CATASTROFI NATURALI, CINEMA ED EFFETTI SPECIALI

Quando la fantasia cerca d’imitare l’“indurita realtà”

di Gabriele Lucci

“S’i’ fossi foco, arderei lo mondo…….”.

Ma no! Ci penseranno le eruzioni vulcaniche, il surriscaldamento della terra, i vari tsunami e ancora i vari folli esperimenti nucleari. Se poi siamo in difficoltà possiamo sempre confidare nelle invasioni aliene.

Quale miglior modo se non quello di ricorrere a un bel filone di disaster movies per esorcizzare le paure legate all’incerto divenire, all’incertezza della nostra fine collettiva?

Locandine

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Già il muto produce una lunga serie di film sulla fine del mondo. Tutti per uno: “The end of the world” del 1913 realizzato dalla Biograph CO. Ma perché si cominci a parlare di genere dobbiamo arrivare agli anni ’30 con un forte incremento di produzioni nelle quali si accentua l’influenza dell’elemento fantastico, accanto al melodramma , al thriller, all’horror. La minaccia può arrivare  da ogni dove, a cominciare dagli elementi naturali. Abel Gance ne “La fine del mondo”(1931) fa risalire il disastro a una cometa che viene in collisione con la terra causando terremoti, cicloni e inondazioni. Felix Feist ne “La distruzione del mondo”(1933) ci mostra una New York semidistrutta da un terremoto e da uno tsunami. E ancora “La grande pioggia”(1939) di Clarence Brown, “Uragano” (1937) di John Ford, “San Francisco” (1936) di W. S.Van Dyke.

Negli anni successivi il genere sembra perdere incisività, essendo di scarso impatto per un pubblico assorbito dai problemi della guerra. Tuttavia negli anni ’50\’60 si producono molti film sull’olocausto del nucleare e sulla distruzione del mondo a causa di questa scoperta dell’uomo, responsabile dello sterminio di se stesso. Ne “L’ultima spiaggia” (1959) di Stanley Kramer, il conflitto atomico è la causa di un disastro apocalittico che relega i pochi sopravvissuti in una zona dell’emisfero australe in attesa della fine. In “Radiazioni BX distruzione uomo” (1957), di Jack Arnold le radiazioni  causano una metamorfosi riducendo le dimensioni degli esseri umani. In “A prova di terrore” (1964) di Sidney Lumet, Mosca appare completamente rasa al suolo a causa di errori di bombardieri americani.

Il successo di “Airport”di George Seaton, agli inizi degli anni ’70, determina una riscoperta del genere che si afferma con opere quali “L’avventura del Poseidon” di  Ronald Neame e “L’inferno di cristallo” di John Guillermin. Lo schema narrativo è sempre quello e molto semplice: in seguito a un evento disastroso delle persone restano assediate in spazi dai quali è difficile uscirne indenni, ma ci penseranno l’eroe o un gruppo di superstiti a assicurare il salvataggio. Soprattutto ci penseranno sempre più nel tempo le soluzioni al computer e più in generale gli effetti speciali (strabilianti quelli dell’industria Light and Magic) a stupire gli occhi oramai allenati degli spettatori, rinnovando le emozioni delle prime immagini del cinematografo. Un esempio è “Terremoto” (1974) di Mark Robson dove l’utilizzo del sensurround, il sonoro avvolgente, rende particolarmente efficaci le scene di un terremoto che distrugge Los Angeles e la conseguente rottura di una diga. Non a caso gli autori degli effetti speciali e dei trucchi vengono premiati con gli Oscar.

Anche grazie alla tecnologia il genere si intreccia sempre più con il fantasy e la fantascienza. Vengono così prodotti sia film apocalittici che quelli post-apocalittici, come “Il pianeta delle scimmie” (1968) di Franklin J. Schaffner, “The day after” (1983) di Nicholas Meyer”, “28 giorni dopo”(2002) di Danny Boyle, fino a “The Road” (2009) di John Hillcoat .

In un filone così “disastroso” non potevano essere esclusi i nostri amici-nemici animali, causa di flagelli biblici. Come dimenticare “Assalto alla terra” (1954) di Gordon Douglas o “Gli uccelli”(1963) di Alfred  Hitchcock? Ma, se non per la qualità, almeno per la cronaca, ecco che altre pellicole seguono, da “Tentacoli” (1977) di Oliver Hellman per arrivare, nel 2012, al fanta-horror “The bay” di Barry Levinson.

Ma la coscienza morde e allora  il cinema catastrofico degli ultimi anni farà riferimento sempre più alla responsabilità dell’uomo incurante di salvaguardare il proprio pianeta. Ne “La quinta stagione” (2012) di Peter Brosens la natura in rivolta, in un villaggio delle Ardenne, respinge ciò che la comunità le chiede, non restituisce i frutti che consentono l’esistenza, con la conseguente perdita di vigore, depauperazione del linguaggio e regressione sociale. In “The last Days” (2013) degli spagnoli David e Alex Pastor è un mondo degradato, in profonda crisi morale e economica, a creare un’aria putrefatta che contagia tutti fino all’asfissia.

Se per coinvolgere emotivamente il pubblico si agganciano a seriali schemi narrativi, miracolistici ma non risolutivi effetti speciali, non mancano tuttavia film più che dignitosi: Twister” (1996) di Jan De Bont, “The day after tomorrow” (2004) e “2012” (2009) entrambi del teutonico Roland Emmerich.

Ma sono soprattutto alcuni capolavori a nobilitare il genere. In “Titanic” (1997) di James Cameron, gli effetti speciali sono al servizio di una storia dove la tragedia è determinata da precise responsabilità umane, non ultime quelle di una stampa con unico obiettivo la notizia di prima pagina e “Melancholia” (2011) di Lars Von Trier, con uno dei più bei finali degli ultimi decenni. In questo caso, come nella migliore tradizione della storia del cinema, l’apocalisse viene preannunciata con grande tempestività, già nelle prime inquadrature, sulle note di Tristano e Isotta.  Melancholia è il pianeta che porrà  fine alla nostra  terra. La reazione così diversa delle due sorelle, protagoniste del film, l’una intenta a controllare la situazione e a difendere gli affetti, l’altra oramai impotente Cassandra, consapevole dell’imminente catastrofe, consente all’autore di ribadire la propria visione  dell’umanità di fronte alla natura.

E a proposito di atteggiamenti, cinema a parte, dinanzi a tante paure millenaristiche meglio essere molto pragmatici. Questo sembra il richiamo che ci arriva da Ian McEwan con il suo  “Blues della fine del mondo” (Einaudi 2008): “ Non abbiamo ragione di credere che esistano date scritte nel libro del cielo o dell’inferno. Possiamo ancora distruggerci oppure, forse, cavarcela. Affrontare tale incertezza costituisce il mandato della nostra maturità, e l’unico sprone a agire con saggezza. I credenti dovrebbero ormai sapere in cuor loro che, quand’anche avessero ragione e davvero esistesse un Dio benevolo e attento, questi, come attestano le quotidiane tragedie e tutti i morti bambini, sembra poco propenso a intervenire. Il resto di noi, fino a prova contraria, è consapevole dell’improbabilità che ci sia qualcuno lassù. Nel caso in questione, ha poca importanza chi abbia torto: a salvarci non verrà nessuno. Dovremo pensarci da soli”.



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