italiano ed estero. In programma erano previsti gli interventi di quindici street artists di fama internazionale, in seguito, per mancanza di muri a disposizione, gli artisti intervenuti sono stati dodici. Le loro opere si possono ammirare in centro storico lungo i muri perimetrali dello stadio, nel sottopasso della Fontana Luminosa, in via delle Bone Novelle e in via XX Settembre; in periferia ad essere interessato è stato il progetto C.A.S.E. di Bazzano.

Quella sintesi narrativa, di cui sono portavoce i graffiti realizzati attraverso i maggiori ambiti stilistici (spray, stencil, sticker art) si fa racconto, o meglio contro-racconto di un ambiente dove, come direbbe l’artista Franco Summa «gli archetipi dell’inconscio collettivo si inverano nelle forme dell’intorno».

Questa forma d’arte che si contraddistingue principalmente per la particolarità del supporto utilizzato, il muro, pubblico o privato che sia, rappresenta la vera rivoluzione concettuale della street art. Ed è sempre il supporto-muro che la permea di un valore sociale dirompente. Perché questo, infatti, è ciò che ha permesso all’arte di uscire dai luoghi chiusi e privilegiati in cui era asserragliata e di invertire il rapporto tra artista e fruitore dell’opera – laddove non è più il fruitore  che si attiva per goderne, ma l’artista che lavorando per la strada “impone” la sua arte rendendo così fruitore il semplice passante. Lo spazio pubblico è sotto gli occhi di tutti, nessuno vi si può sottrarre. A cambiare è il circuito di diffusione in relazione ai diversi tipi di pubblico. Resta fondamentale per la storia sociale dell’arte, in cui si può inserire la street art, il principio della degerarchizzazione del campo, nell’ampliamento del corpus delle opere, non solo da un punto di vista delle tipologie, ma anche dall’attenzione agli ambiti marginali e periferici.

Percorrendo via XX Settembre incontriamo Leo Jack Flash, che nell’intervista precisa non essere una tag, con il suo Ascolto: una enorme figura umana, un titano del quale si evidenzia la massa muscolare attraverso il colore, il rosso e il rosa della carne, prostrata a terra.  Più avanti, procedendo verso la Villa Comunale, in via della Bone Novelle fa bella mostra di sé il dipinto surreale di Zed1: un’aquila che perde la sua pelle, i cui brandelli sono faticosamente ricuciti da una folla brulicante di piccoli uomini; l’aquila, della quale si nota l’umanità nei suoi occhi e  chiara personificazione della città, è attorniata da avvoltoi, i tanti che se ne sono cibati. Nonostante non potremo mai spiegare o giustificare la città «la città è qui. È il nostro spazio e non ne possediamo altro. Siamo nati in città. Siamo cresciuti in città. È in città che respiriamo […]. Non c’è niente d’inumano in una città tranne la nostra umanità».

In periferia gli street artists lavorano nel progetto C.A.S.E. di Bazzano su pareti cieche, come Zed1 il quale propone due figure infantili disposte come lo yin e lo yang di un tao. Anche V3rbo si muove tra centro, sul terrazzo di un palazzo in zona rossa e periferia, con i suoi murales futuristici: The Urban Sprawlerz Crew, una throw-up il cui colore dominante è il nero. Le sue sono opere di forte denuncia sociale e politica. La USC è una banda finta, ideata da V3rbo per fare un parallelo tra il writing vandalico e la comunità dei costruttori, privi di scrupoli. Lo sprawler è colui che scarabocchia, sprawlerz ne è la distorsione spregiativa. I nomi di (cito) “Mister B”, “G. Setta”, “Bertoldino”, “Kiodo”, “Loski”, “Pisciatelli”, “Stasi”, “Collisi”, “ju ratto”, membri della Crew, vengono nebulizzati con bomboletta spray nera sul muro del terrazzo. Sono loro i veri vandali che hanno depredato la zona rossa. V3rbo dedica quest’opera all’anima devastata dei cittadini, che vivono nelle C.A.S.E. con tutti i problemi sociali e strutturali che questo comporta.

DesX realizza Audio Snail: una lumaca, con al collo una preziosa collana e sul guscio una città in macerie. La lentezza della lumaca è proverbiale, è un’allegoria della ricostruzione, mentre il guscio trasformato in cassa acustica, le cui antenne-occhi tentano di captare, invano, segnali audio, è l’intera comunità dei cittadini aquilani, che cercano di orientarsi nella loro terra. Audio Snail  è anche simbolo di leggerezza, che allevia la pesantezza degli eventi.

Le creature ibride e visionarie di Mr. Thoms nella sua Face off! Giù la maschera! denotano un interesse per l’arte tribale propriamente detta dell’Africa Nera e dell’Oceania, presa a modello di spontaneità e immediatezza espressiva. Il riso che mette in evidenza la dentatura ironizza sull’alienazione mentale diffusa, amplificato dalla disposizione a matrioska delle facce.

Segno netto, quasi xilografico e colore rosso sangue definiscono la donna Lacrimosa di Diamond. In essa  è presente tutta l’eleganza e lo stile sofisticato del suo misterioso creatore, in cui ritrovare echi da liberty noir e metropolitano.

StelleConfuse Tree interviene con i suoi combo “ecologici” e la sua sticker art lungo i muri perimetrali dello stadio, prediligendo le combinazioni di elementi, il collage da realizzare sul ritmo sincopato del jazz.  Richiamando in questo assemblaggio ironico i simboli della cultura di massa di Basquiat.

Citando l’immaginario multietnico dai colori squillanti e contorni netti e spessi, Sado realizza Vandalz un faccione da mozzo, sul cui mento aleggia un’aquila.

Nel sottopasso della Fontana Luminosa lavora Darek Blatta con Falena, due donne, perfettamente simmetriche, dalla bellezza sconvolgente, guardano con un unico occhio una farfalla della luna e tra le tre immagini si sprigiona una tale energia da infondere nuova vita alle due figure che cercano di risollevarsi da un sonno profondo. È l’immagine speculare della città post sismica che guarda a se stessa.

Lo Street Burlesque 100% Urban sexyness, è uno degli stencil ironici di EsseGee Fra realizzato assieme alla svizzera Quendo, in cui si evidenzia l’interesse per il mondo fashion moda e lo spettacolo da club.

Kuma si presenta con affollati e chiassosi graffiti di sveglie e di occhi triadici.

In Viale Ovidio, il tripudio di colori del lettering esagerato e dell’animato mondo dei cartoons si aggiungono al murales di DesX realizzato nel 2013 in occasione della seconda edizione di lapoesiamanifesta! dedicato a Edoardo Sanguineti. I versi che lo accompagnano sono tratti dalla poesia intitolata Parabola: Minima resistenza, le parole: acqua di voce sopra pietra vera.

Per conoscere meglio i protagonisti del Re_Acto Fest, ecco di seguito una serie di interviste ad alcuni di loro:

Luca Ximenes è DesX

Nome: Luca Ximenes / Tag: DesX / Graffito: Audio Snail Luogo: Bazzano, Progetto C.A.S.E.

  1. Esprimi la tua poetica o non-poetica in poche righe

Contestuale, analitica e fluida, decostruttivismo associato a linguaggi pop, una cartolina con  il cane di Koons fuori il Guggenheim di Bilbao. Comunque nel vocabolario della street art va molto più in voga la parola “Stile” per  identificare un artista. A livello informale la street art è un movimento artistico globale, con delle regole e delle terminologie che si sono andate consolidando a partire dal writing newyorkese di fine anni ’70. La non poetica e quindi il non stile non mi sembra contemplato.

  1. Il tuo intervento a L’Aquila. Significato e valore. Cosa ha di diverso rispetto ad altri lavori?

È stato un intervento (parlo dell’intera rassegna) molto difficile, faticoso perché vissuto in maniera intensa e prolungata, in larga parte autoprodotto e frutto di un progetto che ha richiesto alcuni mesi di preparazione.

La realizzazione di questa prima rassegna è parte di un processo stratificato che ha diverse finalità che vanno dalla sfera soggettiva fino a quella collettiva. Sono stati vari i temi toccati e le situazioni generatesi in ambiti disparati…. banalmente posso dire di aver contribuito a portare, grazie anche all’aiuto di chi mi ha supportato, la “Street Art” all’Aquila con tutte le conseguenze del caso… , che il modello per fare ciò abbia dei tratti di originalità che mi vengono riconosciuti dagli “addetti ai lavori” costituisce la gratificazione personale, le opere donate sono il valore collettivo.

Nello specifico dell’opera realizzata, al di là della descrizione formale, l’intenzione è stata quella di contrapporre elementi in una possibilità di significati aperti a diversi livelli di fruizione. Sicuramente una diversità sta nel piccolo sorriso beffardo che plasma la mia faccia quando penso al supporto dell’opera.

  1. Raccontami quella storia di cui mi accennavi su face book, per capire.

Abbiamo dovuto rinunciare ad ospitare alcuni artisti per carenza di muri da dipingere… purtroppo il Comune non ha potuto fornirci i permessi per un edificio che, durante la fase di progettazione del festival, sembrava essere acquisito nelle nostre disponibilità. Trovare nuovi muri a festival già iniziato è stato impossibile per le nostre limitate disponibilità.

  1. Keith Haring o Jean-Michel Basquiat? Perchè?

Dai tutti e due! Due maestri… per una propensione ad una figurazione meno reiterata forse vince Samo, ma entrambi hanno contribuito in maniera cruciale, attraverso il carattere spontaneo e corsaro del loro operato, a riportare l’arte dalla sfera del linguaggio alla sfera della visione, e quindi a connotarne  una natura  “pubblica” e comprensibile senza l’utilizzo di una mediazione intellettuale che richieda eccessiva robustezza nel rapporto tra opera e fruitore.

Leo Morichetti è Leo Jack Flash

Nome: Leo / “Tengo a dire che non sono un writer o uno streetartist. Uso solo linguaggi per esprimermi, perché è la vita che lo chiede”. / Tag: Mi firmo (che non è una tag) con Leo / Graffito: Ascolto, 2014 / Luogo: L’Aquila, via XX Settembre

  1. Esprimi la tua poetica o non-poetica in poche righe

Seguo le intuizioni, in più territori espressivi. Le lascio apparire cercando il meno possibile di farmi ingabbiare dalla trappola dello stile o da alcune inutili strutture mentali. Rompermi e ricostruirmi è quello che cerco, che sia in strada o sotto una lampadina.

  1. Il tuo intervento a L’Aquila. Significato e valore. Cosa ha di diverso rispetto ad altri lavori?

L’ascolto. Un ascolto viscerale. Si possono sentire molte cose, siamo in contatto con tutto il mondo ed oltre. A L’Aquila e su L’Aquila se ne sono sentite e dette molte di cose, soprattutto strumentalizzanti. L’Ascolto è tutta un’altra cosa. Si scambia spesso informazione con conoscenza. Informazione che porta a deviare il contatto con noi stessi, che è il meccanismo base della televisione, uno tra tanti media. Guardare il telegiornale per me è da necrofili. E’ ora di finirla con la buona morale e Ascoltarsi.

  1. Keith Haring o Jean-Michel Basquiat? Perché?

Basquiat nelle orecchie, Haring negli occhi.

Dario Panepucci è Darek Blatta

Nome: Dario Panepucci / Tag: Darek Blatta / Graffito: Falena, 2014 / Luogo: L’Aquila, sottopasso della Fontana Luminosa

  1. Esprimi la tua poetica o non-poetica in poche righe

La mia poetica non ha nulla di meditato, cerco di esprimere al meglio ciò che ho dentro attraverso forme e colori; fonte di grande ispirazione per me sono l’autunno, la musica, la bellezza, la letteratura e i ricordi.

  1. Il tuo intervento a L’Aquila. Significato e valore. Cosa ha di diverso rispetto ad altri lavori?

Devo dire che è stato senza dubbio un intervento che mi ha segnato in qualche modo. Appena arrivato all’Aquila ho avuto la sensazione che il terremoto fosse finito da appena un mese, poi parlando coi ragazzi del posto ho notato una voglia in loro di ricostruire tutto fuori ma soprattutto dentro di loro… avevano bisogno di “aria fresca” e voglia di esternare il loro stato d’animo. Quando mi facevano i complimenti per il lavoro svolto, se avessi potuto gli avrei dipinto l’intera città… e non sarebbe stato abbastanza.

  1. I tuoi graffiti li definirei “cerebrali”. Quanto pesa la razionalità-irrazionalità e la feroce espressività nelle tue opere? Un equilibrio tra le due è possibile?

“Cerebrali” mi piace! Direi che le due cose sono di importante spessore nei miei lavori, forse ne sono un perché la caratteristica e la naturalezza con cui mi vengono fuori fa da bilancia e rende il tutto possibile.

  1. Keith Haring o Jean-Michel Basquiat? Perché?

Basquiat senza dubbi! Mi ci ritrovo nella sua carica espressiva anche se lui usava essere più gestuale ed io invece amo le forme statiche.

Diamond è Diamond / Crazy D

Nome: Diamond / Tag: Diamond / Crazy D / Graffito: Lacrimosa, 2014 / Luogo: Bazzano, Progetto C.A.S.E.

  1. Esprimi la tua poetica o non-poetica in poche righe

La mia poetica è tutto ciò che si può ottenere mettendo nel frullatore Secessione Viennese, Graffiti, Tattoo, Ukiyo-E e Pin up. Shakerare bene e il risultato è Diamond.

  1. Il tuo intervento a L’Aquila. Significato e valore. Cosa ha di diverso rispetto ad altri lavori?

È un lavoro fatto col cuore in un luogo dove le persone hanno sofferto enormemente, sicuramente un pezzo più sentito di tanti altri.

  1. La predilezione per l’universo femminile così evidente nelle tue opere mi porta a chiedere che cosa rappresenta la donna per Diamond?

Un eterno, affascinante mistero

  1. Keith Haring o Jean-Michel Basquiat? Perché?

Haring.

Il segno netto e sintetico è sempre stato un elemento di grande importanza per me.

Gli altri, di cui non si ascolta la voce sono: Marco Zedone è Zed1Quendo, Mitja Bombardieri è V3rbo, Esse Gee Fra, Sado, Kuma, StelleConfuse Tree, Mr. Thoms, Marzia.

La rassegna ha proposto inoltre eventi collaterali quali conferenze a tema, una mostra collettiva, eventi di live-painting aperti alla comunità, dj-sets ed una selezione di musica live con i migliori rappresentanti della scena indipendente italiana.

A questi si aggiunge l’intervento di Sten e Lex, due streetartists – stenciller di fama internazionale, che partecipando alla IV edizione del progetto Polvere negli occhi, nel cuore sogni hanno realizzato uno stencil-graffiti in bianco e nero sui nudi e grigi muri dell’Istituto Tecnico per Geometri “Ottavio Colecchi” adiacente il Liceo Scientifico “Andrea Bafile”. Sten e Lex sono stati i primi a diffondere in Italia la tecnica dello stencil-graffiti, nota come Hole School. Questa tecnica consiste in un nuovo modo di ritagliare gli stencil, mutuando la mezzatinta dalla grafica. Si ispirano alle grafiche dei giornali degli anni Sessanta e trattano l’immagine con i toni del bianco e del nero e scale create dalla trama. È un effetto che si può ammirare e comprendere solo a distanza, da vicino il nostro occhio percepisce solo punti e linee.

Chioso con una citazione di Georges Perec da Specie di spazi, omaggiando gli street artists per le loro “macchie” d’arte in città:

«Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza […]. Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo».



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