MARIO FRATTI: IL “DIARIO PROIBITO” D’UN DRAMMATURGO A NEW YORK

La memoria recupera nella coscienza individuale una materia incandescente, per scagliarla nel grande mare della coscienza collettiva

di Anna Maria Giancarli

Ho conosciuto Mario Fratti, drammaturgo famoso in America ed oltre, aquilano dall’aspetto bonario ed accattivante, proprio in occasione della presentazione, nella sua città, L’Aquila, del suo primo testo di narrativa Diario proibito.

A piè di pagina, dopo una particolare dedica, con sorpresa ho trovato – scritta in evidenza – la parola “immaginazione”, che per me è divenuta una sorta di chiave di lettura emblematica del suo mondo interiore.

Poi, sicuramente condizionata dagli stilemi aguzzi della sua narrazione, connotata da crudo realismo privo di infingimenti e coperture e da una scrittura petrosa, costruita per lacerare le coscienze assopite, usata come un bisturi per incidere in profondità, ho tentato con difficoltà di collegare quella parola al tessuto della vicenda narrata, in apparenza di segno così opposto.

Il protagonista del libro è un adolescente fascista, privo di coraggio e di idee che, a fine guerra, è divenuto un modesto impiegatuccio, frustrato ed ossessionato dal sesso.

Ma, proprio la descrizione della dissoluzione di qualsiasi forma di convivenza civile, vissuta e conosciuta in quell’epoca dal ragazzo nel quale l’autore si identifica, unita all’amara riflessione di un mondo che “è quello che è” – per dirla con Moravia – provoca un tale disprezzo per quella realtà, che non appare affatto paradossale che Mario Fratti attribuisca alla forza dell’immaginazione l’unica possibilità di costruire un mondo migliore.

Un mondo che in primis, suggerisce l’autore, ha il dovere di spezzare quel filo tenace che cuce le bestiali e violente vicende di ieri con quelle della nostra travagliata attualità.

Il vergognoso passato riemerge dalla pagine di un diario sepolto e ritrovato, che ripercorre i fatti, non attenuati dal filtro della memoria, permeati di sadismo e crudeltà, anche in un contesto di vita provinciale.

Non si limita soltanto a raccontare, però, il nostro autore; si spinge oltre: sviluppa ed attiva nel lettore una riflessione critica intorno ai destini umani, che appaiono mossi dalle medesime “leggi” in ogni tempo e spazio. Cerca di sondare l’insondabilità dell’io nascosto, individuale e pubblico.

Il suo viaggio circolare di conoscenza lo conduce ad un medesimo esito. Soltanto in apparenza mutano le epoche, appunto, spesso popolate dagli stessi personaggi, sotto altre divise, così come è avvenuto nell’Italia del dopoguerra.

Un forte potenziale di giudizio etico filtra lungo l’intera opera, per cui anche le strutture formali e la parola acuminata, appaiono la conseguenza inevitabile di un’immersione dolorosa nell’abominio di cui è capace, in troppi casi, il genere umano.

Il testo disvela, quindi, una cifra linguistica che assegna alla parola un preciso registro connotativo e la proietta oltre il “particulare” per la denuncia netta ed il rifiuto nei confronti della condizione umiliante della società, ancora troppo lontana dalla conquista dei diritti umani.

La memoria recupera nella coscienza individuale una materia incandescente, per scagliarla nel grande mare della coscienza collettiva, in una spirale i cui cerchi concentrici illuminano quel periodo storico per far luce sul presente.

La sottile provocazione dell’autore, come traspare anche nel testo “Linguaggio e silenzio” di Steiner, è la sfida tra la “civiltà” e l’”inumano”, in una ipotesi di cambiamento culturale che modifichi gli assetti consolidati che vedono la supremazia dei poteri da una parte e la sottomissione dei popoli o delle persone dall’altra.

Questo scrigno di ricordi autobiografici diviene anche il mezzo per il rinvenimento dei luoghi aquilani in cui si è cristallizzato il passato e strumento di autoanalisi per la responsabilità d’aver condiviso una simile barbarie.

Ad ogni inizio di capitolo, inoltre, Mario Fratti riporta una pagina di giornale del tempo. Questo escamotage letterario è assai efficace per rendere viva la temperie dell’epoca. Stupefacente è, comunque, scoprire la forte analogia con gli avvenimenti del presente. Omicidi, guerre, fatti di cronaca, notizie su personaggi famosi e persino inserzioni amorose, come oggi, costituiscono la materia prima delle notizie riportate.

Alla fine del libro, attraverso un’invenzione narrativa che usa in tutti i suoi testi, Mario Fratti fornisce al lettore l’ottica fondamentale che ha dato senso e sostanza a tutto il racconto.

Il Maggiore, sadico ed opportunista, autore di crimini e torture, a cui il protagonista aveva partecipato, finanzia in parti uguali il Movimento Sociale Italiano e la Democrazia Cristiana, partiti a suo avviso eredi di quell’epoca. È più ricco di prima e lo assume. Sono entrambi legati dal silenzio della storia. Questa amara consapevolezza nega il varco alla speranza ma, allo stesso tempo, spinge ad “immaginare” un mondo “altro” da costruire.

È questo il significato di quella parola a fondo pagina?

Non v’è dubbio, infatti, che sia necessario prima di tutto prefigurarsela una convivenza basata su alti valori per dare corpo al cambiamento, per contrastare lo smarrimento e la confusione sui princìpi umani che connotano i nostri rapporti sociali.

In appendice del libro, infine, si trova il dramma “L’Aquila – nove martiri”, giovani partigiani animati da ideali antifascisti, amici che Mario Fratti non trovò il coraggio di seguire in montagna. Il dialogo tra Giorgio e Bruno, che si stanno preparando per allontanarsi dall’Aquila è densamente tragico.

Alla convinzione di ritornare nella città libera e liberata e di conseguire l’utopia della pace e della giustizia, s’affiancano tutti i timori e le tenerezze dei due diciassettenni verso i familiari. Giorgio riferisce all’amico di aver parlato per tre ore con Bruno per convincerlo ad andare con loro. Ma il traditore intellettuale, che parla sempre di giustizia, uguaglianza, marxismo e sindacati, non li seguirà. Pratico e realistico, codardo, sceglierà la vita.

Estremamente simbolico appare l’epilogo dell’intera narrazione. L’autore, sempre con il suo stile diretto e con le sue convinzioni, mette a nudo la verità che sottostà al comportamento di Bruno, che rivela – appunto – una scarsa forza morale ed una buona dose di opportunismo. Sono proprio questi limiti che Mario Fratti sottolinea e condanna, ma che tutti accettiamo e giustifichiamo quando ci riguardano, la causa prima del nostro degrado complessivo.

Oggi questa presa di coscienza è ineludibile, anche alla luce dei mutamenti enormi, prodotti dalle tecnologie, che hanno determinato la crescita delle disuguaglianze tra Stati e all’interno delle stesse società, oltre che il dominio delle oligarchie finanziarie che detengono la quasi totalità delle risorse.

Non v’è dubbio, allora, che il messaggio di Mario Fratti spinga ognuno di noi all’assunzione di responsabilità, per rifondare dei comuni punti di riferimento e contrastare la cosiddetta “società liquida” di Bauman, facendo prendere corpo all’“immaginazione”.



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