L’OPERA D’ARTE COME SINGOLARITÀ CATASTROFICA

Nelle storia dell’arte, quella reale, non si danno alternative tra opere

di Antonio Del Guercio

La mia interrogazione del tema catastrofe e creatività discende (o sale?) dal piano del discorso generale a quello degli oggetti verificabili, dal piano della considerazione del tessuto culturale di un periodo storico o di una fase alla registrazione critica dell’intervento, per meglio dire dell’irruzione, dell’opera concreta. Questa squarcia la compattezza del tessuto culturale esistente, proponendo significazioni inedite, impreviste e imprevedibili, e costituisce dunque qualcosa che può essere in qualche modo paragonato a ciò che i fisici, su ben diverso terreno, definiscono come una singolarità.

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Uno degli aspetti più disastrosi delle mode critiche in auge da ormai quasi quattro decenni è l’appiattimento della considerazione dell’opera nella sua singolarità sul tessuto culturale diffuso, completato da un successivo appiattimento sulla riflessione filosofica “generale”, insomma sull’estetologia. Fine della critica d’arte e conseguente trionfo, appunto, della estetologia.

Nella storia dell’arte, quella reale, non si danno alternative tra opere: i quadri di Picasso e di Braque del 1909, per esempio, non si “oppongono” ai quadri coevi o anteriori di Matisse, ma si pongono come strappi del tessuto culturale esistente, sia nell’aspetto “esterno” (il mondo, lo stato di cose, ecc.) sia nell’aspetto “interno” (le forme che dicono il senso dello strappo, che “giustificano” la singolarità).

Configurata come rottura di un equilibrio, come evento non derivato dalla “logica” del contesto preesistente, la singolarità non può non dirsi catastrofica.

Picasso al lavoro



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