LA PAROLA CHE RICOSTRUISCE

(poeti italiani per L’Aquila)

di Anna Maria Giancarli 

Sotto una coltre di polvere bianca, sotto le macerie della città distrutta, rischia di sprofondare, in una tragica dimensione, anche l’identità d’una popolazione che, fino alle 3,32 del 6 Aprile 2009, portava nella mente e nel cuore le prestigiose architetture e le ricchezze artistiche e culturali, in essa sedimentate, durante secoli di feconda storia sociale. 

Oggi L’Aquila, città monumentale, piagata, violata con crudeltà, mostra al mondo le ferite profonde dell’evento catastrofìco che l’ha colpita.

Tante sono le vittime del sisma, fra di esse, sicuramente, una vittima eccellente è la cultura. Il mostro, infatti, ha devastato tutte le sedi delle prestigiose istituzioni culturali cittadine, tutti gli archivi, tutte le biblioteche, tutti i teatri, tutti i musei, tutti gli straordinari luoghi pubblici e privati che accoglievano le numerosissime, eccellenti iniziative che si tenevano in città.

È evidente che nulla sarà come prima. Quando e come L’Aquila verrà ricostruita? Lo sconvolgimento totale che un terremoto produce, perdura nel tempo e dovranno trascorrere molti anni prima che si plachi il palpabile, immenso dolore collettivo.

Proprio per conservare viva la memoria dell’evento che, appunto, ha segnato in modo incancellabile il destino del capoluogo d’Abruzzo e per contribuire alla rinascita delle genti di questo territorio, abbiamo subito pensato di coinvolgere i poeti italiani, che numerosissimi hanno raccolto l’invito, prima attraverso varie letture nelle tendopoli e, poi, attraverso una raccolta di testi poetici, quali segni concreti di testimonianza e di condivisione intellettuale.

Le loro poesie, dense di carica emozionale, di vis creativa, di civile presa di coscienza e indignazione, di partecipata lettura dei  fatti, costituiscono viva materia ri/costruttiva per coloro che hanno subito un evento così devastante.

Non v’è dubbio che tra le numerose ricostruzioni da affrontare, quella interiore sia la più difficile, ma indispensabile per riannodare i fili del pensiero e per dare nuova forza alle idee ed ai progetti di futura rinascita, in sintonia con le proprie radici. A mio avviso, i poeti tutti hanno percepito l’importanza che in questo contesto drammatico, può avere il calore e l’intensità della loro parola e delle sue esplorazioni, consapevoli che la poesia resiste alle disgregazioni del tempo e della vita. La poesia è un viaggio di ricomposizione, una forma alta del pensiero, una dimensione di armonia, perciò può placare il dolore, svelare scorci di verità, sincronizzarsi con la chiarezza, potenziare la volontà e lenire la sofferenza della “perdita”.

Ovviamente, in questa antologia-documento, più che la scelta degli autori e dei testi da un punto di vista squisitamente creativo, è stato privilegiato l’aspetto della loro partecipazione solidale per quanto di epocale è accaduto alla città dell’Aquila, ai suoi palazzi, alle sue chiese, ai suoi campanili, alle sue case, alla sua struttura medioevale, in sintesi alla sua vira complessiva.

Sono, comunque, presenti autori caratterizzati da differenti poetiche e cifre stilistiche che vanno dalla frequentazione di territori di ricerca e sperimentazione a quelli della liricità e della tradizione poeti giovani e poeti che hanno da tempo segnato la storia della poesia italiana.

Questa antologia è il loro contributo per non dimenticare.

Per questo motivo li ringrazio tutti.

Un ringraziamento particolare va a Nicoletta Di Gregorio e Ubaldo Giacomucci i quali, assieme ai componenti della Casa Editrice Tracce, a Igino Creati Presidente dell’Associazione Poeti Abruzzesi, hanno subito accolto il mio “progetto”, con grande partecipazione, operando concretamente alla sua realizzazione.

 

(Dalla Introduzione al volume La parola che ricostruisce (poeti italiani per L’Aquila), Edizioni TRACCE, Pescara 2010)

ALCUNI DEGLI AUTORI (ben 62 nel volume) ESTRATTI A SORTE PER ZRAlt! DAL SACCO NON-DADA DI TRISTAN TZARA

Stefano Amorese

UNA VANA SPERANZA

Una trenodia di 99 cannelle
accompagna sommessa centinaia di feretri in fila
sulla piazza d’arme della caserma
dove inerme depone le insegne
anche il Guerriero di Capestrano
su cenere e porpora asperse sui crisantemi…
Sono Preghiere di Dolore
Per la Terra martoriata
che Nostra Signora delle lacrime
non può lenire….

Nonostante il rammarico
di quel sofista politico
sospeso a mezz’aria
disarcionato a cavallo
della ruspa dentata
a cui è stato sottratto il boccone…

Per una mano emaciata
sporta fra i cumuli
di architetture di sabbia…
prolungando la Vita
e una vana speranza.

***

Raymond Andrè

NOSTRO SIGNORE DELLE TENDE

è vero c’est vrai credo Mondieu
almeno qui in terra credo je croi con l’amen sulle croci

nessun dubbio sulla Tua presenza qualcuno in più
sulla Tua onnipotenza sotto le ciel ordinaire
per via del dolore innocente

siamo il tempo di vedere passare le Tue varianti umane
dicono predilette

l’erede frugale il clandestino chiamato solo per caso
lo sfollato
un parapetto sul mare

***

Nanni Balestrini

DOPO

muovendo sfiniti nel
blu infinito nel
movimento indolore
mondo opaco bruciato
non era mai stato così
alberi sempre muti
nello spazio sintetico
sintonizzati arabeschi
parole spente
vissute insieme
ridendo e scherzando
fino al prossimo niente
noi prati del cuore
una cosa rapida

***

Mariella Bettarini

TREMENDO TERREMOTO IN ABRUZZO

(acrostico)

Tremendo moto della terra che – tremando –
Ruppe (d’aprile – il sei) la vostra pace
E – di molti – di molte – si prese la vita
Mentre L’Aquila (la città) – le campagne – luoghi
E paesi – e l’arte – l’arte – la
Natura bella tremendamente si squarciarono – con
Dolore e dolore e dolore ed
Orrore inspiegabili se non pensando – nel pieno del

Tremore – a troppe scosse – moti – a qualche pre-visione terribile
E… – ma di questo basta! Riprendo – mentre
Rivedo con angustia le vostre tendopoli – le ir –
Risolte dimore impossibili – i nuovi “nidi” sulla costa
E il ritorno – il rientro (presto!
Ma presto!) – i “punti” assegnati – le casette – le
Opere d’arte in lista d’attesa – le
Tenaci (o turpi?) promesse – le proposte
(O no?) – i lutti – le fatiche (“WE CAMP”) – le meraviglie di una

Italia troppo spesso s-venduta –
Natura ed arte – presenze dell’umano

Allenate a resistere – a respirare con
Boccagli – ché l’aria che qua respiriamo è
Rotta da nubifragi – terremoti – e voi – vittime pazienti e forti di
Una tremenda calamità – portate ora (ripartendo da
Zero) il numero più alto – la riserva più nobile di un tale
Zelo coraggioso da empìre e empìre terre e
Oscuri e luminosi cuori: questi – vostri e nostri insieme

***

Nicoletta Di Gregorio

in ricordo dell’Aquila

Immoto
ci sovrasta in tenerezza
un cielo che deborda
e invade in prospettiva
ogni timore
nell’abbraccio freddo
di pietra
polvere e fango
nel magma
confuso d’universo

peso di terra
che opprime
i sogni degli angeli
c in respiro remoto
tramuta l’essere in lampi
di sé

***

Mario Lunetta

Stralcio terremoto l

l muri parlano una loro lingua dissestata qualche volta
straziante sopra e sotto le variegare imprese dei ragazzi
impegnati nelle loro notturne graf wars / neoesperanto
dei senza speranza – rete arteriosa intasata vita cieca.

Parlano dei capricci del clima della luce dell’ombra
sterminata che i fabbricanti di emblemi sono incapaci
di vedere – e della nostra stoltezza di topi elefantiaci.
Della pazienza che non cede al caso. Dell’impaziente

casualità. Sono tavole da decifrare nel loro corpo nudo
mille volte coverto sfregiato contraffatto da troppe cecità
– eppure invulnerabile almeno fino alla loro disfatta
al loro crollo. Dicono di come mùtino la vita e le visioni

mentre vi passano sopra dolcezze e disastri leggerezze zavorre
e sembra ripetano in silenzio Je ne dors pas – qui non c’è
guarigione che non passi attraverso i reticolati della memoria /
le ferite della mente attiva anche quando tutto viene spazzato via

dall’ybris che ignora la propria coazione a ripetere ripetersi
non costruisce paradigmi non fertili modelli d’utopia
ma solo e solum caccia all’uomo e alle cose / bersagli
ma piuttosto la distruggono prima che il feto vegetale assuma
la sua figura naturale / entri nella sua completezza – quella

che ogni vita onestamente definisce nella propria morte
senza nessun blasfemo bisogno di resurrezione – nella quiete
feroce invece / nella precisazione del proprio senso e perché /
della propria ragione di esistenza id est del proprio destino.

Stralcio terremoto 2

Bene non illudersi che disponendo di sensori a infrarossi
si possa vedere praticamente tutto / dominare il ritmo animale
delle cose i capricci della natura addormentata – ché inaffidabili
insomma sono le soluzioni repentine provvisorie effimere

e parimenti fragilissimi i progetti della scienza i presunti
punti fermi delle tecnologie avanzate – ipotesi e realtà
della meccanica quantistica (per dire) o tutto ciò che è connesso
con la funzione d’onda: / basti pensare – rabbrividendo – che

le dimensioni dell’atomo sono dell’ordine di un centomilionesimo
di centimetro / per cui mi dico la vita è alla fine niente più
che una curva isosisma / riandando con la mente illividita
al cataclisma aquilano nel quale la scossa più forre è durata

32 secondi con velocità di accelerazione di 0.65 contro la norma
che è di 0.35 – e la gente viva e morta è rimasta con gli occhi
sbarrati nella notte / cervello bombardato da mille megatoni
corpo ridotto a una serie di sconnessi segmenti di meccano:

– e intanto ieri davanti a certi affreschi celeberrimi davanti a certe
tempere su tavola semisconosciute di Giotto & Compagnia cantante
– Simone Martini Ambrogio Lorenzetti Giovanni da Milano Altichiero
Giusto de’ Menabuoi e altri cosiddetti minori (ironia involontaria

ma todavia ruffiana delle etichette) – ieri dicevo ero dentro
una nube profonda di felicità e di sgomento riflettendo sul precipizio
delle forme e dei destini su cui quegli esploratori temerari
s’erano affacciati per riportarne bellezza mista a desolazione

e stamattina poi ho parlato al cellulare con Anna Maria Giancarli
poeta superstite nel baratro aquilano / ho incrociato la sua voce
di sopravvissuta che con la figlia Alessandra e il marito Ennio
infermo pittore di visioni oniriche crudeli dentro spazi prigionieri

racconta con ira costernazione buio insensato il non stop movie
del suo del loro inferno terrestre del suo del loro di tutti i disperati
e vittime prede spoglie refurtiva perdizioni senza scampo.

Il niente concentrato dentro le pupille pazze dell’assassino
nel mattino che urla la sua disperazione – nella notte
che lo ripete al nero. Di tutto questo e di chissà cos’altro mai
parlano i muri al dilà della loro epoca di edificazione

delle loro materie dei loro stili. Lo sapeva in tutta
la sua atroce consapevolezza ricordataci dall’amico poeta
Tom Di Francesco il 16 aprile di questo torvo 2009
nella last page del manifesto dedicata alla Cronaca aquilana

3.

quel cronista in versi crudi alterati mordaci duramente cadenzati
– quartine monorime cariche di lampi / scorci aperti come praterie
invettive di fazione e di classe di terremoto e peste – quella peste
che uccise anche lacobuccio di Rinaldo detto Buccio di Ranallo

nel 1363 / improvvisamente reso nostro contemporaneo
dal sisma dell’Aquila e dintorni del 6 :aprile scorso ore 3.32 /
istante in cui la scossa 6.05 Richter facendo crollare da una parete:
del mio studio i libri stipati in una scaffalatura dissestata
ha fatto di me un ridicolo miniterremotato una parodia
di Buster Keaton intrappolato in una trincea cartacea
dentro la gabbia delle stanghe maligne / pupazzo esterrefatto.
Più che ridere credo non si potesse: e ho riso infatti

semisepolto in una tomba – un tombino – di carta stampata /
ancora ignaro di come in pochi secondi la terra avesse mandato
in polvere di doloso borotalco buona parte dell’Aquila recente
c morso con denti di coccodrillo le sue fabbriche vetuste.

Parlo al telefono difficoltosamente con certi amici cari
brutalizzati nei corpi nelle case nell’ intero sistema dei pensieri
davvero passerotti nella tormenta che stentano a ricostruire
il loro nido dare un possibile assetto ai nuclei più saldi

della loro stravolta fantasia: e per quanto gli sia vicino
con la mia angoscia fraterna capisco todavia che tutto ciò
che qui noi da lontano possiamo immaginare è solo
la pallida sinopia di un maledetto affresco furibondo.

Inavvertiti sono inavvertibili i sismi soprattutto nelle coscienze
meno scriteriate più aduse agli orrori del mutamento
più fredde nel procedere sul filo del rasoio di ciò che si chiama
realtà e non è poi alla fine todavia che un baobab millenario

costretto a crescere ancora e ancora in una serra di piante nane /
bonsai calamitosi che non ripetono la loro forma maior

(da Formamentis poema da compiere, todavia.Maquillage italico)

***

Renato Minore

SAPERI E PATIMENTI

In bilico sulla crosticina
esile e tremante
siamo qui a ricontarti,
madre-madrigna
da maledire, da adorare,
se non stravolgi
infissi, travi, mattoni
nel pulviscolo
dei tuoi comandamenti

Ha fulminato la retina
quel caglio di luce.
Ora illumina tra i metalli
dei divano letto
le planimetrie dei corpi
sciolti nella sabbietta,
soffice tenaglia sussultoria
per seppellire e celare,

da tritare

tritare

tritare.

Ma occhi di faina
penetrano nel buio
i detriti sotto pelle.
Deridono l’ambigua ronda
dei nostri saperi,
traliccio dirupato
nelle macerie di quell’astuzia
che fa sciame o stame
dei nostri patimenti.

***.

Marco Palladini

MOTUS TERRAE

Il continuo rotatorio moto della terra
non ci fa crollare o girare la testa
però rivoluziona ogni giorno il pianeta
e l’attenzione deve rimanere ben desta

Il moto della terra genera e segna il paesaggio
mari e monti, campagna e sistema urbano
crea l’immaginario che dà un profilo al mondo stesso
punti di fuga e flussi in uno spazio umano cd extraumano

Il ciclico moto della terra va talora contromano
allora perdiamo attoniti il centro della vita
oscilliamo sulle soglie del tremore e del terrore
il globo ridiventa una forma informe, indefinita

Il turbolento o sussultorio moto della terra
ci spinge qualche volta ad esclamare:
“Fermate il folle mondo, io voglio scendere!”
ma in effetti non sappiamo su quale altra sfera celeste
potremmo sbarcare

Il moto della terra quando si fa terrae motus terribilis
disastra la topografia, sfigura la comune geografia
all’incrocio col reale crudele si fanno i conti col destino
oltre i muri di buio una fioca luce battezza l’attimo, addita la via.
Come una piccola, povera poesia.

***

Plinio Perilli

RESURRECTIO DAL BUIO

ad Anna Maria Giancarli, Francesco Rivera
e Anna Ventura, amici de L’Aquila,
fratelli di poesia

Le colline ingemmate si susseguono,
il mio viaggio di treno le attraversa
o anzi loro mi infrangono,
messaggere di verde … Portano
fiori e sterpi, muri sbrecciati e
promesse lunghissime. Ovunque
il colore risponde, se solo ci sforziamo
di non perderlo … L’aria sembra
ferita ma azzurro lieve la fascia
tutta, la converte di vento.

È Pasqua di rinascita, resurrectio dal buio:
e da ogni sguardo in alto spunta
alata la cicatrice d’un piccolo volo.

***

Maria Luisa Spaziani

RIMANE INTATTA LA BANDIERA

Quei terremoti di cui parli, crollo
profondo delle visceri, sonante
sfacelo che ai meandri della terra
grida rivolta, odio, grida guerra
e appicca il fuoco all’anima del mondo
(là dove la caverna primordiale
gelida del terziario arrocca strati
di giade e di slavine), quali forme
soltanto nostre ci potrà rapire
dentro i suoi sordi ululi? Rimane
intatta la bandiera delle bianche
mattine, quando all’albatro nevoso
non giunge voce più dalle marine
trionfali di spruzzi e di richiami,
dove i suoi fasti celebrano al sole
gli smemorati pellegrini.

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