BUENOS AIRES: LA VOCE PODEROSA DEI RAGAZZI DI ZAVALETA

I ragazzi hanno dato vita a una rivista (La Garganta Poderosa) per cercare di aiutare altri ragazzi ad uscire dalla droga, dalla prostituzione, dalla violenza di Stato, dai narcotrafficanti

di Pino Bertelli

Ai miei nipotini Alessandro e Giacomo,
perché sanno amare il diverso da sé e dicono che è ingiusto che da qualche parte nel mondo
altri bambini giocano solo con le stelle e tirano la coda alla luna,
senza nemmeno più piangere tra la sporcizia, la fame e la violenza…

“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!” E rise ancora. “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo”. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo”.

Antoine de Saint – Exupery

Quando ero bambino, mio padre mi insegnò a non piegare mai la testa di fronte alla cattiveria e non scendere mai così in basso tanto da odiare una persona… Un uomo – era solito dire – ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto, soltanto per aiutarlo ad alzarsi.

Quando ero bambino, mia madre mi disse di non avere timore di piangere, né quando si ama né quando si soffre… mi disse anche di non aver paura dell’amore ma di temere di non averlo incontrato mai!

Davanti al dolore degli altri è difficile sorridere, com’è difficile piangere. La crudeltà della civiltà dello spettacolo è straziante e cercare una ragione per esistere al di fuori dei consumatori di violenze o mercanti d’armi è difficile quanto cercare un uomo onesto in parlamento.

Portfolio (di Pino Bertelli)

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Crediamo a una forma di “ecologia delle immagini” (Susan Sontag), una sorta di “fotografia randagia” che si schiera dalla parte degli oppressi e contro gli oppressori. Non ci interessano le iconografie della compassione né i sudari della povertà… sappiamo che la ricchezza di pochi implica l’indigenza di molti. E nessuno può dire che il mondo non va così. Le guerre coloniali, le guerre del petrolio, le guerre di religione… sono lì a ricordare all’umanità che ad Auschwitz, mentre si assassinavano milioni di persone, gli aguzzini si facevano suonare Schubert prima di cena e nel resto del pianeta impazzava il boogie-woogie di Glenn Miller.

“E Dio, dov’è il buon Dio?” Si chiedeva il filosofo Elie Wiesel di fronte al bambino impiccato nel campo di sterminio di Auschwitz: “Più di una mezz’ora restò così, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: “Dov’è dunque Dio?” E io sentivo in me una voce che rispondeva: “Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”. Nessun uomo è un’isola e se “il ricco o è un ladro o un erede di un ladro” (diceva già nel IV secolo il vescovo Basilio), educazione liberatrice, solidarietà comunitaria e dialogo interculturale significano responsabilità di ciascuno verso l’intera rete sociale.

Il pensiero dei fanatici di ogni religione ci fa paura, quanto la cupidigia esposta nell’economia politica che sta al fondo dei mercati mondiali dell’apparenza. La società dello spettacolo imprigiona, è l’amore dell’uomo per l’uomo che ci rende liberi. La libertà non si concede, ci si prende.

Con queste idee in testa sono andato con Paola a Buenos Aires… abbiamo fatto una deriva fotografica, a “gatto selvaggio”, nella Baires dei desaparecidos, dei giovani torturati e uccisi nella notte delle matite spezzate (dagli sgherri della dittatura e il silenzio della Chiesa di Roma), dell’utopia libertaria di Che Guevara, della poesia tragica di Maradona, del giornalismo senza bavagli di Rodolfo Walsh (ucciso ed esposto in una caserma allo scherno dei militari nel 1977)… per conoscere i Ragazzi di Zavaleta, un barrio che non è segnato sulla mappa della città e nemmeno in internet… oltre centomila persone vivono qui da generazioni, senza strade né fogne né niente che non si sono fatti con le loro mani e le loro lacrime… la parte migliore di questa umanità invisibile si è affrancata in cooperative di mutuo aiuto e i ragazzi hanno dato vita a una rivista (La Garganta Poderosa) per cercare di aiutare altri ragazzi ad uscire dalla droga, dalla prostituzione, dalla violenza di Stato, dai narcotrafficanti e spesso anche dalle famiglie… così siamo stati un po’ con loro e abbiamo ascoltato parole acerbe che si portavano dietro la distruzione degli idoli insieme a quella dei pregiudizi… e visto i loro sorrisi aperti o feriti, accolto i loro sguardi malinconici o gioiosi, condiviso le loro indignazioni o sogni di estrema bellezza… ho sempre preferito la compagnia dei poveri, indifesi, folli, ribelli alla frequentazione di intellettuali, politici, mercanti, preti… sto bene in loro compagnia… parliamo la stessa lingua… in quella del nemico regna la menzogna, perché è una lingua da ubriachi di potere. La bellezza che questi ragazzi portano sui loro volti in amore è la bellezza dei giusti e quando i popoli si accorgeranno della fame di bellezza che c’è nei loro cuori, ci sarà la rivoluzione nelle strade della terra.

Al posto della morale.

Una sera, di quelle sere odorose di stelle e di acacie, sotto un filo di luna che quasi toccava i margini del deserto iracheno, mentre fumavo un sigaro toscano all’anice… dal fondo di una duna di sabbia rossa increspata dal vento sulla via delle armi… vidi una ragazzina che portava una grossa balla sulle spalle… camminava con fatica e quando fu vicino a me, mi accorsi che la balla gocciolava qualcosa color sangue… le chiesi: “È un peso grande ciò che porti sulle spalle?” La ragazzina si fermò appena e disse: “Non è un peso, è mio fratello”.

Da quel giorno, quando sono in giro nelle periferie del mondo o in qualsiasi altro posto a fare fotografie e qualcuno mi permette di aiutarlo, dico: “Non è un peso, è mio fratello”.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, ventitré volte settembre 2014.



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