EDITORIALE

Cifre statistiche alla mano, le catastrofi d’origine antropica (guerre, e al momento, terrorismo jihadista ) continuano a fare concorrenza, in termini di vite umane spente, alle naturali. In buona parte contrastate, le seconde, dalle conquiste scientifiche e tecnologiche. Non sempre, però, indirizzate a tutelare il valore sacro e inalienabile di ogni singola esistenza, a prescindere da età, sesso, credo religioso, etnia… La percezione che più di una cosa non vada, in questa arrossata terra, non è dovuta solo all’acre odore del depistante frutto marcio della spettacolarizzazione massmediatica, ma di una più ampia presa di coscienza del crescente disagio sociale di singoli, gruppi, masse e popoli su popoli viepiù deliberatamente affamati dalle imperanti multinazionali con il palese ricatto del “lavoro che non c’è” o, se c’è, che sia “ben sottopagato”.

All’interno di questa fosca, perdurante realtà marxiana, le componenti  sociali più deboli e indifese (donne e bambini, in primis) sono le più esposte ad ogni tipo di vessazione (sessuale innanzitutto), nonché il simbolo trainante da gettare in pasto all’immaginario collettivo al fine di condizionarne soluzioni  razionali da contrapporre a feroci, gratuite violenze che nulla hanno da spartire con l’idea di progresso e l’emancipazione democratica  fissate con le “laicizzanti coordinate volterriane” della Rivoluzione Francese.

La strage pachistana di Peshawar con i suoi circa 150 morti (quasi tutti bambini) sterminati a casaccio, può essere assunta ad emblema dell’atroce imbarbarimento dei conflitti in corso in varie aree esplosive del pianeta. Stragi che, a livello etico e non tanto ideologico, pesano sulle nostre coscienze molto, molto di più, di questa o quella catastrofe ambientale-naturale.

Non si tratta solo di confrontare numericamente quel centinaio e mezzo di esistenze in tenera età perse definitivamente, con ben più ampie sciagure verificatesi in questi ultimi decenni. A tal proposito è sufficiente ricordarne qui due-tre. Iniziando da quella traumatica verificatasi una trentina di anni fa con la fuga di gas della fabbrica Union Corbide in India che causò l’avvelenamento di ben 500.000 persone, con circa 30.000 morti, e, lo tsunami del maremoto nell’Oceano indiano del 2004, con le oltre duecentomila vittime. Né tantomeno sfigura in queste laceranti tragedie, il recente terremoto di Haiti. Piuttosto occorrerà utilizzare al meglio la controfaccia gianica del Bene per far prevalere, una volta per tutte, il sano ottimismo della Ragione sul crudele, stratificato, galoppante impero del Male.

E, la rigeneratrice sorgente della creatività può ben controbattere il desolante scenario di “morte e distruzione”, “distruzione e morte” che sta avvolgendo – alla stregua di un sudario – il nostro  stramalato  corpo sociale. Come tenta di dimostrare, con i suoi densi eppur lievi articoli, saggi e contributi multimediali il n. 6 di ZRAlt!

L’illuministico ed illuminante saggio Catastrofe & Creatività: alcuni snodi del filosofo Antonio Rainone, riattualizzando le feconde lezioni di René Thom e Jacques Lacan, può allora ben fare da cornice  popperiana a questo denso, eppur lieve, numero. Dove risuona subito la calda voce di uno dei più “creativi politici italiani” –  l’indimenticabile architetto-scrittore Renato Nicolini inventore dell’Estate Romana – con il medium del suo affilato testo: una versione aggiornata, quanto attuale, dell’Apocalypse How, a suo tempo pubblicato sulla rivista Nigh-Italia ed ora riproposto con una chiarificatrice testimonianza del suo fondatore-direttore, l’artista Marco Fioramanti.

Buenos Aires: la voce poderosa dei ragazzi di Zalaveda di Pino Bertelli ci riporta dritto dritto, con i suoi empatici clic scattati sugli acerbi corpi di quelle bambine e ragazzini cresciuti troppo in fretta, in uno dei luoghi più infami della dittatura argentina e dei tanti desaparecidos torturati prima, e assassinati poi, nella famigerata “Notte delle matite spezzate”.

Che la vena creativa sia poi la via maestra da battere per lenire il contrappasso delle malefiche onde sismiche scatenatesi sugli aquilani, lo certificano ad abundantiam quattro autentici eventi verificatisi tra le sue sgretolate mura medioevali con le felici intersecazioni di architettura, arte e letteratura.

Le attorcigliate problematiche d’una difficilissima quanto lenta ed arruffata ricostruzione sono state esemplarmente sbrigliate con le innovative soluzioni metodologiche e tecniche della cupola in bambù e del padiglione in cartone messe su dagli entusiasti giovani partecipanti ad un intrigante workshop, qui ripercorso nei due articoli unitari Strutture geodetiche e Scienza del Design di Biagio Di Carlo e  Architettura parametrica. Autocostruzione padiglione in cartone di Massimo Russo.

Il versante dell’arte focalizzato nel recupero memoriale della città storica e nella sua “ri/umanizzazione estetica” dipinta da una decina di street artisti prevalentemente in uno degli squallidi, cadenti ghetti-dormitorio in cui sono ancora confinati migliaia e migliaia di cittadini (le famigerate 19 new town), è ben documentato nei testi critici Sergio Nannicola, L’Aquila terremotata e le rammemoranti macerie di Mnemosine di Antonio Gasbarrini e Visioni e voci di Street Art: il Re_ActoFest di Enrica Cialone.

La puntuale e coinvolgente recensione titolata L’Aquila chiama Haiti, Haiti risponde nel romanzo “Ballata di un amore incompiuto” di Louis-Philippe Dalembert di Anna Maria Giancarli – presentato in prima nazionale – conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la stretta correlazione esistente nel binomio portante “Catastrofe & Creatività” di ZRAlt!. Lo scrittore, infatti, ci rende partecipi di tutti i travagli esistenziali vissuti realmente in prima persona nelle due tragedie sismiche temporalmente ravvicinate.

Infine, non si poteva essere assenti nel trattare i risvolti etici, più che giuridici, della sentenza che in sede di appello ha assolto gli scienziati rei – per l’opinione pubblica – non già di “non aver previsto il terremoto”, bensì di aver dato “rassicurazioni disastrose” alla popolazione aquilana ed abruzzese, con l’articolo  Il fatto non sussiste (l’assoluzione degli scienziati della Commissione Grandi Rischi) di Antonio Valentini.

Come di consueto, alcuni dei preannunciati titoli del prossimo numero, dovrebbero rassicurare il lettore sulla fedeltà di ZRAlt! alla sua portante  filosofia di fondo.

INDICE BINARIO*

Fotografia
Buenos Aires: la voce poderosa dei ragazzi di Zavaleta di Pino Bertelli
1 portfolio + 1 video

Saggistica
Catastrofe e creatività: alcuni snodi di Antonio Rainone
1 video

Arte
Sergio Nannicola, L’Aquila terremotata e le rammemoranti macerie di Mnemosine di Antonio Gasbarrini
1 video + slides +1 catalogo
Visioni e voci di Street Art: il Re_ActoFest di Enrica Cialone
1 portfolio + 1 video 

Omaggio
Apocalypse How di Renato Nicolini (con una testimonianza di Marco Fioramanti)
1 video + slides

Architettura
Strutture geodetiche e Scienza del Design di Biagio Di Carlo – Architettura parametrica. Autocostruzione padiglione in cartone di Massimo Russo.
2 video + 1 reportage + slides

Letteratura
L’Aquila chiama Haiti, Haiti risponde nel romanzo “Ballata di un amore incompiuto di Louis-Philippe Dalembert di Anna Maria Giancarli
1 video

Crhonica
Il fatto non sussiste (l’assoluzione degli scienziati della Commissione Grandi Rischi) di Antonio Valentini
1 video + 1 fotoracconto

Per gli apporti multimediali al n. 6 di ZRAlt! (autunno 2014) si ringraziano, tra gli altri, Pino Bertelli,  Antonio Gasbarrini,  Marco Fioramanti, Carlo Nannicola, Luca Bucci,  Max Mangione, ViviamolAQ

ALCUNI  TITOLI DEL PROSSIMO NUMERO DI ZRAlt!

Pino Bertelli Sulla cava di pietre di Ouagadougou
Luigi Fabio Mastropietro Sarah Kane – L’agnello di dio e il suo teatro
Francesco Correggia Scritture del disastro ovvero arte e solitudine nel tempo della fine dell’arte
Antonio Gasbarrini La Strage degli Innocenti (Pietransieri 1943)
Marcello Gallucci “Rewind” di Tiziana Fusari (appunti per un’estetica dalle/delle rovine)
Giuseppe Siano «Il “sentire estetico” e l’immaginario del Vesuvio». Dalla scienza della conoscenza sensitiva, al sublime e alla catastrofe



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