SERGIO NANNICOLA, L’AQUILA TERREMOTATA E LE RAMMEMORANTI MACERIE DI MNEMOSINE

La menzogna istituzionale è sconfitta da un debordiano  détournement utilizzato dall’artista nella sua “controinformazione estetica”

di Antonio Gasbarrini

È Mnemosine, l’augusta dea orfica, che attinge dal pozzo della visione
misterica, e additando il passato riconduce attraverso la poesia  – è
madre delle Muse – alla   grande iniziazione, da cui discendono le
immagini  degli dèi,  riflesso che compensa – nella memoria  –
di quell’esperienza, quando è trascorsa.

Giorgio Colli

Lo stilema materico-minimalista- concettuale di Sergio Nannicola, molto deve alla sua formazione culturale maturata negli anni giovanili all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila sotto la guida di docenti di rango (Gino Marotta, Giosetta Fioroni e, su tutti, Fabio Mauri) ed alla medioevale città-musa di pietre dove è nato e cresciuto: il Quarto di S. Maria Paganica.

Qui – dove l’omonima chiesa Capoquarto nell’aprile del 2009 è stata pressoché distrutta con affreschi polverizzati e opere d’arte sparite come la trecentesca scultura in pietra della Madonna con bambino incassata nella lunetta del suo Portale maggiore datato 1308; con palazzi gentilizi  puntellati a più non posso e intransitabili cortili rinascimentali squinternati; con la stilizzata fontana d’epoca debolmente zampillante ora a giorni alterni – l’artista aquilano ha assorbito nel suo DNA creativo i canoni portanti di una bellezza architettonico-monumentale prevalentemente scarna nelle soluzioni formali, nonostante alcuni esuberanti innesti barocchi effettuati dopo il devastante sisma del 1703.

Coglievo quest’assonanza nella presentazione del testo in catalogo della sua prima mostra personale (1982), non a caso tenuta in pieno centro storico nella “laicizzata” chiesa seicentesca di S. Filippo Neri a L’Aquila.

Il leitmotiv iconico di “Piramidi ambigue 1/2/3/”veniva proposto in un originale trittico connotato linguisticamente dalla “poetica dello strappo” (da muro, con successivo riporto su tela e nei lavori successivi anche su legno) in un sotteso procedimento alchemico teso a far affiorare questa o quella traccia memoriale emulante il “segnico”  scorrere plurisecolare del tempo[1].

Nel 1988 co-fondavo a L’Aquila lo spazio culturale di Angelus Novus (tuttora attivo[2]) inaugurato con quattro mostre personali (dall’unificante titolo Lo specchio di Mnemosine) di affermati artisti nati o operanti a L’Aquila (Nino Gagliardi, Marcello Mariani, Massimina Pesce) e del più giovane Sergio Nannicola[3]. Già in questa occasione emergeva con maggiore prepotenza, il quadro-scultura-oggetto polimaterico che nella sua scabra superficie cromaticamente antichizzata, con aggettanti lame e ferri arrugginiti, rafforzava ulteriormente una chiave di lettura memoriale.

Si deve ad Enrico Crispolti, il quale si è interessato in più occasioni espositive alla ricerca mnesica dell’artista aquilano, questa puntuale annotazione: «La pittura di Nannicola sonda un remoto archetipo connesso a un’eredità antropologica specifica ai luoghi del proprio vissuto, ricercando una sua identità in quelle presenze allusive che il forte segno concreta sulla tela come su un muro»[4].

E, come la Pop Art d’un Andy Warhol poteva attecchire solo nella massificata, consumistica metropoli newyorchese, la più intima poetica di Sergio Nannicola attingeva subito i principali spunti espressivi da quell’invidiabile scenografia petrosa impregnata di stratificate sedimentazioni civiche.

Il costante ricorso al “prelievo realistico” del frammento metonimico (una parte per il tutto) rispetto ad una più accattivante soluzione fabulatoria in chiave metaforica, troverà nei lavori dei due decenni successivi esiti di particolare pregnanza declinati con un pauperistico minimalismo segnico-materico, sia nelle opere di ridotte dimensioni, che nelle più slarganti installazioni o nei progetti destinati a riqualificazioni urbane. Sarà sempre e comunque una volumetrica consistenza tridimensionale (pietra e legno, in particolare) a conferire fisicità, spessore, “naturalezza” ambientale ed antropologica alle sue opere-oggetto.

Sergio Nannicola: opere

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Una brusca cesura, peraltro ricomposta nei lavori più recenti tra l’“artista” Sergio Nannicola – emigrato nel frattempo come docente prima all’Accademia di Belle Arti di Brera (1995-2005), poi di Lecce (fino al 2009) e quindi di nuovo a Brera, ma con intatte radici familiari e civiche – e il “cittadino terremotato aquilano militante”, si verificherà dalle fatidiche 3.32 del 6 aprile 2009.

Sono adesso le rammemoranti macerie di Mnemosine, la stessa protagonista riflessa in quello specchio di fine Anni Ottanta andato in frantumi, a sollecitare una più stringente alleanza tra l’artista engagé e le sue opere-denuncia sulle manipolazioni massmediatiche dell’“avvenuta ricostruzione” rispetto al reale stato di totale abbandono in cui versava e tuttora si trova, ad oltre cinque anni dal sisma, uno dei più intriganti centri storici italiani ed europei.

Dal punto di vista concettuale sarebbe piaciuto a Duchamp questo inedito ready made pompeiano che non aveva nessuna necessità di essere museificato per la sua riconoscibilità estetica. Un’opera d’arte totale e totalizzante, L’Aquila medioevale e non, ritmata da cumuli e cumuli di macerie ingabbiate ed occultate dalle istituzioni (governative in particolare) nell’intransitabile “Zona Rossa”, in piccola parte espugnata dagli indignati cittadini il 14 febbraio 2010. Da tale evento antagonista, niente sarà più come prima. Anche per Sergio Nannicola “aquilanus”, esponente di punta dell’Assemblea Cittadina e de Il Popolo delle carriole[5].

Sergio Nannicola: installazioni

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Ne è una vivida testimonianza uno dei suoi primi ready made, Mattone zona rossa – D.O.P. – D.O.C. 14. 02. 2010. Non essendo più il solo titolo sufficiente a delucidare una sincretica “rabbia/ironia/sarcasmo” concentrata negli acronimi  D.O.P. – D.O.C, ecco farsi avanti un “aiutino ermeneutico” con la scritta incisa sul mattone d’epoca “L’Aquila / Centro Storico Zona Rossa / P.zza del Palazzo / 14.02.10”. Si tratta, in effetti, di un classico ready made rettificato (“prelevato a L’Aquila lo stesso giorno dalla montagna di macerie di una delle più rappresentative sue piazze”). Temporalmente ravvicinata, sarà poi la “messa in opera” della successiva La città negata / La città sospesa nella rassegna “La deriva alle 99 cannelle” da me curata[6], ove ancora le macerie saranno le protagoniste in assoluto dell’algida, eppur irraggiante, installazione.

Il baricentro di questa rivitalizzata stagione espressiva dell’artista abruzzese può essere individuato nella reinterpretazione  “semantica” del disegno della pianta topografica della città disegnata nel 1575 dal matematico-architetto Ieronimo Pico Fonticulano; pianta caratterizzata dal contorno perimetrale delle mura medioevali (circa 5 km.) costellato da ben dodici porte di accesso, fortemente danneggiate dal sisma e del tutto abbandonate tra questo o quel mucchio di pietre dirute, peraltro “divorate” progressivamente da erbe infestanti.

Dal muro strappato alle mura sbrindellate. In apparenza un calembour. Nella sostanza, quel coinvolgente profilo urbano a forma di un cuore bizzarro, e che alcune esoteriche interpretazioni simboliche sulla fondazione federiciana della città risolvono in una sorta di “fotocopia” dell’antica mappa di Gerusalemme[7], diventerà l’icona portante di numerosi lavori realizzati sotto la demistificatoria parola d’ordine “Il piatto è servito”. Icona subito adottata dall’Assemblea Cittadina come logo degli incontri seminariali interdisciplinari (tenuti a cadenza settimanale nel Palazzetto dei Nobili dal 9 gennaio al 7 febbraio 2013) tesi a smontare punto per punto, con inoppugnabili riscontri ex post, la fantomatica “Primavera della ricostruzione” reclamizzata in pompa magna dal Primo cittadino e dall’allora Ministro per la Coesione Territoriale. In tale contesto, per ognuna delle sessioni tenute, curavo propedeutici mini-eventi culturali (mostre, musica, reading, video ecc.) racchiusi nel titolo La creatività sismica aquilana: un riannodabile filo rosso spezzato. Il primo nodo concerneva proprio l’esposizioni di alcuni piatti-oggetto in ceramica ed una installazione, il tutto sorretto da una non equivoca dichiarazione poetica dell’autore: «L’utilizzo artistico della pianta della città dell’Aquila miseramente ridotta ad oggetto del desiderio dalle caste di una classe politica malata che sovrasta gli interessi comuni con beceri e spregiudicati personalismi, vuole mettere in evidenza gli usi demagogici che ha relegato il dramma e la ricostruzione sul binario morto della burocrazia […]»[8].

Non a caso ho scritto parola d’ordine e non già titolo, leitmotiv o altra generalizzante locuzione avente questa o quella funzione didascalica. Da aggiungere, il linfatico apporto debordiano del détournement, costantemente utilizzato da Sergio Nannicola nella sua “controinformazione estetica” rispetto alle propagandistiche “rassicurazioni” mediatiche del Tout va très bien, Madame la marquise, propinate fino alla nausea da indegni, anzi, indecenti s-governatori e dis-amministratori istituzionali[9].

Oltre alle singole opere esposte in varie mostre in Italia e all’estero, Sergio Nannicola affiderà il suo messaggio antagonista anche alla veicolazione massmediatica dei social network con la tenuta di un diario-blog ove confluiranno testi, immagini, progetti, lettere aperte ed ogni altro strumento di comunicazione incentrato sulle irrisolte problematiche concernenti non solo il sisma aquilano, ma i più generali aspetti dell’arte e della cultura (istruzione, in particolare)[10].

Ma, il primo amore non si scorda mai. La figura scissa dell’“artista militante” sino a qui tratteggiata, resterà compatibile con l’“artista tout-court”, com’è ravvisabile nei recentissimi lavori  caratterizzati da una modernizzazione linguistica dello storicizzato lessico musivo o pittorico legato agli affreschi. La qualità del “tempo memoriale” affrescato nell’evocativo, struggente ciclo “Tele di sacco” (2014), con opere di contenute dimensioni geometrizzate (cerchio, quadrato, rettangolo), continua a profumare d’antico con la stessa fragranza delle nobili macerie aquilane: grazie alla rammemorante Mnemosine… nonostante tutto.

Scarica il catalogo delle opere di Sergio Nannicola (PDF).

[1] «Di “Piramidi ambigue 1/2/3” sia dato l’originale dipinto con olio su tela (1); lo si replichi con tempera su una parete (2) e su un’altra tela (3). Dal muro si strappi “Piramide ambigua 2” trasferendo su una o più superfici il tutto o soli particolari che la sensibilità suggerisce. Si ricopra infine “Piramide ambigua 3” con uno o più strati di colore – preferibilmente il bianco – lasciando comunque affiorare qualche traccia del preesistente “dipinto”». (Sta in Sergio Nannicola, presentazione di Antonio Gasbarrini, L’Aquila, Chiesa di S. Filippo Neri, ottobre 1982). Alcuni anni dopo, nel recensire la sua mostra personale tenuta alla Galleria L’Idioma di Ascoli  Piceno, ponevo in evidenza le due tipologie di strappo praticate, positivo e negativo: «[…]L’anonimo testo parietale scritto, dipinto e disegnato dal tempo e occasionalmente dall’uomo (macchie, segni, nomi, parole, screpolature, tinte) veniva “rubato” dagli intonaci di chiese dirute e cascinali disabitati o esterni di mura decrepite. Alla stregua di un affresco, poi, la superficie ritagliata con il primo strappo era riportata nella sua consistenza originaria su un supporto rigido in legno, grazie ad un ulteriore strappo […] La fase attuale, condotta sul polo negativo, fa esplodere la potenziale carica fantasmatica del testo prelevato e manipolato, in quanto il sotto, l’inaccessibile, ciò che sta dietro la realtà, il rovescio del muro, è messo a nudo con un solo strappo […]». (“Questarte”, Immagine e idea, a cura di Attilio Pizzigoni. Testo di Antonio Gasbarrini su Sergio Nannicola, n. 52, 1987, p. 88).[2] www.angelus-novus.it.[3] «Da gennaio a maggio del 1988, sotto l’unitario titolo di Lo specchio di Mnemosine, vennero allestite le mostre intergenerazionali di quattro autentici cavalli di razza: Nino Gagliardi, Marcello Mariani, Massimina Pesce ed il giovanissimo Sergio Nannicola. Ogni giovedì, inoltre, l’appuntamento con la poesia contemporanea: lettura, in lingua originale, dei vari Celan, Brodskij, Magrelli e Bellezza. Del poeta romano prematuramente scomparso nel 1996, intervenuto personalmente [in concomitanza della mostra di Sergio Nannicola, nda] per leggere versi del suo libro Serpenta uscito l’anno prima, ricordo una chioma fluente e un ampio maglione nero: su tutto, la grazia di chi sapeva conferire una leggerezza calviniana alle maleolenti parole recuperate dall’immondezzaio della vita» (Le indelebili impronte digitali di Mr. T all’Angelus Novus, in Antonio Gasbarrini, J’Accuse!!! Il terremoto aquilano, la città fantasma & l’inverecondo imbroglio mediatico del sig. b., Angelus Novus Edizioni, l’Aquila 2010, pp. 155-156). Il testo integrale del racconto che ripercorre la vita dell’Angelus Novus fino al catastrofico sisma delle 3.32 è leggibile nel sito www.angelus-novus.it.

[4] Enrico Crispolti, Itinerari paralleli1988 Officina abruzzese, Testo in catalogo, Montesilvano (PE), 1988.

[5] In proposito rimando al volume Antonio Gasbarrini, L’epopea aquilana del Popolo delle carriole. All’avanguardia dell’indignazione hesseliana,  Angelus Novus Edizioni, L’Aquila 2011.

[6]«Sergio Nannicola, alle estremità di due travi incrociate per evocare urbanisticamente gli antichi Quarti in cui era divisa La città  negata / La città sospesa appende, ma anche sospende a mezz’aria, altrettanti sacchi di plastica trasparenti riempiti con le macerie e gli oggetti prelevati personalmente in ognuna delle aree urbane martoriate “a testimonianza di una distruzione che a un anno di distanza non trova ancora la strada della ricostruzione. Storia – Arte – Memoria – Presente – Futuro delle persone le quali restano dunque prigioniere di un’attesa senza tempo” [dallo stralcio di una sua dichiarazione poetica, nda]», in Antonio Gasbarrini, J’Accuse!!!…, op. cit., p. 182. Mi corre l’obbligo di precisare che la Rassegna della durata espositive di 24 ore (non stop dalle 21 del 5 alle 21 del 6 aprile 2010) era stata progettata nella scalinata di S. Bernardino, ma spostata poi, all’ultimo momento, alla monumentale Fontana delle 99 Cannelle. Il testo di presentazione, scritto sulla base dei bozzetti inviatimi dai nove artisti abruzzesi o qui operanti invitati, discorda in alcuni dettagli dalla reale installazione definitiva. Nel caso dell’opera La città negata / La città sospesa, i quattro sacchi sono stati appesi in un tubo metallico dei puntellamenti.

[7] Tra le ipotesi più recenti sull’argomento, si veda A. Ceccarelli – P. Cautilli – M. Proclamato, La Rivelazione dell’Aquila- RESET 3.33, Edizione La Nuova Editrice, Teramo 2009.

[8] Gli Atti seminariali sono stati pubblicati online, anche con contributi multimediali, nel Libro Bianco di circa 100 pagine curato dall’Assemblea cittadina integralmente scaricabile all’indirizzo http://www.laquila99.tv/2013/0320/il-piatto-e-servito/

[9] In uno dei più chiarificatori scritti sul détournement, è Mustapha Khayati ad aver tessuto in Le parole prigioniere (Prefazione ad un dizionario situazionista), la trama rivoluzionaria del ribaltamento semantico-ideologico degli oppiacei lemmi propagandistici veicolati dalla dominante neo-lingua del Potere nella Società dello spettacolo: «[…] Il nostro dizionario sarà una sorta di griglia con la quale si potranno decriptare le informazioni e lacerare il velo ideologico che ricopre la realtà. Noi daremo le traduzioni possibili che permetteranno di capire i differenti aspetti della società dello spettacolo, e dimostrare come i minimi indizi (i segni minimi) contribuiscono a mantenerla. […] Se il problema della ideologia è di sapere come scendere dal cielo delle idee nel mondo reale, il nostro dizionario sarà un contributo all’elaborazione della nuova teoria rivoluzionaria, dove il problema è di sapere come passare dal linguaggio alla vita. […]», international situationniste, n. 10, marzo 1966, ora in internazionale situazionista, 1958-1969, Nautilus, Torino 1994,  p. 55. L’utopico dizionario, mai stampato, ha trovato une sua “reincarnazione” digitale sui social network dove i vari movimenti di massa (anche rivoluzionari, com’è avvenuto con la  “Primavera araba”) sono stati alimentati dalle “parole d’ordine”, dai détournements e dalla controinformazione on real time (in merito si veda Pino Bertelli, Insorgiamo!L’insurrezione nell’epoca dei social network, coedizione Angelus Novus Edizioni – Massari editore, L’Aquila – Bolsena (VT) 2011).

[10] nannicola.wordpress.com



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