LA PERCEZIONE MEDIATICA DELLE CATASTROFI

Popolo e politica in internet: dalle estetiche al “sentire” con la Tc (Teoria delle Catastrofi”) – Seconda parte

di Giuseppe Siano

Jacques Derrida dà una sua misura al “toccare” e allo “sguardo”; sebbene appartenenti a metodologie di organizzazione di sensi diversi, il toccare e lo sguardo fanno emergere, per la loro interrelazione organica rispetto ad un osservatore, dei messaggi e delle emozioni che s’irradiano verso molteplici direzioni in un ambiente sensoriale. Una volta scelto il modello d’interpretazione, infatti, questi sensi permettono di costruire un ordine attraverso un racconto di azioni interrelate e in sequenze. Non a caso, proprio come movimenti interconnessi organicamente, il tatto e la vista permettono agli esseri umani di “toccare con lo sguardo” i fatti e gli oggetti della loro vita, durante lo svolgersi del proprio racconto degli eventi. Questa singolare interpretazione è presente nel libro del 2000 di Derrida, dal titolo ambiguo Le toucher, Jean-Luc Nancy.

Il toccare e l’essere toccati dallo sguardo è interpretato, così, in modo nuovo nella psicologia e nella fisica degli stimoli sensoriali; proprio come se tra gli organismi presenti in un ambiente avvenisse uno scambio d’informazioni che producono azioni ed interconnessioni. Gli stimoli sensoriali di energia e di luce che colpiscono osservatori, corpi e azioni, contestualmente fanno emergere cognizioni.

Tutto l’universo è diventato misura, percezione e cognizione di queste molteplici interrelazioni. Da questo punto di vista non è più importante definire i concetti con cui spiegare l’organizzazione del pensiero, ma è la macchina di pensiero che si muove in un ambiente relazionale e che permette di dare un valore ai concetti (cfr. Rizoma di Gilles Deleuze e Felix Guattari). Tanto che si definisce oggi come sistema una collezione di oggetti (qui intesi come particelle infinitesimali di energia-materia, campi onde ed altro) fino ad arrivare ai macrosistemi stellari e galattici. È palese, ormai, che oltre la rappresentazione c’è un altro modello di linguaggio che permette di “contattare” e scambiare informazioni con un altro organismo vivente presente nel proprio ambiente vitale scelto. Il dominio esclusivo delle interpretazioni non è più solo rilevare relazioni attraverso il significato delle parole, ma attraverso la funzionalità sistemica messa in atto. Umberto Eco nel suo trattatello di estetica, Opera Aperta, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, aveva individuato negli stimoli una nuova forma di valutazione estetica; e, inoltre, nella teoria dell’informazione aveva cercato un modello che avrebbe potuto tradurre in sistema linguistico la percezione degli stimoli — quando si apre un canale comunicativo tra individui. Lo ipotizzò ma non poté definirne l’azione e la misura linguistica relativa, se non affermando che nei canali l’informazione corre secondo le traduzioni dell’energia in strutture formali, ma queste sono interpretabili da altri, e diventano chiare solo a chi adotta i canoni della Teoria dell’informazione. Allora ordinare e interpretare gli stimoli secondo la Teoria dell’informazione non era ancora possibile, come Eco rilevò, ma ne individuò la strada.

Con questo richiamo, voglio affermare che non basta che si ricorra solo alla rappresentazione di un eroe, per diventare oggi un personaggio pubblico televisivo. L’immagine del pensiero è parte della messa in scena, dello “spettacolo della vita”. Non basta nemmeno che poi l’azione eroica sia ripresa e “cantata” da un giornale politico, o da un rotocalco cartaceo. Né che al commento dei propri aedi si aggiungano le solite fotografie, con la presenza di monocordi informazioni divulgate e “cucinate” dai giornalisti, autonomi o prezzolati, e che comunque devono essere asserviti alle scelte direttive della proprietà nelle redazioni d’informazione della televisione. La fama si acquisisce solo attraverso le azioni, queste riconosciute come elementi di un’informazione che produce una direzione, che altri possono anch’essi conseguire attraverso dei modelli operativi.

La fama di un eroe e il suo gesto sono tali, quando sono stati scelti e raccontati secondo alcuni modelli di dominio che producono quella che chiamiamo informazione cognitiva, tattile, percettiva e di visione complessiva dell’azione.

Comunque, solo dopo aver deciso di dare una direzione alla fama, essa si presenta ora, nel nostro discorrere, come un racconto che tratta di un’azione eroica, che è considerata impresa mitica. La conquista di una donna (o di un uomo), o di una città, o lo slancio di un gesto altruistico senza un ritorno d’interesse, o il superare delle difficoltà ambientali, o il salvare qualcuno anche con lo sprezzo della propria vita, erano considerati fino a poco fa alcuni degli “atti eroici” da raccontare. [Si veda a tal proposito anche il testo datato di Franco Ferrucci L’assedio e il Ritorno (Omero e gli archetipi della narrazione)].

La televisione, almeno fino a una ventina d’anni fa in Italia, aveva diversi modi di descrivere e raccontare un evento: attraverso tre punti di vista alternativi. Essi si possono far risalire al tipo di racconto analizzato secondo modelli differenti di azione proposti dai tre canali pubblici. In questo modo si tutelavano le diversità, direttamente o indirettamente, e si proponevano anche al pubblico tre modelli di racconto. La narrazione determinava, ovviamente, anche la diversità dei punti di vista. Un eroe, era segnato da un giudizio di valore e dal modo con cui si narrava la sua partecipazione all’evento di una tragedia, che si spettacolarizzava attraverso la ripresa televisiva.

Mi spiego meglio.

Era allora importante, ad esempio, comprendere a quale tipologia di eroi ci si riferiva; ovvero se eroi erano tutti quelli che erano guidati da interessi economici, o da interessi morali (o spirituali) elevati; senza dimenticare che vi era anche un altro eroe, quello quotidiano, proveniente dalla cultura non elevata, che, come modello identificativo, era prossimo a tutta quella maggior parte di popolo di lavoratori che era stato tutelato nella Costituzione della Repubblica italiana dalla nostra giovane nazione democratica “fondata sul lavoro”.

La decisione era presa dallo spettatore, che poteva parteggiare con gli uni o con l’altro o con l’altro ancora, o trovarsi in una posizione intermedia di non scelta. Questa diversità, dovuta alla scelta di campo della singolarità che produceva l’interpretazione, è scomparsa quando, con la Prima Repubblica, si sono estinti i partiti popolari che mediavano tra le ideologie, e si sono affermati quei partiti fautori del controllo dello Stato da parte di oligarchie economiche. Le leggi dello Stato erano sempre frutto di compromessi, per cui difficilmente si modificavano e si radicalizzavano le decisioni. I partiti del popolo comunque amplificavano ed erano portavoce del malessere dei propri rappresentati (o della loro tragedia vissuta quotidianamente, specie per le varie crisi economiche di quegli anni).

L’uomo comune, nella Seconda Repubblica, con il suo senso del tragico quotidiano per la necessità di lavoro, da vent’anni ha meritato sempre meno rappresentazione in TV o sui giornali, almeno fino a quando non ha compiuto qualche gesto eclatante. Chi prendeva le parti dei lavoratori in Tv era subito tacciato di populismo, ovvero di raccontare un proletariato che non c’era più, per cui quelle persone erano ree di fare propaganda demagogica. Nel frattempo il lavoratore era diventato consumatore di una merce e di un messaggio simbolico, mentre il proletario, come classe stava scomparendo in quanto mettere al mondo figli “costava di più” proprio come ricordava Jean Baudrillard, nel suo Sistema degli Oggetti.

C’è sempre bisogno, ieri come oggi, però, che il tragico produca “fama”, e “diventi” ora uno spettacolo, dove si scambiano “oggetti simbolici”!

Il tragico deve “fare” clamore! Deve indicare, inoltre, un modello di comportamento. Per Aristotele era la parola che connetteva fatti ad azioni; poi, con la società delle immagini, preponderante è diventata la spettacolarizzazione. Questa, specie dopo le riflessioni di Guy Debord [La società dello spettacolo], dove il rapporto sociale tra gli individui è mediato dalle immagini, anch’essa fa parte dell’impianto tragico delle azioni. Debord ci permette di osservare le relazioni nello sviluppo degli eventi. Le immagini, per il filosofo francese, trasmettono messaggi economici e influenzano la psicologia degli spettatori; esse danno non solo forza alla divulgazione del consumismo, ma danno potere a coloro che controllano i mass media, o le informazioni. In questo modo, per lui, si rende palese la storia di una nuova fase di oppressione della “società capitalistica”.

Che la vita umana sia considerata scambio simbolico o spettacolo, o ancora una ideale ricerca di una verità e di una conoscenza oggettiva, fatto sta che l’informazione, si è staccata durante tutto il ’900 dall’essere identificata con la comunicazione tra due persone che cercavano di trovare almeno una “verità” condivisa con la ricerca precisa del significato delle parole, che davano seguito alle azioni.

Nel mondo della spettacolarizzazione della vita sono gli stimoli-informazioni ad imporre un proprio modello interpretativo, e, trovare concordanze solo attraverso i culmini che attraggono, quali si devono considerare le catastrofi.

La catastrofe cosa ci fa toccare oggi con lo sguardo? Si può dire che una catastrofe distrae per mezzo di uno spettacolo forte dallo scivolare normale degli eventi incanalati in un flusso? L’informazione, quando s’impone all’attenzione psicologica, distoglie (distrae o devia, per la sua azione di détournement) da una certa considerazione degli eventi in un ambiente, per imporne un’altra organizzazione e interpretazione?

Per questo motivo dobbiamo comprendere che l’informazione non è mai asettica o libera; perché è una struttura di conoscenza e di energia che “tocca” il mondo e il corpo di un osservatore e lo distrae dall’inseguire un altro suo interesse, o punto di vista, o una sua azione fino ad allora perseguita nel suo ambiente quotidiano.

L’informazione che distrae indica una direzione energetica deviata dal suo flusso economico politico e sociale normale, specie quando si presenta eccezionalmente diplomatica o ambigua. In effetti, un’informazione emerge sempre già in forma organizzata, ed è sempre di parte, sia per chi l’ apre e le permette di attraversare il proprio canale, e sia per chi, nel passaggio, sovrappone la propria interpretazione. Nella catastrofe, però, essa è percepita come una grande distrazione in quanto genera un evento eccezionale, o al di fuori delle probabili aspettative.

Prendiamo ad esempio come modello il tipo di evento che è segnale delle cosiddette “catastrofi naturali”. Sappiamo che una catastrofe naturale improvvisa destabilizza l’organizzazione di un determinato tipo di relazioni che alcune strutture viventi presenti in un territorio si erano date. Analizziamo ora l’evento catastrofico con la struttura e il sistema valutativo delle informazioni.

Sappiamo, dal passato, che qualsiasi tipo di evento può far emergere dalla percezione e cognizione di un osservatore una propria narrazione — o organizzazione di informazioni, — secondo il modello prescelto. Ogni racconto si palesa, oggi, come sistema di un ordine logico — o di pensiero agente — che mette insieme una sequenza di eventi. Sappiamo, inoltre, che una catastrofe naturale, dopo aver annullato le relazioni precedenti presenti in un territorio, indica una direzione e permette di rilevare le tensioni organiche rimaste, su cui un po’ alla volta si ricostituisce una rete interrelata di strutture energetiche e biologiche, in modo da dare vita nell’ambiente a un rinnovato sistema relazionale. In questo modo germinano un nuovo ordine e una nuova regolamentazione dei sistemi fisici che si relazionano e organizzano la sopravvivenza per genere e per specie. Ecco come la dissipazione d’informazioni si verifica, di solito, anche in Natura.

La dissipazione, infatti, mette in moto la sua azione e funzione quando un’organizzazione non è più utilizzabile in modo coeso per un’alterazione o trasformazione ambientale, o per un’alterazione o trasformazione dei rapporti umani, o dei sistemi biologici viventi che abitano un territorio. In questo caso gli uomini — ma anche gli altri sistemi biologici viventi in genere — abbandonano una struttura per “necessità” di relazione, o perché trovano in un altro luogo la possibilità di organizzare nuove relazioni per una sopravvivenza che attivi un minore dispendio energetico del proprio organismo.

L’estetica dell’informazione, o il “sentire l’informazione” attraverso procedure logico-matematiche che traducono in messaggi e proposizioni, il calore, l’energia, la luce, l’elettricità, ecc., produce una nuova forma di relazione e di conoscenza, che si avvale di una nuova visione del cosmo e della vita molto vicina alla fisica, all’ottica e alla meccanica delle particelle.

Quello che voglio qui affermare è che queste teorie logiche filosofiche estetiche psicologiche cosmiche e sociali nuove, che si sono prodotte per la presenza della Teoria dell’informazione, arricchiscono quella strategia del “toccare con lo sguardo” di Derrida.

L’importante, in questo nuovo ambiente conoscitivo, è valutare come economizzare sulle energie-informazioni per raggiungere gli scopi. Diventa essenziale comprendere, attraverso gli stimoli, in che modo si organizza una nuova percezione e conoscenza dell’organizzazione degli atti e dei fatti della vita e quali altri valori ci trasmette la teoria dell’informazione.

I valori dell’informazione si ricavano dalla relazione tra le energie, gli osservatori e gli obiettivi, o scopi, che si rilevano nella relazione di analisi di modelli che legano uno stimolo a un ambiente relazionale.

L’energia, l’economia e il danaro-credito alimentano e regolamentano oggi per gran parte il mito coevo.

Già la società dello spettacolo aveva portato alla costituzione di una nuova tipologia di fama. La vecchia composizione del mito, infatti, è stata inglobata nel tipo di messaggio che oggi si trasmette dinamicamente con i sistemi di pensieri organizzati in informazioni, e non risiede nella parola, o termine, che non veicoli anche l’azione del pensiero.

Da tener presente che tutte le energie-informazioni impiegate in un ambiente relazionale osservato, anche se non permettono a delle strutture biologiche viventi di raggiungere un bersaglio, non si distruggono; la loro organizzazione rimane dissipata nei frammenti dei varî luoghi e delle varie strutture che sono state investite da quella massa energetica.

[Più che la storia dell’uomo e dell’artista — ci ricordava già George Alexander Kubler, nel suo libro che rivoluzionò le teorie dell’arte negli anni ’60 del secolo scorso, La forma del tempo, — bisogna osservare come un’antropologia delle tecniche influenza la vita, intesa come un insieme di modelli di azione. Si è passati dalla storia dell’uomo alla storia delle tecniche escogitate in un territorio per aiutare la sua sopravvivenza. L’antropologia delle tecniche, infatti, è interessata a quel continuo processo che mette in relazione le capacità sensoriali umane e il sapere mediante scoperte continue in un ambiente].

In questo modo, si può utilizzare oggi anche un’energia che precedentemente era stata dissipata in un luogo spazio-temporale.

Una nuova organizzazione permette, infatti, a un modificato organismo biologico vivente di utilizzare — attraverso nuove strategie di sopravvivenza e di collegamento — un sistema definito improduttivo in precedenza, per raggiungere in modo più semplice altri obiettivi e far emergere nuove relazioni organiche in quell’ambiente.

Un’informazione si disperde, però, anche quando il messaggio non arriva a destinazione; ovvero, quando un messaggio non stimola nel destinatario e nell’osservatore l’emergenza di un “orizzonte degli eventi”.

Nel canale comunicativo si dice allora che è subentrato un “rumore” che ha disturbato la trasmissione dell’informazione.

Alcuni credono che l’informazione e l’entropia [in generale disinformazione, assenza d’informazione, o anche l’informazione non percepita e riconosciuta dal ricevente] siano la stessa cosa; altri credono che l’informazione sia entropia negativa, o neg-entropia. La differenza, per me, è dovuta al fatto che le persone sono state abituate ad analizzare aspetti differenti dello stesso fenomeno in modo unidirezionale.

C’è chi guarda la situazione dal punto di vista del mittente; c’è, ancora, chi rivolge la propria attenzione al destinatario e all’incertezza che diventa relativa se si attende la risposta giusta a una domanda; o, se produce una aspettativa nell’azione dopo che il messaggio sia stato prodotto secondo delle regole convenzionali e si supponga che quello stimolo sia stato ricevuto dal destinatario in modo corretto per colpire un bersaglio predeterminato con l’azione.

In “realtà” guardano tutti lo stesso fenomeno: il mittente e il destinatario sono due terminali che emettono e sono raggiunti da più parti dalle informazioni.

L’informazione è un sistema diverso dal comunicare con l’ordine delle parole. Essa crea una rete o ramificazione di collegamenti, già anticipato nella struttura del Rizoma (il celebre libro sopra citato di Deleuze-Guattari degli anni ’70), in cui questo sistema logico rizomatico — che deriva dal sistema dei tuberi e che viene opposto alle arborescenze — permette di concatenare eventi anche di diversi piani spazio-temporali rispetto ai collegamenti logici che presuppone una rete di ramificazioni, appunto qual è quella delle arborescenze.

Siamo quasi tutti convinti che un nuovo modello di uomo, di spazio-tempo di sistema fisico-percettivo con (o senza) l’informazione è emerso; specie per la formulazione e la verifica di nuove teorie filosofico-scientifiche del secolo scorso.

Una di queste teorie afferma che l’uomo in ogni momento sceglie, nel proprio ambiente, attraverso gli stimoli che giungono al proprio corpo-cervello-mente, qual è l’informazione predominante in quel momento. Da questa scelta del modello nasce una misurazione e l’osservatore emerge nel proprio “orizzonte degli eventi” fisico-percettivo. Contestualmente gli si organizza e gli si prospetta anche un percorso fisico-logico che lega anche ambienti comunicativi del presente e del passato secondo sia l’analisi delle teorie fisiche dei sistemi dinamici semplici e complessi e sia secondo l’altra analisi dello spazio degli stati.

Solo in questo modo un “orizzonte degli eventi”, che si compone con la psicologia dei modelli di pensiero degli stimoli-risposta, può essere reale, fantastico, improbabile, falso, ecc.; ma non è definire ciò che interessa alla nuova filosofia. Non si vuole prima definire lo stato o la dinamica attraverso la definizione di un concetto, ma arrivare subito ad osservare quale decisione e quale azione quel sistema organizzativo produce in un determinato ambiente, se di una stasi o di una direzione, e verso dove si dirige per esercitare la propria Gewalt [autorità (di dominio), forza, potere, violenza,] energetica.

La decoerenza, o dispersione d’informazione, s’instaura quando un messaggio non raggiunge il proprio bersaglio comunicativo, per la perdita di energia causata da agenti esterni nel canale, o da una coesione interna non adeguata per far fronte alla struttura delle relazioni dominanti.

Per questo motivo sappiamo che “Non sempre la verità trionfa nel nostro mondo”.

Si può non disperdere l’informazione anche costruendo un racconto verosimile o fantastico; anche se, ad esempio, la narrazione fondata su presupposti “falsi” o illogici porta a organizzazioni che impegnano più “lavoro”per sopperire alla emergenza di incoerenze energetiche nella struttura.

Si afferma, perciò, che l’informazione è già una struttura concatenata di eventi che, se mette in relazione persone ed energie, queste sono impegnate in un’organizzazione comune.

In questo modo, se si generano diverse direzioni in un osservatore quando è toccato da uno stimolo, la lotta delle informazioni diventa lotta per il dominio delle azioni energetiche in un ambiente. Non c’è un dominio del concetto nella Filosofia come nell’Estetica, ma quello dell’azione del pensare, come ci ricorda anche Aristotele.

Le energie che si muovono in modo contrario, cioè apportatrici di un altro tipo di organizzazione o di ordine, vanno dissipate all’interno del proprio sistema. Questi presupposti di sovrapproduzione di energia per estendere il proprio dominio, poi, portano gli organismi deboli o indecisi a collassare. (Una menzogna, ad esempio, non si può tenere nascosta per molto tempo; ci vuole troppa energia, e attenzione, e tempo per continuare ad alimentarla, specie in un universo dove l’informazione oggi viaggia alla velocità della luce. Chi detiene i mezzi d’irraggiamento d’informazione — mi riferisco qui alle aggregazioni di consensi come ad esempio gli hub e i domini, — ha il potere con un clic di divulgare e mantenere una falsità come verità per tanto tempo, proprio, ad esempio, com’è avvenuto in Italia con il caso Ruby che ha visto implicato il leader del centrodestra Berlusconi, e che ha registrato come suoi alleati e divulgatori di una “falsa notizia” gran parte dei parlamentari italiani suoi sostenitori).

Quanto ho detto finora è per mostrare come sia nato un nuovo modello di organizzazione della spettacolarizzazione della vita, che si avvale di una diversa analisi filosofica, e che fa emergere i suoi fondamenti specie nel modello logico-matematico della “Teoria delle catastrofi”.

La catastrofe, coma azione del pensare, va intesa quale culmine di un cambiamento, dove un tipo di organizzazione topologica naturale “precipita” in un’altra forma di organizzazione; proprio come avveniva con la “composizione di una serie di atti o di fatti”, che possono portare ancora oggi al racconto delle peripezie di un eroe in vista d’un fine.

Le analisi del simbolo, del segno, della rappresentazione diventano marginali nel sistema delle informazioni, o “azioni dinamiche del pensiero”; va quantizzata, invece, l’energia prodotta, le relazioni e i modelli delle dissipazioni di energie e delle forze-lavoro che ci vogliono per aggregare alla rete i consensi e costituire un sistema.

L’analisi del mondo dell’informazione intende l’azione del pensare e dell’organizzare antecedente alla mera analisi di concetti, con cui poi procedere all’analisi del pensiero.

Un sistema funzionale utile a un obiettivo vale più di un uomo col suo senso tragico del racconto; ma anche più di una massa maggioritaria di uomini che non mette in moto la propria energia e lascia che altri utilizzino il proprio sistema funzionale per raggiungere i loro fini!

Per questo motivo gli eroi deboli, i lavoratori, che vivono una tragedia quotidiana non fanno più notizia, e non sono oggi ospiti tanto graditi né sui giornali, né in televisione. Sembra che il popolo lamentoso e indigente che non riesce a guadagnare i soldi per consumare la vita nel proprio scambio simbolico, non abbia più diritto a essere rappresentato, neanche per una manifestazione di protesta nella vita pubblica. È tollerata la presenza e la partecipazione, ma solo in alcuni casi, di questi “sfaccendati indigenti” nei talk show — quando, cioè, è concesso che diventi visibile lo spettacolo della loro tragedia a un pubblico televisivo. Lì è il sommovimento emotivo che suscita l’azione.

Non importa ai cronisti, poi, se questo evento di manifestazione dell’indigenza possa generare in seguito una situazione pietistica; o se produrrà un atto che metta fine alla tragedia vissuta dalla singolarità espressione dell’indigenza per l’ostracismo che potrà manifestarsi contro di lui; e neanche se questo individuo, un attimo dopo che si siamo spenti i riflettori su di lui, possa promuovere un’organizzazione clandestina la cui finalità diventa la realizzazione di un avvenimento tragico di grande proporzioni che potrà produrre in seguito, ad esempio, tra gli umani almeno lo stesso numero di vittime provocate dalle catastrofi naturali.

L’importante per il sistema dell’informazione è sempre aggregare relazioni; mostrare ed evidenziare i modelli d’automatismo nelle strutture e le tipologie delle dissipazioni delle energie contrarie al sistema vitale; allargare, infine, la soglia di emergenza degli stimoli anche a quei sistemi distratti da altri interessi. E non importa se il veicolo della trasmissione dell’informazione sia un libro o la TV o internet con la sua rete relazionale.

L’informazione, o bit, è la nuova unità di misura che mette in relazione un osservatore con qualsiasi “oggetto” fisico, di pensiero dinamico-relazionale, o con un modello cognitivo, e implica una nuova fisica e filosofia della misurazione del “tutto”: dall’organizzazione della vita, al cosmo, all’universo subatomico ed energetico fino ad una nuova teologia (come ad esempio quella formulata dal gesuita teologo evoluzionista Pierre Teilhard de Chardin).

Il cosiddetto linguaggio energetico dell’informazione [o info-energia] pervade, così, ogni struttura percettivo-dinamica del pensiero e dell’organizzare l’azione. Tutto rientra nel contesto di ciò che un osservatore sceglie e fa, quando misura l’universo con l’energia-informazione. Qualsiasi ambiente e cognizione sono legati da almeno un osservatore, attraverso cui s’irraggiano infinite strutture: dal mondo subatomico di un bosone o di un fotone a uno dei tanti ammassi, formato da miliardi di miliardi di miliardi di galassie, di cui è costellato il nostro universo in espansione. Tutto è attraversato da informazione: là dove non c’è informazione c’è entropia.

Fino a poco fa dicevamo che ogni evento diventava “notizia” nella “società dello spettacolo”, specie quando si utilizza la “diretta TV”. La televisione in questo caso porta l’evento all’interno della nostra vita, il nostro sguardo tocca l’evento da lontano, e lo percepiamo e ne facciamo esperienza come se fosse a noi presente. E se plaudiamo quando sono scoperte delle attività illecite dalle forze dell’ordine, sappiamo che quei messaggi sono inviati per rassicurare coloro che hanno fatto della legalità il centro del proprio sistema di vita.

Sappiamo che nel mondo dell’informazione tutto ciò che mina un sistema organizzato in relazioni e fatti, va repentinamente denunziato e bloccato con la forza, nel bene come nel male. Il sistema considerato malvagio, per uno dei tanti domini presenti in un ambiente relazionale, deve essere ostacolato o messo nella condizione di non replicarsi, altrimenti diventa nuovo ordine nella società dell’informazione.

Sappiamo anche dall’antichità che una tragedia, se non si porta a compimento, a volte, è perché c’è l’intervento di un aedo, che ha sapientemente innescato un movimento d’intervento pietistico; per cui colui — (o anche un gruppo di persone) — che è pronto a scatenare l’evento delittuoso si ferma e si “purifica”, con la commozione seguente che muove gli schemi di edulcorate rappresentazioni del tragico. (Chiaramente per il mondo dell’informazione, che analizza l’evoluzione e l’organizzazione degli umani, si tratta di uno spostamento di energie da un fine verso un altro; questo è verificabile, in psicoanalisi, quando si analizzano le pulsioni psicologiche o sociali dei pazienti).

Di solito mostrare la propria disponibilità, da parte dei potenti, col venire incontro alle tragedie particolari, spesso si rivela solo come una strategia messa in atto per ottenere consenso. Il fine, per i politici, è generare le condizioni favorevoli per la propria rielezione a rappresentante del proprio Paese; mentre l’editore di una trasmissione TV si occupa dell’audience che una notizia può fare.

In effetti, questa immagine di Stato, fondato sui rapporti socio-relazionali tra individui regolati dalle energie sottoposte agli interessi dei propri domini di appartenenza alla “finanza economica” e alla libera circolazione del danaro, permette di diventare consapevoli che non è più l’uomo il centro dell’azione, ma il sistema di relazione che si produce; per cui non importa più intavolare una discussione se il fine dell’informazione sia quello d’incrementare le vendite, o favorire gli interessi particolari di un editore di un giornale, o del proprietario di una o più reti televisive, ecc. Con questa “nuova democrazia” è emerso un altro progetto di uomo e un altro modo di considerare la vita umana. La colpa non è dell’informazione, ma del tipo di organizzazione che si sta dando l’umanità.

In Italia con la Seconda Repubblica abbiamo sperimentato nel quotidiano questa nuova organizzazione democratica: la vita, nella tragedia come nella commedia, è ancora incentrata sulla “composizione di una serie di atti o di fatti”, però legati all’energia impiegata per realizzare un business; pertanto, anche le catastrofi, quando inevitabilmente capitano, “devono” nel nostro sistema di relazioni produrre azioni di business per qualcuno. Se così non fosse, dimenticheremmo subito le tragedie umane, perché siamo investiti da ininterrotte informazioni.

Nel mondo dove l’azione del danaro antecede quella umana, anche i governanti si prestano a legiferare secondo queste regole. Essi sono affaccendati nelle politiche del risanamento dei presunti debiti contratti con le banche da “altri” uomini politici “spendaccioni”. Questi personaggi, come già hanno fatto gli altri che li hanno preceduti, quando votano una legge, mirano sempre al proprio tornaconto personale. Inoltre sono attenti a non essere esclusi dal sistema dominante di relazioni, dove le lobby comprano normalmente i rappresentanti del popolo.

Un sistema di relazioni, infatti, è prodotto dalla forza energetica impressa all’azione dal proprio gruppo di appartenenza. In ogni gruppo al vertice c’è o un singolo, o un’oligarchia dominante, a cui è demandata direttamente o indirettamente la scelta di come ampliare il raggio di azione o in che modo decidere di estendere il proprio dominio su altri territori.

Quando si osservano da più punti di vista i modelli di azioni che si generano in un ambiente insieme al tipo di energetica impressa alle informazioni, ci troviamo ad analizzare l’energia impressa e contemporaneamente il tipo di percorso che si prospetta per ramificare e radicare una energia-informazione in un territorio. Tutto è controllabile seguendo la direzione dell’energia, la forza impressa e i link che raggiunge, esaminabili con la teoria dei grafi che impone nuove analisi logiche e di connessioni dell’azione del pensiero, rispetto alla rappresentazione di un concetto o parola.

Le informazioni vanno considerate alla stregua di energia e di stimoli sensoriali. Prima di manifestarsi anche come cognizioni e rappresentazioni; sono esse che permettono di configurare relazioni e obiettivi antecedenti il racconto, attraverso la formalizzazione linguistica.

A volte gli stimoli e le direzioni tracciate dalle energie sono difformi rispetto alle parole usate dai personaggi di una rappresentazione e alle descrizioni prodotte dall’autore; spesso si ha bisogno di giri complessi di parole per far emergere la contraddittorietà logica di un racconto che crea discrepanze, tra la forza energetica dell’azione e quanto viene espresso con termini disambigui. Un’analisi del genere può permettere ad alcuni di confutare le favole, e non consente più di mostrare con verità palese un interlocutore o eroe come paladino, o anche partecipe, di un popolo abbandonato a vivere tante singole piccole, o grandi, tragedie che sono presenti in una esistenza.

Per dare voce a un eroe o a un popolo, che continuamente si trova a disagio nell’applicazione di modelli di sopravvivenza o nel rispettare le leggi dello Stato, c’è bisogno che si organizzi un nuovo sistema di relazione, o in alternativa, si provochi un evento catastrofico. Sia che questo avvenga con una ribellione a un’ingiustizia o, estremizzando, cospirando una rivoluzione; o, più semplicemente, si potrebbe trovare un luogo, dove raccontare il proprio malessere della vita che quotidianamente si presenta con una serie di eventi che sembrano tante microtragedie. In ogni modo, c’è bisogno della crescita di un sistema di rete alternativa di azioni-pensiero che introduca altri tipi di strutture relazionali, altrimenti si è destinati a soccombere o a diventare fuorilegge.

Per la teoria dei link c’è la possibilità di ordinare una società che abbia uno sviluppo più controllato e possa distribuire le ricchezze in modo più egualitario tra i popoli della Terra. Un’analisi del popolo come forza sussidiaria prodotta dalle singolarità forse è oggi l’unico modello che possa mettere ordine a questo massacro epocale che si sta consumando un po’ dovunque in nome del progresso e della civiltà. Non c’è sincronia tra azione e relazione, per questo non c’è più l’unità di quello che la democrazia ci ha insegnato a credere con le parole “popolo sovrano”; anzi il popolo oggi è messo nell’impossibilità di avere voce, per il “tradimento del mandato” dei propri rappresentanti che legiferano, cospirando, contro il sistema democratico.

Per ora questo luogo d’incontro, dove si raccontano i malesseri, sono diventati alcuni social network presenti in internet.

La misurazione delle reti sociali è anche un “luogo immateriale” dove si sperimentano nuove forme di analisi per l’orientamento degli spostamenti d’opinione, attraverso la misurazione ottenuta con lo studio sulla teoria dei grafi (o dei link).

Se si sa navigare si trovano narrazioni e fotografie di fatti tragici, che hanno avuto finali diversi da quelli proposti nei racconti degli aedi che inneggiano ancora oggi alla vittoria; un esempio tutto italiano, è quello di quell’eroe citato sopra, che per molti è ancora un “grande” statista e che imperversa sui rotocalchi, i quali continuano ad amplificarne la sua storia personale nel bene come nel male. Il potere è sempre nella rete creata dai mezzi d’informazione ed è l’equivalente di quanta energia s’impiega per mantenere una verità e di quanti soldi s’investono nell’azione di affari.

Internet è ancora un luogo libero, poco controllato dai tanti dominî del potere; anche se l’Italia si trova oggi a un passo dall’approvare una legge che imporrà la clandestinità a qualsiasi denunzia in rete, e alla persecuzione giudiziaria di chi la fa.

Fino alle scorse elezioni i sondaggi erano fatti senza tener conto delle opinioni che transitavano nei grandi dominî presenti nei nodi della rete. È stata una brutta sorpresa per tutti i politici che confidavano nelle cosiddette “forchette” scoprire che tutte quelle previsioni alla fine si sono rivelate sbagliate. Il partito che ha ricevuto più consensi si è formato per lo più nella rete e la stragrande maggioranza dei votanti ha riscoperto almeno un senso di appartenenza, una propria specularità tra il narrare e richiedere un cambiamento e l’azione per raggiungerlo. A volte si possono sbagliare le strategie e fallire, ma non va mai messa in discussione il perseguire un’azione per raggiungere quel fine.

I politici e i sondaggisti non hanno compreso pienamente ciò che muove l’energia-informazione. Essa si presenta come una configurazione degli eventi in evoluzione, e non rappresenta più un modello fisso di una rappresentazione del pensiero; ciò fomenta il crescente desiderio di decisione, che fa aderire molte singolarità insoddisfatte dei propri rappresentanti all’“orizzonte degli eventi” proposto da un social network di protesta. Il cambiamento deve essere radicale e posto in essere da donne e uomini non compromessi con il precedente sistema.

Nel frattempo i politicanti di mestiere, che hanno come fine il mantenimento del complesso e dissipante sistema di relazioni, si sentono assediati; si asserragliano nelle loro stanze del potere, circondati dai loro privilegi, ma sempre più spesso sono inseguiti dai cittadini che li hanno votati e che chiedono leggi utili anche alla loro sopravvivenza di singolarità.

Si è, di fatto, organizzata una società fondata sui privilegi. C’è una parte, indissolubilmente legata ai poteri d’ingerenti forze finanziarie, che li ha acquisiti : le risorse pubbliche vanno piegate ai propri fini e a quelle del gruppo. Il loro intento è finalizzato solo ad esercitare e a gestire, per tornaconto, un controllo “democratico” del consenso. Essi asserviscono per potere, per economia e per danaro, il loro mandato di rappresentanza popolare alle lobby. Il loro esercizio del potere politico è votato al solo raggiungimento del lucro (che coincide col proprio fine) — [qui intendo il termine “potere” nel “senso della misura” dato al ricordato concetto di Gewalt, che è stato analizzato da Walter Benjamin in Zur Kritik der Gewalt, 1920-21, e il cui significato non tralascia, oltre all’autorità e alla forza, il più importante cardine del “potere” che è l’esercizio della violenza]. Essi ormai si sentono devoti alle lobby che li hanno sul loro libro paga, e non ai cittadini che li hanno votati. Questa è la fine di ogni democrazia!

In effetti, l’intento finale di questi politici è quello di esercitare l’autorità e la violenza della “maggioranza dei numeri” sul territorio, senza ricercare la mediazione che fa parte di uno statuto democratico qual era la finalità dello Stato italiano allorché si diede la repubblicana Carta Costituzionale. Rimango allibito nell’ascoltare che quei politici decidono a colpi di maggioranza, senza mettere in campo il calcolo delle variabili, delle diversità di posizioni che intervengono anche nel nostro ambiente sociale. L’energia della “violenza” è impressa nelle informazioni proprio da chi governa lo Stato italiano. Si nota questo anche nelle scelte e nella stesura delle leggi emanate dal Parlamento. Esse sono volte alla tutela degli affari che si devono attuare sui territori. La decisione è diretta, senza mediazione, senza ascoltare i cittadini del luogo: è autoritaria, non democratica! Altro che populismo, ci avviamo verso le dittature dei business.

Operando in questo modo, i nostri governanti stanno facendo di tutto per stravolgere le relazioni e dissipare le opposizioni, imponendo con la forza l’ordine deciso nel Parlamento, acuendo le contraddizioni e lasciando poi che la violenza regolamenti i rapporti sociali tra i cittadini in tutti gli ambienti.

Di fatto si sta provocando uno scollamento tra Stato, Governo, rappresentanti e cittadini, rendendo la nazione italiana sempre più divisa.

Nel nostro Paese inizia a divulgarsi una confusione dovuta alla contraddittorietà delle risoluzioni e dei rapporti per la sopravvivenza di tutti i cittadini; per questo crescono malessere e miseria sociale. Non si ha più il tasto delle opinioni che si formano nei singoli (o nella singolarità) di una popolazione che non riesce a manifestare nel modo dovuto il proprio disagio relazionale, perché non si sa quale Ente sia preposto a difendere la convivenza civile.

Nel frattempo crescono importanti nodi di opinione in internet, su cui si testimonia la propria rabbia, che monta ogni giorno di più, e la cui energia, nell’immediato futuro, potrebbe organizzarsi in un’azione dirompente. Ma fin quando si parla e ci s’informa, si cerca il dialogo, si scaricano energia e rabbia; per la psicoanalisi, invece, si chiamano in causa patologie derivanti dalle nevrosi causate dalle frustrazioni dovute al non raggiungimento dei propri oggetti del desiderio. C’è sempre, dopo un po’, il ritorno del rimosso.

In internet è più semplice e immediato cogliere questi contrasti. La differenza è determinata dal fatto che molti sono consapevoli che le informazioni fanno decidere e orientano gli atteggiamenti della propria vita.

Quello che voglio dire è che vi è sempre più insofferenza ad ascoltare le parole di un commentatore che in diretta racconta la “composizione di una serie di atti o di fatti”, anche se legati a testimonianze filmate della scena dove si è svolto l’evento tragico. Lo stesso può capitare quando l’aedo accoglie correttamente, senza stravolgere, le diverse testimonianze di coloro i quali partecipano a una manifestazione.

Con i vari tipi d’informazioni energetiche prodotte in un ambiente si misura, o si tasta il polso, alla credibilità del racconto della cosiddetta casta politica. Con la misurazione degli stimoli attraverso l’organizzazione delle informazioni in modelli si può prevedere quali direzioni prendono le azioni, prima di una narrazione, o spiegazione, sia essa individuale, sia essa sociale, o dal segno politico.

Le informazioni sono oggi raccontate e misurate con la dinamica dei collegamenti e dell’azione emergente dalla teoria dei grafi e dalla teoria delle catastrofi, prima ancora che siano valutate attraverso il linguaggio concettuale; quel linguaggio fondato su un superato statuto estetico-filosofico, che gli artisti delle avanguardie storiche avevano già distrutto all’inizio del ’900 sia nella struttura grammaticale che in quella sintattica.

Le catastrofi si producono osservando gli eventi con l’ottica di una singolarità. Una funzione, in un contesto o ambiente relazionale, può degenerare o non degenerare per l’intervento di piccole perturbazioni — tecnicamente chiamate germi con diffeomorfismi locali — che provocano le catastrofi. In effetti, in generale, una catastrofe segnala il momento di cambiamento da un ordine precostituito, fino allo stravolgimento e annientamento di esso ordine.

Vi è, poi, una differenza tra assistere in diretta TV a una catastrofe naturale e assistere ad una catastrofe sociale. In ogni catastrofe vanno sempre individuati i germi che producono il “calcolo” degenerativo; però i modelli generali dei parametri calcolabili producono anche variazioni in base alle singolarità considerate. In questo rapporto, tra percezione della catastrofe delle singolarità e l’evento catastrofico di un ambiente relazionale, si produce un modello di tipologia di racconto variabile in base al tipo di misurazione adottata da un osservatore.

Nelle due tipologie di catastrofi, naturali e sociali, in generale si può dire che di solito entrambe si verificano per una carenza di controllo o di prevenzione. Tranne forse per i cataclismi di grande proporzioni, ma, in verità, anche per questi eventi potremmo essere oggi in grado di avvertire la popolazione con un po’ di anticipo.

Siamo capaci, cioè, di calcolare la stabilizzazione di un ciclo di eventi e le condizioni che permettono il verificarsi di eventi catastrofici. L’informazione ci permette di calcolare i modi e i tempi in cui gli eventi si verificano, rispetto alle misurazioni che avvenivano tramite l’osservazione delle rappresentazioni e il confronto delle equivalenze prodotte dall’analisi delle parole.

L’impianto del tragico è rimasto anche nelle informazioni che circolano in internet. Il navigatore ha bisogno di essere sollecitato da stimoli per decidere contestualmente quale “orizzonte degli eventi”( tra le informazioni narrate e i reportages) sia il modello di sentire che è meglio organizzato per i propri fini — o per la propria singolarità — in quel momento emergente alla propria cognizione; infatti, è secondo queste modalità di attrazione che una singolarità sceglie una tra le possibili interpretazioni di un evento catastrofico.

Sui modelli di classificazione e d’interpretazione dei caratteri, di solito si gioca un’altra partita del valore e del significato dell’azione tragica.

L’uomo contemporaneo ha sempre meno bisogno di qualcuno che gli racconti quello che ha visto o che vuole rappresentare con la parola, invece che con l’azione dell’organizzare e proporre un pensiero dinamico. Noi che frequentiamo i social network vogliamo partecipare, essere stimolati, col clic lasciare la nostra impressione su quello che abbiamo toccato con lo sguardo e appreso con la organizzazione di un modello, e non già attraverso un semplice, riduttivo concetto o parola. Vogliamo lasciare traccia della nostra testimonianza; con un commento sovrapponiamo il nostro giudizio a quello degli aedi-cronisti che hanno raccontato “twittando” — bene, o con omissioni, o con falsità, —.

Tutte le singolarità con la loro energia e le proprie resistenze e relazioni producono l’emergenza di un “orizzonte degli eventi”, a cui noi partecipiamo, o ci allontaniamo, con un clic. Si tratta di sovrapporre a una descrizione di altri la nostra; in questo modo l’azione accresce il suo canale di irradiazione e si amplia la produzione dell’ “orizzonte degli eventi”. Anche noi osservatori, pur se posti in luoghi periferici in internet, contiamo. Tutti insieme concorriamo a formare il racconto di un ambiente relazionale sempre in evoluzione. La manifestazione del malessere sopra descritta si allarga prima seguendo dei legami d’informazione che producono dei nodi in internet, poi trovando uno spazio fisico reale per manifestare il disagio nel sociale. Proprio come avveniva nei vespasiani pubblici dell’antica Roma, quando si scrivevano le delusioni politiche sui muri delle latrine pubbliche prima che si fossero manifestati i moti di ribellione popolare. Ecco perché si vuole anche essere partecipi acquisendo un modello di relazione sociale che possa educare lo stimolo alla scelta, con il continuo rilevamento o l’esercizio alla “composizione di una serie di atti o di fatti”, in modo da prevenire gli elementi che in una disputa fanno emergere un “orizzonte degli eventi” tragico-catastrofici.

In internet perciò con un clic si aderisce ad un’azione che produce un’interpretazione (o configurazione “toccante”) degli eventi: contestualmente questa energia muove il pensiero e l’agire verso una direzione. Non dimentichiamo che nella rete ci sono libere associazioni di giornalisti scienziati e attivisti come WikiLeaks [hawaiiano wiki = rapido, o acronimo di “What I know is”, che descrive la funzione di una condivisione di una conoscenza, oltre che di scambio e immagazzinamento, e dall’inglese leak = perdita, “fuga (di notizie)”] che danno fastidio a molti Paesi in quanto possono divulgare anonimamente informazioni su segreti di stato, segreti militari, segreti industriali o segreti bancari di uomini o di nazioni. Le informazioni, prima di essere divulgate sono verificate, assicurando contemporaneamente la copertura e l’anonimato dell’informatore.

Ogni volta che si organizza un messaggio, perciò, attualmente siamo consapevoli che questo può anche cambiare — non subito — il manifestarsi della direzione dell’azione e degli eventi nel nostro ambiente. Ciò avviene specie se si osserva come monta un disagio e in che modo si organizzano le proteste pubbliche. Sappiamo che vi è, di solito, una chiamata a raccolta di singoli uomini che vivono le stesse contraddizioni esistenziali e che per ora hanno un’origine spontanea col “passaparola” di internet.

Nel web, dove scorrono una molteplicità di flussi d’informazioni, ci troviamo inseriti nell’azione attraverso un configurare e contestualizzare gli eventi in modo interattivo. Questo permette di prevedere una serie di accadimenti, calcolando le probabili evoluzioni o gli sviluppi futuri, secondo le condizioni che probabilmente si potranno verificare. Sempre meno si ricorre alla rappresentazione di una verità già confezionata. Le singolarità non danno il proprio assenso se non c’è l’emergere di un “luogo” relazionale dove si possa verificare e “toccare con lo sguardo” le azioni-relazioni.

Ecco il motivo per cui, nel mondo dell’informazione, per indirizzare le scelte si è ricorsi ad una configurazione dell’“orizzonte degli eventi” alternativa che soddisfi le singolarità.

Lasciare scorrere sotto i nostri occhi le foto, o alcuni filmati, ad esempio, dell’episodio collettivo che “abbiamo vissuto” seguendo e toccando con lo sguardo il terremoto a L’Aquila (prima e dopo il sisma), ci aiuterebbe ad entrare nel contesto — o ambiente — estetico-percettivo di un probabile “orizzonte degli eventi”. La struttura della narrazione delle testimonianze antecedenti l’evento sismico, permette di comprendere in che modo la catastrofe naturale ha cambiato la percezione e il racconto della vita di ogni singolarità.

Il racconto, l’eroe e l’aedo, cercasi!

Scelgo un modello di analisi. Cerco un reportage di come siano stati spesi finora i soldi dello Stato per la città ferita dal terremoto. Questo segnerebbe l’incipit per la mia ricerca, che ha deciso di comprendere la relazione esistente tra l’azione politica post-catastrofe che è stata “messa in scena”, o “spettacolarizzata”, ed i tempi reali di ricostruzione della città. Seguo subito la scia dei soldi, i business. Di questa ricostruzione, infatti, gran parte dei cittadini si lamenta continuamente.

Reportage

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Dopo una catastrofe, se volessi fare un documentario-reportage su una città ed i suoi abitanti, reputo corretto, ad esempio, conoscere innanzitutto quali siano i progetti che sono stati selezionati per la riorganizzazione dell’ambiente che fino a poco prima ospitava un insediamento umano. Senza tenere conto che L’Aquila, tra l’altro, non solo è considerata di pregio storico, artistico e architettonico, ma è anche una città che ha tutti i requisiti per esser dichiarata “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. La raccolta di questi documenti — che di solito ridisegnano in parte gli ambienti relazionali dei cittadini — permette anche di chiedere alle Istituzioni preposte di conoscere quali siano i tempi previsti, o quali siano le risorse messe in campo dal Governo italiano finora per la ricostruzione e il ritorno della maggior parte della comunità aquilana nuovamente nell’ambiente della propria urbe storica.

Si parte da un presupposto: la città è un luogo fisico dove si svolgono le interazioni sociali tra i vari componenti (o “organismi”) dell’intero “corpo sociale”. La città, come struttura informativa, ci fa aggiungere che essa è costituita da link, da hub, …, e da dominî pubblici e privati che fisicamente occupano uno spazio. Importante diventa, perciò, tracciare una mappa della società aquilana di ieri e di oggi. Dove sono dislocati i centri operativi che fanno da collegamento alle forze attive ed energetiche orientando e regolamentando la vita delle persone.

L’evento tragico di un racconto — ormai lo sappiamo — segna il passaggio tra l’attività e le relazioni instaurate tra un prima e un dopo l’evento sismico; esso produce un nuovo ambiente relazionale dove le energie delle singolarità si aggregano e si muovono verso un fine.

In quali direzioni sta  muovendosi la comunità aquilana oggi?

Un racconto, con le nostre finalità, che si svolge attraverso immagini, o video e testimonianze dirette, dovrebbe permetterci di percepire qual era l’ambiente di relazione e di scambio di esperienze di alcune singolarità, insieme alla vita della popolazione ante terremoto, e poi com’è cambiata a seguito dell’evento luttuoso.

I frequentatori dei social network hanno bisogno di essere coinvolti con la percezione oltre che col racconto. La maggior parte si appassiona sopratutto con l’entrare nella dinamica dello sviluppo, dinamica che determina non solo uno specifico modello di percezione estetica del tragico, ma riesce a far percepire anche il tipo di coinvolgimento prodotto dalle interazioni che l’osservatore narra e documenta.

Se si seguono questi principî del racconto, va preso a modello lo sviluppo della teoria delle catastrofi, che amplia quanto detto all’inizio di questo scritto con la rappresentazione tragica di Aristotele. Sebbene il fine sia lo stesso, adesso l’intreccio tragico di un eroe quotidiano va coniugato all’altra catastrofe morale ed esistenziale vissuta dall’intera popolazione abruzzese dal 2009 ad oggi. Il racconto si sviluppa spesso in modo caotico su molti social network.

Ai cittadini aquilani è stato vietato di poter accedere alla “Zona Rossa”. Questa interdizione non dà alla popolazione la possibilità di riappropriarsi dei luoghi fisici, per riportarvi almeno qualche barlume di vita. Lo Stato ha, di fatto, espropriato gli aquilani anche della loro città terremotata. Le distonie esistenziali che la catastrofe sismica ancora oggi produce su un’intera comunità che non può accedere all’identitario Centro Storico, riguardano un’altra aggiuntiva catastrofe che influisce sulla “ricostruzione” delle relazioni sociali.

Il sentirsi sospesi, tra un passato che non può tornare più e un futuro incerto sui tempi della ricostruzione, produce nelle singolarità più deboli il peso dell’inanità del proprio sforzo di uomini e cittadini. Ci sono poi altre singolarità che testimoniano le proprie scelte di vita alternativa, alla città e ai luoghi dei propri affetti.

Creare un net work dove si raccolgono le testimonianze della organizzazione della vita condotta  dai cittadini aquilani prima della catastrofe, mostrando contemporaneamente le macerie degli edifici e quelle esistenziali, significa dotarsi di una banca dati per qualsiasi “ricostruzione” futura.

Importante è poi seguire le varie fasi della ricostruzione: se è partita, da dove, perché e con quali cadenze e tempi sta avvenendo.

Foto e filmati (di prima e dopo il terremoto della città) andrebbero richieste a tutti coloro che hanno fotografato o filmato scorci della città, per catalogare in raccolte, le “testimonianze storiche”.

Per questo, più che soffermarci sulla questione meramente estetico-concettuale dell’evento catastrofico, che potrebbe evocare un modello estetico come ad esempio quello che si affermò alla fine degli anni ‘70 e nei primi anni ‘80 del secolo scorso sotto il comun denominatore di  “estetica delle rovine”, va aggiunta un’analisi che si avvalga anche della teoria dei sistemi (logico-matematica), per determinare i flussi di azione e direzione del pensiero prodotto dall’estetica dell’informazione.

Con questo tipo di analisi sarà possibile dimostrare, da parte di alcune singolarità, che l’unico eroe che c’è stato, è un leader che ha permesso il saccheggio economico e la sottrazione delle risorse ai terremotati. Egli ha utilizzato una buona parte delle disponibilità finanziarie della ricostruzione, più per far crescere la popolarità della propria immagine, che per alleviare le sofferenze della popolazione colpita dal sisma.

In breve, secondo la nostra analisi, dopo l’evento sismico, per la città dell’Aquila si è prodotta una probabile biforcazione, che avrebbe portato a una ricostruzione o di tipo (1) come la presente, o a una ricostruzione di tipo (2), che poteva essere, ad esempio, quella che all’inizio avrebbe potuto vedere impegnati maestranze richiamate da tutte le parti d’Italia e del mondo a prestare il proprio apporto gratuito per la ricostruzione della città. Proprio come avvenne per l’alluvione di Firenze.

Bisognava soltanto dire con estrema chiarezza che non c’erano a disposizione tanti soldi che lo Stato italiano — ottava potenza economica mondiale — poteva elargire, per ricostruire una sua città storica, patrimonio dell’umanità.

Entrambe le variabili avrebbero prodotto delle incognite, e ci sarebbero state grandi differenze nei risultati finali.

La strategia del Governo di allora fu quella di “decentrare” gli insediamenti cittadini nei 19 agglomerati delle new towns, lasciando le rovine a se stesse, a causa di una ricostruzione stabilita per un futuro “sine die”.

Tutto questo per dire che non so se sia stato più catastrofico l’evento che ha segnato bruscamente la vita dei cittadini della comunità aquilana, o la loro attuale impotenza e confusione per una città che non si sa se sarà mai ricostruita veramente dallo Stato.

A molti di essi, specie anziani, non rimane altro da fare che “toccare” col proprio “sguardo” il degrado continuo di una città che era vitale fino all’altro ieri (o meglio, fino a quasi cinque anni fa) e che, ora, evoca in loro solo i fantasmi di alcuni indelebili ricordi. Tra l’altro ogni giorno vivono anche la beffa di poter rimirare e accarezzare solo con i loro occhi, e da lontano, le rovine delle loro case, per la maggior parte interdette.

Non credo a questo punto di dover ricorrere al catastrofismo, inteso come teoria delle catastrofi naturali, opposto all’evoluzionismo darwiniano, per immaginare l’estinguersi di gran parte degli indigeni appartenenti al gruppo di cittadini aquilani, che da generazioni erano stati legati a vitali attività e relazioni della città storica.

Mi auguro che in un futuro non troppo lontano saremo in grado di incontrare una nuova L’Aquila ricostruita, molto probabilmente, solo in qualche parte dell’identitario centro storico oggi interamente compromesso (tutto questo è accaduto, a mio giudizio ed in qualità di cofondatore dei laboratori di restauri in Campania, anche a causa di restauri sbagliati fatti col cemento sulla pietra, e autorizzati prima del terremoto da Istituzioni di controllo orbe, che non è il caso qui indagare).

Il senso del tragico, che si leva da una città fantasmatica, non può sollevare una condizione umana che reitera ogni giorno il senso d’impotenza. Il tragico deve servire a mettere in moto quella “composizione di una serie di atti o di fatti” per risollevare le sorti di L’Aquila. Né è possibile chiamare in aiuto un’estetica delle catastrofi, o un sentimento poetico delle rovine, per descrivere quella condizione che è solo un salmodiante inno alla morte. Ciò che rimane dell’attività di pensiero è, alla fin fine, una città deserta, privata delle relazioni umane che in essa si svolgevano, ridotte ora a sempre più vaghi ricordi.

L’unica teoria che può pertanto soccorrerci, è la “teoria delle catastrofi” che si manifesta con un osservatore contestualmente a una sua percezione, a una scelta logica e a un processo cognitivo utilizzatati per stabilire in che modo è emersa percettivamente, matematicamente e logicamente una catastrofe in un ambiente. Solo così non solo possiamo farcene una “giustificazione”, ma possiamo anche prendere delle decisioni, se siamo coscienti che il nostro sistema dinamico ha bisogno di creare e misurare relazioni, nonché produrre azioni indirizzate verso fini, possibilmente utili per la maggior parte dei cittadini aquilani.

L’azione non deve rimanere all’interno di una città, ma bisogna iniziare a credere nella possibilità della ricostruzione. Per questo deve sempre più essere coinvolto il potente “popolo di internet”.

Che questo popolo si ritrovi non solo a fare una manifestazione, ma a mettere mano alla ricostruzione, direttamente, senza i vincoli e le barricate elevate da uno Stato assente e impotente. In effetti, va messa in moto non solo l’azione affabulatrice dei racconti televisivi o dei giornali che induca alla comprensione della “composizione di una serie di atti o di fatti”, ma va anche chiesta la collaborazione fattiva che si traduce in azione immediata del “popolo di internet”. E la mobilitazione, come una “chiamata alle armi”, può produrre (insieme ai cittadini aquilani) un nuovo “orizzonte degli eventi”, con cui tutti insieme possano ricostruire la città; scavalcando anche i veti e le carenze delle Istituzioni, per invadere non solo simbolicamente le indecenti “Zone Rosse ALT”.

 

Da un’estetica contemplativa del concetto di catastrofe, si è giunti pertanto a un’estetica che permette di configurare e calcolare le probabilità di superare uno stato di stagnazione e di lentezza; che produce contestualmente relazioni e stimoli all’azione, attraverso il sentire e il toccare gli eventi, permettendo di raccontare e scegliere una direzione per l’azione, per mezzo di una nuova forma di misurazione: l’energia-informazione.

Da qui in poi, dove possibile, il potere della ricostituzione dell’originario ambiente vitale e delle relazioni umane, dopo ogni catastrofe è realizzabile a condizione che si pervenga all’aggregazione delle persone coinvolte col concorso di internet. Comunque sia, l’informazione estetica permette anche un diverso utilizzo dell’azione prodotta e osservata negli eventi del quotidiano.

Attrarre e adoperare energia per un fine relazionale (o comune a più singolarità), è uno dei processi innescati dalla teoria dell’informazione. Questa, non riferisce solo di una logica e mera “composizione di una serie di atti o di fatti”, così come molti hanno interpretato finora Aristotele attraverso la sua Poetica; trattandosi adesso di operare delle scelte di sistemi e di modelli da adottare per sopravvivere in quell’ambiente vitale a più riprese qui evocato.

Le scelte che emergono, per mezzo di stimoli, si decidono tra organizzazioni deterministiche e indeterministiche percepite e elaborate da dispositivi sensoriali esterni o interni al nostro corpo ed emergenti dal calcolo della probabilità. Qualsiasi direzione va commisurata all’energia impegnata, e al tipo di sopravvivenza che si è deciso di perseguire.



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