LA DERIVA DEBORDIANA ALLE 99 CANNELLE

Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole

di Antonio Gasbarrini

Fontana delle 99 Cannelle, L’Aquila, non stop dalle 21 del 5 alle 21 del 6 aprile 2010

Cosa dire o scrivere e, soprattutto, cosa fare creativamente per rivivere con un pizzico di distanza emotiva la paurosa, sobbalzante, luttuosa nottataccia delle 3.32?

Una delle vie praticabili è indicata da questa Rassegna d’arte contemporanea già nel suo emblematico titolo-sottotitolo La deriva debordiana alle 99 Cannelle. Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole.

L’aperto invito: lasciarsi andare liberamente tra i marosi ed i flussi irrigiditi di un’intera città pietrificata nelle sue rovine dallo sguardo malefico della Gorgone. Per rileggerne, in un anarchico vagabondare NON STOP tra le 21 del 5 aprile e le 21 del 6, le magistrali lezioni urbanistiche, architettoniche, monumentali ed artistiche lasciate in eredità alle future generazioni dai padri fondatori a partire dalla metà del Duecento.

La Deriva come metafora della macroscopica diaspora degli aquilani, montanari d’indole più che di nascita, approdati nell’aprile dello scorso anno in circa 30-35.0000 sulla costa abruzzese. Un esodo biblico e di massa, questo, mai verificatosi nella storia postbellica europea. Ovviamente anche per gli altri 30-35.000 ammassati nelle tendopoli e negli altri alloggi di fortuna, si è trattato di una vera e propria deriva esistenziale.

Nell’ambito delle arti visive la parola Deriva, è collegabile a due movimenti d’avanguardia: in modo indiretto al Surrealismo ed in maniera più appropriata al Situazionismo. Si è trattato, nella prassi avanguardista, di un approccio ludico, ma anche scientifico (a livello inconscio per i compagni di strada di André Breton e psico-geografico per quelli di Guy Debord) instaurato dall’artista con il territorio, mediante la deambulazione senza meta e senza scopo, o in aperta campagna (surrealisti negli anni Venti), o nella metropoli parigina (situazionisti, anni Cinquanta-Settanta).

La Deriva aquilana parte storicamente da ben altri presupposti. Innanzitutto si è di fronte all’impossibilità fisica di “camminare” nelle strade, vicoli e vicoletti del Centro storico dell’Aquila reso irriconoscibile dal sisma. Sequestrato da un anno dalla Protezione Civile, ma da poco più di un mese riconquistato per qualche ora domenicale nei due lembi di Piazza Palazzo e Piazzetta Nove Martiri dal fiero Popolo delle carriole. Sfondando cancellate e transenne, facendosi sequestrare gli “attrezzi eversivi” (carriole, pale, secchi, rastrelli) e beccandosi promesse denunce penali da parte della Prefettura (Questura?), su segnalazione della DIGOS (Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali). E poi, occorrerà affidarsi esclusivamente alla propria immaginazione, per travalicare i “fili spinati” messi a tutela non già dei barcollanti palazzi, chiese e case, ma semplicemente eretti per occultare tutta l’immondizia fisica e morale riversata sulle macerie da ignobili speculatori politici e imprenditoriali senza scrupoli.

Come dare una bruciante risposta a questa tragica situazione? Eccola: riappropriarsi, simbolicamente e visivamente, della città morta. In che modo? Il 6 aprile del 2010 ri/cominciando la risalita verso il Centro antico partendo dalla Fontana delle 99 Cannelle, ancestrale luogo-spazio imbevuto di una sacrale magicità rivitalizzata con le nove installazioni ispirate al sisma.

Avevo già auspicato in un mio articolo su internet: «Andando a zig zag e non in processione. Spostandosi a caso, per l’intera giornata, liberamente, senza cibo e senza meta, dentro le protettrici mura uterine della loro città fondata sull’acqua (Acquila è una delle etimologie più accreditate) ed innalzata con le pietre. Adesso sbriciolate, metamorfizzate in milioni di tonnellate di macerie indecorosamente ammucchiate da un anno – e lo si può constatare di persona nella fantasmatica Chiesa di S. Vito e nell’intero Borgo della Rivera – quasi fossero un puzzolente sterco e non già schegge impazzite d’una fragrante memoria sfregiata».

Nell’invocato rito di purificazione, si sorseggi ogni tanto l’acqua delle 99 Cannelle «amorevolmente raccolta» nelle 99 borracce recanti la firma degli artisti, «inseparabili compagne di strada dei camminatori di montagna. Guardando in alto per scorgere l’avvento ed assecondare il primaverile volteggio di un’“aquila aquilana”. Fermandosi per riprendere fiato. Perdendosi, ritrovandosi e abbracciandosi: nonostante tutto».

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Dalle stalle alle stelle: anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico intorno al sole. Il sottotitolo della mostra ha inteso richiamare l’attenzione sul fatto che non solo il 6 aprile 2010 sarà trascorso un anno di calendario, ma un intero anno astronomico. Durante il quale, mentre la città fantasma dell’Aquila è rimasta paralizzata nel suo inquietante ammasso di rovine, la terra ha compiuto il suo dinamico ed ellittico moto intorno al sole, percorrendo circa 940 milioni di Km. Ma, la scoperta delle orbite ellittiche dei pianeti del sistema solare da parte di Keplero, rispetto alle consolidate orbite circolari vaticinate da Aristotile fino allo stesso Copernico, ha aperto le porte alla modernità concettuale di una diversa configurazione dello spazio, approdata, agli inizi del Novecento, nel rivoluzionario spaziotempo einsteiniano. Questo sottotitolo, inoltre, sottende un messaggio subliminale: un aperto invito, agli aquilani, oppressi e depressi per le loro attuali condizioni di vita e di non-lavoro, a guardare in alto, quell’alto stellato aperto solo al futuro ed in cui qualche giorno fa è stata individuata una galassia sconosciuta distante 10 miliardi di anni luce, da cui è possibile attingere ancora ammaestramenti metafisici, ma anche poetici.

Di conseguenza l’arte e la creatività, per la città spettrale dell’Aquila, dovranno essere già nel presente, e di più nell’immediato avvenire, il volano privilegiato della ri/nascita civile e culturale di una intera comunità attualmente ghettizzata nelle 19 little towns, nella dissestata periferia urbana, nelle sgretolate frazioni e comuni viciniori, negli alberghi e nelle sistemazioni autonome della costa e della Provincia.

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Di fronte all’abbandono in cui tuttora versano i Beni artistici, architettonici e monumentali distrutti o polverizzati dal sisma (non solo in città), le 9 installazioni di La deriva debordiana alle 99 Cannelle intendono porsi e proporsi, pertanto, come “cattiva coscienza” delle incredibili omissioni sino a qui registrate in materia di recupero e restauro dell’ingente patrimonio danneggiato. Su 3,5 miliardi di euro necessari, ne sono stati racimolati circa 35 (vale a dire un centesimo) con i più svariati stratagemmi. Si pensi alle fallimentari adozioni dei 44 monumenti da parte dei Capi di Stato intervenuti lo scorso luglio al faraonico G8 dell’Aquila.

Con la parola d’ordine “Ricominciamo dall’arte”, ogni artista invitato ha elaborato un bozzetto-progetto della sua opera germinata dal terremoto aquilano, sia in senso retrospettivo che proiettivo. L’immagine del bozzetto, insieme al testo di una dichiarazione poetica dell’autore, è stata inserita nel web, dove, oltre alla nota critica del curatore, saranno successivamente caricate le immagini ambientali dell’esposizione.

La Rassegna pur essendo effimera nella sua durata avrà una serie di risvolti documentali e mediatici. Tra gli altri, è prevista una ripresa filmica e fotografica dell’evento da parte dello scrittore e Reporter Sans Frontières Pino Bertelli, che saranno proiettate il 23 aprile alla Fondazione Morra di Napoli, in concomitanza della presentazione del suo ultimo libro sul cinema di Guy Debord.

Nell’impareggiabile scenario delle 99 Cannelle gli artisti Vito Bucciarelli, Domenico Boffa, Cristiana Califano, Lea Contestabile, Fabio Di Lizio, Franco Fiorillo, Licia Galizia, Sergio Nannicola e Raul Rodriguez esporranno le loro installazioni sulla base di una preindividuata, quanto concertante collocazione ambientale.

La deriva debordiana alle 99 Cannelle – I protagonisti

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Sulla facciata o vicino alla diruta Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera Reconstruction, dichiarata metafora del noto videogioco Tetris applicato alla complessa ricostruzione aquilana. Dichiara l’artista: «La metafora del tetris è opportuna poiché è un gioco che “riesce” se si hanno le abilità per costruire e incastrare in maniera precisa e veloce tutti i pezzi. Una cattiva costruzione determina la perdita e quindi il Game over». Entro un paio d’anni sarà possibile valutare, da parte degli aquilani, come andrà a finire un gioco che sembra innocente, ed è invece cominciato con una serie di perversioni (per tutte, la compiaciuta risata dei due imprenditori qualche minuto dopo il sisma).

Sempre all’esterno della Fontana, Fabio Di Lizio erige lo smilzo tripode in legno Frammenti, quale evocazione di un ex-voto per un ex-luogo. Un congegno parascientifico atto a misurare, con il solo ausilio della fantasia, la bontà dei selvaggi, quanto tardivi puntellamenti in corso nella città: «L’opera Frammenti traduce sensibilmente le architetture di contenimento, della messa in sicurezza degli edifici danneggiati dal sisma. Non cerca di imitare la funzione, ma il senso. Il tripode che regge ed è a sua volta retto dal peso del masso, ne parla, lo esorcizza».

Anche Lea Contestabile affida il suo personale ringraziamento e quello dei concittadini scampati alla morte, incastonando tra le singole maglie della cancellata 308 poetici, angelici cuori bianchi. La medioevale inferriata, proveniente dalla Basilica di S. Maria di Collemaggio, sembra così una ringiovanita trapunta protettrice dei corpi maciullati: «Questi cuori bianchi dedicati alle 308 vittime del terremoto aquilano sono di garza, un materiale usato per lenire le ferite e risanare il corpo martoriato. Sono lì a ricordarci che quei morti sono i morti di tutta la città e che ognuno di noi è tenuto a conservare e a preservarne la memoria per tutti quelli che verranno».

Raul Rodriguez tende la sua grande tela di ragno della memoria lacerata, dal pavimento al cielo, per raccontarsi e raccontare scenograficamente la temeraria sfida lanciata dal Popolo delle carriole non già al destino o agli dei, ma a tutti gli incalliti imbroglioni mediatici che hanno fatto passare il rassicurante messaggio di una ricostruzione mai cominciata: «Come il narratore ambulante di Mario Vargas Llosa, racconterò le miserie dell’uomo in questa città ferma nel tempo, così qualcuno racconterà a suo figlio come, nell’Impero, il popolo degli uomini che camminano sappia cosa è successo in questo mondo a specchio, dove la gente ha perso la sua ombra».

Sergio Nannicola, alle estremità di due travi incrociate per evocare urbanisticamente gli antichi Quarti in cui era divisa La città negata / La città sospesa (titolo dell’opera), appende, ma anche sospende a mezz’aria, altrettanti sacchi di plastica trasparenti riempiti con le macerie e gli oggetti prelevati personalmente in ognuna delle aree urbane martoriate «a testimonianza di una distruzione che a un anno di distanza non trova ancora la strada della ricostruzione. Storia – Arte – Memoria – Presente – Futuro delle persone le quali restano dunque prigioniere di un’attesa senza tempo».

Anche Franco Fiorillo e la sua Una storia alla deriva interloquiscono con l’increspato andirivieni memoriale, salvando dentro 9 bottiglie galleggianti in una delle grandi vasche della Fontana (l’oceano), i frammenti sismici insieme all’immagine della destrutturata forma originaria: «Questo è il senso: non so se rimarrà qualcosa né come questo avverrà, tutto è nuovo. La cosa certa è che la storia di cui persino la polvere è intrisa, diviene rifiuto, cambia forma».

Dolore, speranza, viaggi ultramondani e agravitazionali s’intersecano, infine, nelle tre restanti opere.

Domenico Boffa completa alle 99 Cannelle il suo lavoro Duecentonovantanoveterzi iniziato all’indomani del sisma su facebook, esponendo tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi sulla paglierina carta da pacco. Affianchiamoci al suo sconvolto e sconvolgente attraversamento del Web: «Ho realizzato un trittico incidendo con un taglierino su carta-pacco duecentonovantanove sorrisi, le vittime del sisma [tante erano al momento dell’input su facebook, ne diverranno 308, n.d.a], sorrisi alla Ensor. Era ancora poco, troppo poco. Ho pensato subito a internet, la rete che mi ha mantenuto in contatto con la vera realtà dei post-terremotati. Facebook poteva essere usato creativamente in maniera diversa. Come una tela. Ho iniziato a pubblicare sul mio profilo dall’undici giugno, ogni giorno, un sorriso diverso che componeva il trittico accanto al nome e alla data di nascita della persona scomparsa. Ogni giorno un nome, una data di nascita e un fantasmatico sorriso cartaceo. Questa operazione mi ha aiutato a stare un po’ più vicino al popolo aquilano, a non dimenticare». L’immancabile appuntamento con la Deriva è fortunosamente arrivato 299 giorni dopo.

Quasi a controbilanciare l’inevitabile pathos dell’installazione precedente, Licia Galizia fa danzare i suoi colorati 99 nodi da sciogliere (in forex) nel vascone frontale della Fontana. In ognuno di essi enigmatici segni e parole-chiave si rincorrono alla stregua degli smozzicati, spesso confusi racconti che gli aquilani continuano a farsi reciprocamente sulla sventurata esperienza sismica e postsismica (provate a sopravvivere in una non-più-città sequestrata ed abbrutita in cui non è attualmente consentito fare nemmeno i rilassanti, familiarissimi quattro passi al Corso): «Le parole sono quelle che in questo ultimo anno si sono ripetute e a volte sono state martellanti, ma sono anche riferite ad azioni poco lecite come ad esempio speculare, ridere, svendere».

Ne La deriva debordiana alle 99 Cannelle non poteva mancare il simbolo par excellance della tragedia: la tenda. Solo che entrando nel luminescente Luogotenda di Vito Bucciarelli, non si respira più l’aria stantia degli anonimi luoghi-spazio in cui sono stati stipati promiscuamente per circa 10 mesi esseri-numeri ridotti progressivamente a simillarve. La verdeggiante energia fotonica sprigionata al suo interno è segno vivificatore del divenire eracliteo in quanto le sue irrinunciabili equazioni coincidono con: «La terra come territorio, il territorio come umanità, umanità come uomo, uomo come comunità, comunità come villaggio, villaggio come città: L’Aquila. L’Aquila nel tempospazio agravitazionale del luogo-tenda: contenitore e memoria».

Qui il visitatore può sedersi all’araba, stare in silenzio o raccontare quel che gli passa per la testa: quando si è alla Deriva la parola “divieto” (di entrare nella zona rossa, ad esempio: provate a dirlo ai carriolisti) è scritta sulla fresca, rinfrescante e musicale acqua delle stupefacenti 99 Cannelle.

La deriva debordiana alle 99 Cannelle – Le 9 installazioni

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P. S. Fino all’altro ieri 1 aprile 2010 l’acqua delle 99 Cannelle continuava a zampillare avendo resistito, com’era già avvenuto nei terremoti dei secoli precedenti, allo scossone mortale delle 3.32.

Poi, nel sopralluogo effettuato insieme a Giancarlo Gentilucci per stabilire gli ultimi dettagli dell’allestimento, ci siamo trovati di fronte all’imbracamento dell’intero monumento e all’“essiccazione” delle fontane. Un duro colpo al progetto. La mostra si farà lo stesso, adattando l’ambientazione delle singole opere alla nuova, penalizzante scenografia architettonica.

Una sola raccomandazione al visitatore: forzi al massimo la sua sensibilità immaginifica e faccia scomparire, come d’incanto, i ponteggi chiudendo gli occhi per ascoltare al meglio lo stereofonico concerto irradiato dall’acqua sorgiva.

La deriva debordiana alle 99 Cannelle – Work in progress (5/6 aprile 2010)

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P. S. al P. S. A rassegna conclusa, un bel sospirone di sollievo. Tutto è andato per il meglio. Come ogni progetto e work in progress che si rispetti, le opere finali di Franco Fiorillo, Licia Galizia, Sergio Nannicola e Raul Rodriguez sono state “accordate” al nuovo scenario ossificato.

Le 99 ristoratrici borracce della Deriva sono andate a ruba in una decina di minuti: nonostante tutto… (chi ha il siracusano orecchio di Dioniso per intendere, intenda).

Guardarsi dentro“, l’unificante titolo delle iniziative culturali (Direttore artistico Giancarlo Gentilucci) programmate nel primo anniversario del sisma e che hanno coinvolto anche l’Angelus Novus, alla fin fine ha portato bene a tutti.



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