AQUILABRUZZO TENDATELIER

Una tenda del colore e due opere di dimensioni monumentali per l’Aquila ferita

Cronistoria di un irripetibile evento performativo. (L’Aquila, Tendopoli di Centi-Colella, 25 giugno / 12 luglio 2009)

di Antonio Gasbarrini

Fine maggio-24 giugno 2009

Era venuta a trovarmi, alla fine di maggio, nell’albergo della costa dove dimoravo dall’8 aprile insieme ad un centinaio di esiliati aquilani. Della pittrice pescarese Anna Seccia sto parlando. «Dobbiamo fare qualcosa per gli artisti e gli altri aquilani che si trovano nelle tendopoli».

Uno scambio proficuo di idee e poi una girandola di contatti da parte sua per concretizzare il progetto elaborato le cui inconsuete finalità sono riassumibili in alcuni stralci del comunicato stampa che qui è opportuno riportare:

«Il tragico terremoto che ha sconvolto la comunità aquilana ha colpito duramente anche gli artisti  operanti nel capoluogo. I loro studi sono stati distrutti (spesso con le opere) o sono  inagibili. Gli stessi artisti si trovano attualmente, insieme alle altre decine di migliaia di concittadini, nelle tendopoli, negli alberghi e in altre dimore provvisorie. Per queste ragioni l’Associazione culturale Kaleidos (Centro culturale della creatività di Pescara) con la collaborazione museale dell’Angelus Novus dell’Aquila (Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea) e sotto l’egida del Commissario ad acta della Croce Rossa Italiana, ha promosso e organizzato l’installazione performativa in progress “AquilAbruzzo Tendatelier / Una tenda del colore e due opere di dimensioni monumentali per L’Aquila ferita”.

Durante l’happening che si terrà a L’Aquila nella “Tenda del colore” che sarà issata dalla Croce Rossa nel campo di accoglienza Centi-Colella dal 25 giugno al 12 luglio, saranno dipinte due tele monumentali delle dimensioni di circa 22 mq. ciascuna.

Alla realizzazione della prima, intitolata Soqquadri (L’Aquila ferita) – con la curatela dall’art director dell’Angelus Novus Antonio Gasbarrini ed  ispirata alla devastazione della città dell’Aquila causata dalla tremenda scossa sismica del 6 aprile – parteciperanno artisti abruzzesi rappresentativi delle quattro province.

L’opera così realizzata nella “Tenda del colore”, insieme ai bozzetti preparatori dei singoli artisti, sarà battuta all’asta digitale su Internet e sui telefonini, a livello mondiale, da […] nel mese di settembre 2009 (all’asta saranno invitati a partecipare anche i principali Musei e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea italiani ed europei) per destinarne il ricavato alla Croce Rossa Italiana che si attiverà per l’apertura di nuovi spazi-studio per gli artisti aquilani.

La seconda opera d’arte collettiva Global Aquilart sarà realizzata con l’happening-performance dell’artista Anna Seccia che coinvolgerà creativamente ed in prima persona i terremotati dimoranti nella tendopoli per una singolare operazione d’arte relazionale. Qualora le condizioni organizzative e di sicurezza lo consentano, sulla tela è prevista l’apposizione della firma autografa dei Capi di Governo partecipanti al G8 dell’Aquila, firma che diverrà parte integrante dell’opera stessa […]

Un apposito sito internet bilingue (italiano-inglese), consentirà di seguire in diretta le varie fasi creative dell’evento che prevede inoltre – quali iniziative collaterali – proiezioni di fotografie sul terremoto della città dell’Aquila e frazioni, lettura di poesie, conferenze,  secondo la calendarizzazione indicata nel programma».

Queste buone intenzioni, andate felicemente in porto per quanto riguarda i due dipinti e le manifestazioni collaterali, erano invece fallite negli altri aspetti pratici. In buona parte boicottati dalla stessa Protezione Civile. Mi riferisco alla mancata apposizione delle firme da parte dei Potenti della terra negli appositi spazi bianchi lasciati sulla tela Global Aquilart, il conseguente defilamento della società incaricata della vendita all’asta ed altri incresciosi episodi che qui non è il caso di ricordare. Se non altro per non rivoltare il coltello nella piaga.

La cronaca e la storia sono piene zeppe d’idee plagiate. Anzi, rubate. Mi limito, in proposito ad accennare al titolo di un articolo apparso sul quotidiano Il Centro del 12 luglio 2009: «All’asta le firme dei Grandi. “Il ricavato ai terremotati”». Una significativa foto ritrae Obama con una penna nella mano sinistra ed il manifesto-logo poggiato su un cavalletto da pittore. Coincidenze alquanto strane.

Bene. Riprendiamo il filo della nota critica, tornando a scrivere dell’happening performativo.

Per la prima tela Soqquadri (L’Aquila ferita) si trattava di far dipingere più o meno contestualmente in uno ambiente precario, assai lontano dalle rassicuranti pareti di uno studio e per di più situato in piena zona sismica dove scosse e nubifragi erano ancora all’ordine del giorno, una ventina di artisti abruzzesi, alcuni dei quali (gli aquilani) dimoranti nelle tendopoli o negli alberghi: perciò, scioccati come me. Una prova creativa abbastanza improba, non solo per loro. I previsti bozzetti inviatimi per e-mail mi consentivano di pre/vedere un’opera finale abbastanza eterogenea per quanto riguardava i frammischiati stilemi, ma più che valida nel suo assieme performativo.

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Il mio compito specifico in questa inusuale esperienza e quello prezioso di Anna Seccia  convergevano su un obiettivo finale: il dipinto, oltre che corale, avrebbe dovuto recepire le più ampie assonanze performative di una jam session. Auspicio più che normale in un concerto jazz, ma abbastanza arduo da raggiungere in un’opera pittorica, per di più di quelle inusuali dimensioni.

25 giugno – 4 luglio 2009

Al via, con gli artisti invitati (Sandro Arduini, Domenico Colantoni, Mario Costantini, Giancarlo Costanzo, Giuliano Cotellessa, Silvestro Cutuli, Fabio Di Lizio, Bruno Di Pietro, Stefano Ianni, Marino Meralangelo, Sandro Meralangelo, Gabi Minedi, Albano Paolinelli, Augusto Pelliccione, Massimina Pesce, Anna Seccia, Antonio Spinogatti, Carlo Volpicella)  concordavo la ripartizione degli spazi (in media 1 mq) e la turnazione di massima delle presenze.

Una lettera, datata il giorno successivo, veniva indirizzata ai Capi di Stato che avrebbero partecipato al G8. Eccone alcuni passaggi: «Egr. Capi di Stato, dall’8 al 10 luglio vi ritroverete nella città de L’Aquila per discutere di importanti questioni di politica internazionale, e, definire i futuri assetti del mondo. Il G8 vi fornirà l’occasione per conoscere, sebbene in tragiche circostanze, il capoluogo d’Abruzzo, che è stato piegato ma non spezzato – grazie alla forza di questa terra e dei suoi abitanti – dal terribile sisma del 6 aprile. In concomitanza con il prestigioso forum a cui siete chiamati a partecipare, sarà in corso a L’Aquila, presso la Tendopoli di Centi-Colella, un’importante operazione artistica e umanitaria intitolata “AquilabruzzoTendatelier/ Una tenda del colore e due opere monumentali per l’Aquila ferita”. […]  Siete cortesemente invitati a far parte integrante di questo progetto, attraverso un semplice gesto creativo: quello di apporre personalmente la Vostra pregiatissima firma sulla suddetta tela. L’intervento avrebbe un importante significato simbolico, sotto molteplici punti di vista; inoltre la Vostra firma-segno diventerà parte integrante dell’opera dipinta dai terremotati aquilani, completandola, perciò, anche sotto il profilo artistico. Inoltre, e questo è certamente l’aspetto più importante, contribuireste ad un processo creativo fondato sui princìpi della relazione e della partecipazione collettiva, quindi sulla condivisione della solidarietà internazionale come cittadini e soggetti sensibili alla tragedia che ha così duramente colpito la medioevale città dell’Aquila. Quest’innovativa operazione di arte sociale assumerebbe, quindi, un grande valore anche a livello civile e culturale, in quanto verrebbe a cesellare l’unione dei più importanti Paesi del mondo per una causa umanitaria che in questo momento può diventare, grazie alla Vostra presenza a L’Aquila, prioritaria. Considerata la disponibilità di aiuto da Voi offerta già all’indomani del terremoto che ha colpito la nostra Regione Abruzzo, speriamo vivamente che questo appello non cada inascoltato, ma anzi che Vi giunga come un piacevole invito, possibilmente e compatibilmente con i Vostri impegni, per giovedì 9 Luglio alle ore 17,00 nella “Tenda del colore”installata nel vicino campo Centi-Colella gestito dalla Croce Rossa Italiana. Qualora la Vostra presenza personale non sia possibile (anche per ovvie ragioni di sicurezza), la tela potrà essere portata nel luogo in cui si svolgeranno i Vostri lavori (cittadella della Guardia di Finanza), dove potrà essere esposta e firmata. RingraziandoVi anticipatamente per la Vostra preziosa collaborazione e augurandoVi buona permanenza a L’Aquila per i lavori del G8, Vi porgiamo i più cordiali saluti”.

Tra i firmatari figuravano l’Associazione Culturale Angelus Novus, L’Associazione Culturale Kaledos e La Croce Rossa Italiana. La lettera, oltre che essere pubblicizzata con un apposito comunicato stampa, veniva inviata per e-mail al Capo della Protezione Civile per le eventuali modifiche e per il successivo inoltro ai destinatari. Da quel momento, come si è già rilevato, non si è saputo più nulla, nonostante le reiterate telefonate ai vari responsabili effettuate personalmente da Anna Seccia. Così gira il mondo….

Torniamo alla nostra cronistoria. Il 29 giugno s’era tenuto, nella Tendatelier dove era già a buon punto l’ultimazione del primo dipinto monumentale, il reading di poesie I poeti italiani. Per l’Abruzzo e L’Aquila luoghi d’arte e cultura: la parola che ricostruisce, coordinato da Nicoletta Di Gregorio, con la partecipazione, oltre che della stessa, di Rolando D’Alonzo, Francesco Di Rocco, Anna Maria Giancarli, Bibiana La Rovere, Marcello Marciani, Elisabetta Mastromattei Merlonetti, Daniela Quieti,  Isabella Tomassi e  Anna Ventura.

 

5 -12 luglio 2009

Data la limitata dimensione dello spazio agibile nella Tendatelier e la grandezza monumentale delle 2 tele da dipingere (si ricorda, di mq. 2×10 ognuna) occorreva terminarne una, per poi dar corso all’altra. La staffetta performativa veniva fissata al 5 luglio. Il 12 poi, oltre alla presentazione dell’opera da parte mia, c’era stata la drammatica relazione del direttore del Museo Nazionale d’Abruzzo, dr. Calcedonio Tropea. Noi tutti, grazie alla sua preziosa testimonianza, eravamo venuti a conoscenza del dissesto architettonico subito dal Castello cinquecentesco e del grave danneggiamento, in alcuni casi forse irreversibile, subito dalle prestigiose collezioni permanenti di pitture, grafiche, sculture, affreschi, etc. allestite nello stesso Museo.

Personalmente, invece, m’ero soffermato sull’apporto dei singoli artisti, evidenziando lo stretto legame esistente tra creatività e messaggi esistenziali positivamente orientati. Avevo poi sottolineato come raramente, nella storia dell’arte contemporanea, fosse capitato di veder dipingere contestualmente, anche se a rotazione, su una tela monumentale di quelle dimensioni, ben 18 artisti.

Il felice, relazionale incrocio delle loro singole poetiche, lavorando fianco a fianco sotto la partecipata attenzione dei terremotati ospitati nella tendopoli, erano riusciti, secondo me, a dare una nuova vita animata a segni, colori ed immagini liberamente ispirati alla negatività dell’evento, negatività rovesciata di segno. Anche se sotto forma corsiva, di appunto visivo più che di opera conchiusa. L’emozione, ogni emozione, è istintiva ed istantanea. Non ammette ripensamenti. Figuriamoci sotto la spinta di scosse avvertite mentre si sta dipingendo, com’è avvenuto effettivamente quella stessa mattina con una scossa di magnitudo 4 della scala Richter.

Si era trattato, in estrema sintesi, alla “proiezione” sulla tela, di una incrociata ed incrociabile sequenza di 18 fotogrammi distribuiti su due livelli spaziali capaci di far interagire all’unisono schegge immaginifiche di una realtà dura da accettare sì, ma, da non subire passivamente. Forse in poche altre occasioni come questa, lo strano sguardo circolante tra i terremotati della tendopoli, rivolto prevalentemente in basso, s’era innalzato di qualche metro con la loro assidua presenza nella TendAtelier.

soqquadri

Entrando ora velocemente nei dettagli di Soqquadri, è necessario precisare come sia abbastanza problematico scriverne, dato che la sequenza dei fotogrammi non è stata lineare, ma deliberatamente debordante tra un’immagine e l’altra: una raccomandata supremazia della coralità sull’individualità.

Per ognuno degli artisti intervenuti, non si è trattato di dipingere un quadro, bensì d’interagire con l’intera tela. Mi limiterò a dare qualche flash, tentando di assemblare questa volta, con la sola energia delle parole, le contigue tessere musive.

In alto a sinistra, a mo’ di biglietto da visita dell’intero lavoro, campeggia l’aquila stilizzata di Stefano Ianni attorniata dalle scritte L’AQUILA 6-4-2009 RISORGEREMO. La bicromia nero-verde, subentrata nell’immaginario cittadino a quella biancorosata medievale grazie alla mitica squadra di rugby, s’accorda perfettamente con il positivo messaggio subliminale.

Al suo fianco irrompe la carica gestuale-informale del cuore spaccato di Anna Seccia. Tra il profilo dei bordi antropomorfizzati  ed il brulichio puintillista dell’interno, viene a instaurarsi la positiva tensione cinetica di ritrovate pulsazioni.

In basso, la trasognata atmosfera notturna di Gabi Minedi, evoca il parlottio di varie scritte murali quali L’AQUILAFOREVER e L’ALBA NON ERA. La figurazione minimalista di uno strano paesaggio infantilizzato è ritagliata bidimensionalmente sullo sfondo di un blu intenso.

Decisamente più drammatica è la scena che si presenta al fruitore nel “lacerto” dipinto a quattro mani da Sandro e Marino Melarangelo (come non ricordare il nome del capostipite Giovanni, tra i principali artefici, insieme a Guido Montauti, del rinnovamento delle arti visive in Abruzzo nell’immediato dopoguerra?). In primo piano è il corpo arrossato di un giovane ad evocare, con la sua irrigidita immobilità, le altre 307 vittime. Non solo del terremoto. Le tantissime costruzioni crollate o implose a L’Aquila anche a causa di una speculazione edilizia paramofiosa (cemento annacquato + sabbia), sono ben leggibili in quei stilizzati casermoni grigiastri squarciati dall’irruenza del cuneo-cuore di Anna Seccia.

Vanno a completare l’irregolare quadrilatero gli alberi scheletriti di  Bruno Di Pietro. Un paio, fauves per il loro rosso intenso, non secernono una vitale linfa primaverile, ma il gocciolio di lacrime di sangue. Gli altri, proposti in negativo, sembrano spauracchi posti a protezione di non si sa più che cosa.

Ancora una forte, contigua impronta iconica, è incontrabile nei dipinti di Sandro Arduini, Augusto Pelliccione e Domenico Colantoni. Questa sorta di trittico ha in comune, più che il colore, il suono. O meglio, l’urlo di bocche dilatate. In Sandro Arduini la fitta trama di una vorticosa geometria euclidea proiettiva, fa sprofondare, ma contemporaneamente volare, la prometeica figura di un essere il quale non accetta la resa nemmeno al cospetto di una tragedia tanto immane.  Augusto Pelliccione, forte del suo robotizzante imprinting, squinterna la classicità pittorica delle predelle rinascimentali, con il getto di una cascata di rovine immanenti poste tra il muto testimone inscritto in una ellisse e una vittima innocente. La coppia denudata di Domenico Colantoni (quanti aquilani in preda al panico sono scappati in quelle stesse condizioni mentre soffitti e mura precipitavano loro addosso?) è tutta protesa in un inutile abbraccio protettivo. È una matissiana atmosfera rovesciata di segno (penso a La danse e a La joie de vivre) a scaraventare nel vuoto corpi e macerie.

La scultorizzata aquila di Giancarlo Costanzo non è più aggrappata, con i suoi artigli, sul costone di una roccia. Troneggia, ad ali dispiegate, sulle preziose pietre di una città medievale già pronta a rinascere come araba fenice, dalle sua stessa polvere. Anche Albano Paolinelli, prova a a far riaprire completamente – alla stregua della Nike di Samotracia – “biancheazzurrate” ali al vento della vita, mentre le frattaliche, sottostanti onde sismiche di Silvestro Cutuli, scuotono e sommuovono il tutto.

Di più difficile decifrazione è la concentrazione ideogrammatica di Antonio Spinogatti in quel piccolo grumo segnico rappreso sullo sfondo di gestuali striature: l’hic et nunc degli sconvolgimenti delle 3.32.

Con gli interventi un po’ più eclettici di Massimina Pesce, Mario Costantini, Giuliano Cotellessa, Fabio Di Lizio e Carlo  Volpicella viene a concludersi questa velocissima carrellata percorsa, con un pizzico di fatica, in tutti i suoi 22 mq.

Di Massimina Pesce avevamo conosciuto splendide tensioni solari scultoree in ceramica, risolte prevalentemente con la bicromia rosso-nero  e giochi di luce (bianco su bianco) di schiere angeliche magistralmente incise su un docile subjectile. Dopo il sisma, quel suo angelo tutto arruffato, annerito e sulfureo sta cercando forse una via di fuga: inequivocabile spia di una precedente “versificazione” musicale visivo-esistenziale drammaticamente interrotta.

Gli inquietanti ominidi di Mario Costantini, sorpresi mentre sono scaraventati dappertutto, tentano di scappare in ogni dove per sfuggire dalle grinfie di una ctonia trappola mortale, lenendo nelle loro anarchiche direzioni vettoriali, i respiri affannati d’incontrollabili paure.

Lo strano robot di Fabio Di Lizio sembra un marziano di Ennio Flaiano sbarcato anziché a Roma a L’Aquila terremotata. Non è più la graffiante satira dello scrittore pescarese a farlo optare per l’unica via di fuga praticabile (salire su l’astronave e ritornarsene da dove era venuto). Adesso è tempo di rimanere. O meglio, capire per chi lo sta guardando nella tendopoli, cosa significhino quelle x e y tatuate, insieme allo zero su un incrocio di rette (assi cartesiani…).

Le due astraenti, labirintiche griglie-isola di Giuliano Cotellessa, al primo impatto potrebbero ben far pensare a continenti alla deriva destinati fatalmente ad abbracciarsi e scontrarsi. Ma in arte, questi ed altri dettagli descrittivi non hanno alcun senso se l’autonoma lingua di una forma non riesce ad uscire dal suo guscio per parlare e parlarci. Come riescono a fare altrettanto bene le conchiuse amebe di Carlo Volpicella, la cui etimologia greca sta per cambiamento, trasformazione: è la loro vitale, continua metamorfosi ad indicare una via d’uscita alla “deformata forma” di un’aulica città massacrata.

global

Tutt’altra valenza sperimentale ha avuto l’altra tela  Global Aquilart, la cui realizzazione sarebbe stata impensabile senza il determinante apporto didattico-creativo di Anna Seccia. Far dipingere, per lo più per la prima volta, ben 332 terremotati ospitati nella tendopoli Centi-Colella la cui età variava dai 3 agli 80 anni, va ascritto esclusivamente  a suo merito. Il successo arriso si deve ad un solo fatto: la pittrice abruzzese è l’inventrice e la vestale della “Stanza del colore”, basata sul principio fondamentale che l’arte, ed in modo particolare il colore, sia il medium più adatto per la condivisione di esperienze creative attivate, spesso per la prima volta, da gente comune.

 

Nell’ideale “Stanza del colore” della tendopoli, la collaudata tecnica della Globalart (musica olofonica e olopittura), ha consentito a tutti i partecipanti di uscire dalle secche di una frustrante quotidianità liberando, dall’inconscio intorbidito dal terremoto, forme, segni, scritte affamati di libertà espressiva.

Mi ha sottolineato con passione Anna Seccia:«Il compito essenziale dell’arte partecipata è quello di dare vita a nuove prospettive relazionali. Un aperto invito a guardare sé, gli altri ed il Mondo secondo una nuova visuale operando uno squarcio sul reale in modo traslato. Nella mia decennale esperienza di Global Aquilart ho avuto un’altra conferma sperimentale di come l’espressività mediata dal colore sia un meccanismo fortemente terapeutico. Si è trattato, in buona sostanza, di far entrare in risonanza il proprio sé con l’altro da sé. La controprova di questo assunto l’ho avuta dal fatto che quasi tutti i partecipanti terremotati, nel riquadro di pertinenza, hanno preferito esprimere sulla tela sensazioni rivolte al futuro piuttosto che concentrarsi sui tragici eventi da cui sono stati colpiti».

In effetti, la sorprendente freschezza inventiva di questa enorme tela dipinta quasi alla Pollock, distesa com’era per terra, spesso bagnata dalle infiltrazioni delle piogge torrenziali di quel periodo e smossa più di una volta dalle scosse sismiche in atto, fa pensare più alla gioiosa combinazione cromatica di un arcobaleno che alla grigiastra polvere sprigionata alle 3.32 dalle rovine.

Cuori, casette integre, astri, frasi, fiori si rincorrono da una tessera all’altra nel segno della riconciliazione: con il proprio perduto habitat, ma anche con i vicini di tenda e l’universo intero.

Il vistoso vuoto degli spazi bianchi lasciati per le mancate firme dei Grandi (?) della terra, non sminuisce la cristallina bellezza di un’autenticità dell’arte e della vita, ri/trovate..

Un solo augurio. Possa approdare, GlobalAquilart, nella collezione di qualche museo italiano o europeo. Siano i visitatori a simulare, con il semplice movimento di un dito, la loro firma su uno degli spazi bianchi: anche i Piccoli della terra, quando vogliono, senza inc….. come le formiche, possono empaticamente sintonizzarsi con i loro simili.     

P. S.  16 luglio 2009

Le due monumentali tele Soqquadri (L’Aquila ferita) e Global Aquilart sono state  esposte per la prima volta al pubblico, nella riaperta Villa Comunale della città, nell’ambito della giornata dedicata alla “Festa della creatività”.

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Pescara – Aurum – 6 aprile 2012

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COMUNICATO STAMPA

Una storia senza fine? La storia sembra quasi finita….

AquilAbruzzo TendAtelier

Con la presentazione del post-catalogo “Una storia senza fine? AquilAbruzzo TendAtelier” il 1 aprile 2012 con annesso DVD e la parallela inaugurazione della mostra all’ Aurum di Pescara con le due maxi tele “Soqquadri  L’Aquila ferita” e “GlobalAquilart” (circa 22 metri quadrati ognuna) insieme ai disegni dei progetti elaborati da 18 artisti abruzzesi per la realizzazione della prima opera, sta per avviarsi a conclusione l’incredibile esperienza performativa vissuta a L’Aquila dal 25 giugno al 12 luglio del 2009 nella tendopoli  Centi-Colella.

Oltre ai due curatori del post-catalogo – il critico aquilano Antonio Gasbarrini e l’artista pescarese Anna Seccia – sono intervenuti l’Assessore alla Cultura del Comune di Pescara Giovanna Porcaro Sabatini e Nicola Mattoscio, Presidente della Fondazione Pescarabruzzo che ha sponsorizzato la stampa di quello che può definirsi un vero e proprio libro uscito con i tipi di Ianieri Edizioni, le cui pagine, immagini e video “raccontano”, è il caso di dirlo, sì la disperazione e il lutto vissuti dai terremotati aquilani, ma anche la speranza della rinascita.

Alla presenza di un folto pubblico, attento e coinvolto anche emotivamente da un evento culturale di alto profilo creativo-sociale ripercorso in tutte le sue fasi dai due curatori e ruotante attorno alla tragedia che ha colpito la città capoluogo alle 3.32 del 6 aprile 2009, sono emerse sì le difficoltà organizzative incontrate (soprattutto per lo scarso apporto delle Istituzioni), ma anche il desiderio di dare una degna destinazione espositiva permanente alle opere in questione.

Anna Seccia  ha  ricordato l’eccezionalità dell’evento performativo che ha visto fiorire giorno dopo giorno all’interno di una tenda le due maxi tele, mentre ancora imperversavano scosse sismiche e nubifragi, sotto gli occhi attenti degli sfollati, spettatori per la maxitela “Soqquadri – L’Aquila ferita”, ma anche attori e protagonisti avendo dipinto in ben 332 ognuno dei riquadri dell’altra opera. Ponendo, quindi, una domanda essenziale: quale destinazione espositiva permanente potranno avere nell’immediato futuro?

Antonio Gasbarrini si è soffermato, in particolare, sul mutato “sguardo” degli aquilani dopo il sisma, sguardo che inizialmente era rivolto in basso (macerie) e poi in alto, nella presa di coscienza di quell’invidiabile patrimonio artistico e civile di uno dei più bei Centri storici italiani sgretolato a cominciare dai tetti; sguardo carente del tutto a livello orizzontale, data l’impossibilità di potersi “guardare”negli occhi in una città ancora disabitata. Da qui l’idea di allestire la mostra ponendo le opere direttamente sul pavimento insieme alle macerie reali di coppi e mattoni provenienti dall’abbandonato Centro storico dell’Aquila, ben tre anni dopo il terremoto.

L’assessore alla cultura Porcaro Sabatini, insediatasi recentemente alla guida di uno dei più sensibili settori della convivenza civica, ha rimarcato come sia sua intenzione sostenere tutte quelle iniziative innovative, sia dal punto di vista dei linguaggi che della creatività intesa nella sua più larga accezione.

Il professor Mattoscio ha evidenziato il ruolo trainante della cultura nell’area pescarese, tra le più vitali d’Italia, nonché l’importanza data ad una dinamica realtà di un settore fortemente sostenuto dalla Fondazione presieduta.

Le contraddizioni tra enunciazioni programmatiche e realtà fattuale sono emerse allorché i due curatori hanno sottolineato che la mostra avrebbe chiuso i battenti la stessa giornata a causa dell’impossibilità di pagare la prevista, onerosa assicurazione. Con una battuta, tra il serio e il faceto, il critico Antonio Gasbarrini ha affermato che in tal caso la città di Pescara sarebbe entrata di diritto nelle pagine della storia dell’arte per il record di 1 ora conseguito nella durata di apertura dell’esposizione.

La svolta di “Una storia senza fine?” si è avuta subito dopo allorché il professor Mattoscio, nel riprendere la parola, ha asserito che avrebbe fatto in modo, d’intesa con l’Assessore alla cultura, di tenerla visitabile almeno fino al 6 aprile per meglio esser vicini ai cittadini aquilani ed agli altri terremotati del cratere. In più, la promessa che si sarebbe attivato per una degna destinazione delle due maxi tele in appositi e qualificati spazi, quali ad esempio l’Aeroporto o la Stazione Ferroviaria di Pescara, o altri ancora da individuare.

Se queste impegnative promesse verranno mantenute, “Una storia senza fine?”, a detta dei due curatori, può ben cambiare in  “La storia sembra quasi finita”…



One Comment

  1. ricordo che si realizzava tutto quanto all’Aquila sotto una tenda bianca della C.R.I. mentre sotto i piedi la terra tremava, ancora oggi il ricordo è vivo, non sfuma. Tutti insieme come degli alunni disciplinati e in religioso silenzio realizzammo un dipinto di circa 22 mq. Oggi rimane un buon ricordo di pace tra noi e quel pensiero solidale sempre con il popolo Aquilano
    B. Di Pietro

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