MUSICA DELLE SFERE *

Le antiche tradizioni hanno sempre parlato di una “musica delle sfere” e non già di un’armonia delle linee o degli angoli

di Cristian Ungureanu

Gli aspetti relativi alla mia attività artistica, scientifica e didattica gravitano direttamente o indirettamente intorno alla stessa costante preoccupazione tesa a decifrare e mettere in pratica i principi governanti la problematica delle proporzioni armoniche.

Nella conoscenza scientifica dell’epoca attuale, tutto quello che esiste – indipendentemente dalla forma della sua manifestazione analogica – è definito come energia. Il concetto di energia, dal suo canto, viene inteso come vibrazione, nozione descritta in base ai parametri specifici di frequenza. Siccome con questo termine ci si rapporta ai fenomeni vibrazionali ed oscillatori, come le vibrazioni meccaniche, i segnali audio, le onde radio e la luce, essa viene espressa e trasposta attraverso i numeri e le sue proiezioni geometriche. Le configurazioni geometriche armoniche (dall’architettura, alla scultura; dalla pittura alle arti decorative; dalla musica alla ballata o letteratura) sono determinate dalle proprietà speciali dei numeri.

L’opera d’arte è sempre stata concepita come configurazione energetica. Questa è la premessa dell’approccio dell’“archeologia culturale” che è anche alla base del mio lavoro di ricerca scientifica e di creazione artistica. Gli schemi geometrici armonici degli artisti del passato, perpetuati in tutte le epoche fino alla nascita della modernità, dimostrano di essere vere teorie scientifiche sull’origine e la natura del mondo in cui viviamo. I “fiori dei numeri”, infatti, sono le proprietà armoniche di rettangoli speciali; le membrature “d’oro” e la successione di Fibonacci o le quadrature del cerchio, un apparato per il fissaggio delle frequenze di alcune strutture geometriche vibranti che erano, di fatto, gli “scheletri” dei futuri dipinti, affreschi, bassorilievi ecc. capaci di ricevere e generare energia. In questa prospettiva transdisciplinare sul fenomeno artistico, condivido appieno la teoria dell’artista concettuale italiano Gino de Dominicis il quale, negli anni ‘80, affermava: “Un’opera, una volta finita, mi deve sorprendere e mi deve rendere più energia di quella che ho dato per crearla. Un’opera, in questo modo, è antientropica e contraddice il secondo principio della termodinamica”(1).

La conoscenza e l’uso dei principi geometrici (costruttivi e simbolici) nelle arti visive non rappresentano una certezza sine qua non della qualità dell’oggetto artistico. Secondo gli argomenti dettagliati degli autori che analizzano e discutono di questo problema (2), i percorsi e le formule composizionali che possono essere ridotti a teorizzazioni matematiche sono potenzialmente accessibili, in maniera intuitiva, agli artisti.

Molto rilevante nel contesto della mia ricerca è il fatto che, nella maggior parte dei casi in cui la composizione plastica è risolta in maniera intuitiva, è possibile identificare ed utilizzare gli stessi percorsi e centri d’interesse del rinforzo rettangolare che possiamo evidenziare, anche a distanza di secoli, con le procedure della costruzione geometrica. Oltre a queste fasi costruttive nell’ottenimento della specificità estetica di un lavoro, esistono molti altri parametri quali la capacità culturale ed il talento innato nel sintetizzare in un modo favorevole i dati concettuali del tema proposto, la sensibilità cromatica dell’artista ecc. , elementi tutti in assonanza temporale con l’epoca in cui lo stesso è stato realizzato.

Senza trascurare l’importanza della comprensione e della connessione diretta con i dati specifici della cultura moderna e postmoderna, ho considerato che occorra concentrarsi solo sulle questioni specifiche del mondo delle arti visive e della teoria delle arti istituzionalizzate. In base a questa opzione, appresa dai miei studi accademici, ho deciso di svolgere simultaneamente più corsi di sviluppo del pensiero e della pratica artistica, scientifica, teologica e filosofica: nel senso generale, ma anche pedagogico, direzioni che possono essere determinate o che sia possibile sovrapporre, produrre relazioni complementari ma anche rivelare affinità.

L’incontro con il campo della composizione geometrica, le cui radici simboliche si trovano nell’ambito della manifestazione della geometria sacra, simili ed anche identiche alle grandi civiltà tradizionali del pianeta, presenta aspetti – molto spesso sorprendenti – riguardo al livello di precisione scientifica ed alla tempestività delle informazioni contenute in questo ambito.

Gli studi teorici e le applicazioni pratiche che sono state eseguite sistematicamente sin dal 1999, mi hanno permesso di individuare percorsi coerenti rispetto ai linguaggi numerici tradizionali e le loro traduzioni geometriche, bi-tridimensionali, in un rapporto diretto e organico con un apparato simbolico che può essere letto a diversi livelli di comprensione ed interpretazione. Tenendo conto dalla mia formazione iniziale, ho pensato che fosse utile e necessario prestare una particolare attenzione allo sviluppo della conoscenza, dell’intuizione e della creatività specifica nel campo “diametralmente” opposto al potenziale artistico, alle scienze cartesiane e, ugualmente, alle pratiche di indagine sulla realtà attribuita ai campi della filosofia e della teologia. Le esperienze ed i risultati accumulati negli anni dedicati allo studio della geometria artistica tradizionale e moderna – con mio grande stupore e sorpresa – mi hanno reso chiaro che questa zona di “retroscena” (degli ateliers dei grandi Maestri della storia dell’arte, delle culture arcaiche fino a Salvador Dalì), s’incrocia con le valenze della ricerca transdisciplinare, una nozione analizzata negli anni ‘90 dal grande filosofo e scienziato francese, di origine rumena, Basarab Nicolescu (il co-fondatore del primo Congresso Mondiale di Transdisciplinarità – Convento de Arrabida, Portogallo, 1994).

La mia principale guida può essere considerata, inoltre, l’opera filosofica e matematica di Matila Ghyka. Non disponendo appieno dei mezzi intelligibili per trasporre geometricamente i principi formulati da lui nel famoso volume dedicato al numero d’oro, la successione di Fibonacci e le leggi dell’armonia pronunciate dal Creatore per potere essere “trasferite” nella composizione del nostro mondo, sono stato costretto a tentare ogni fase di decifrazione invocando l’intuizione, il principio dell’analogia e lo spirito d’osservazione specifico alla maggioranza degli artisti visivi.

Il secondo punto di riferimento teorico nel contesto del mio approccio artistico “archeologico”, scientifico e spirituale è il trattato di geometria compositiva del francese Charles Bouleau, da cui ho scoperto le prime nozioni sulle proprietà armoniche lineari di un rettangolo. Devo sottolineare che il teorico francese nei suoi scritti ha omesso la teoria della metà circolare della dottrina tradizionale della composizione geometrica e della geometria sacra, essendosi concentrato solo su quei principi di determinazione delle tensioni inerenti a ciascun tipo di rettangolo, derivate dalle intersezioni delle diagonali, dalle connessioni tra piccoli e grandi lati, nonché i quattro segmenti che uniscono le sezioni d’oro degli stessi.

La perplessità e la costante difficoltà di coloro che hanno studiato la sua“Geometria segreta dei pittori”, inizia dal fatto che le antiche tradizioni hanno sempre parlato di una “musica delle sfere” e non già di un’armonia delle linee o degli angoli. La ricerca scientifica mi ha fatto concludere che entrambi i campi coesistono nell’organizzazione costruttivo-simbolica dello spazio compositivo delle opere tradizionali, in quanto la rappresentazione o la proiezione dei principi complementari che le animano: sono quelli di natura energetica femminile. Da una certo punto di vista si può sostenere che il pensiero sotteso nel trattato di Charles Bouleau era l’espressione dello spirito dominante nell’epoca industriale e post-industriale, cioè il pensiero maschile, prettamente rettilineo.

Il mio primo caso di studio sull’analisi della composizione geometrica di un’opera si è svolto nel 1999, tre anni dopo il conseguimento della laurea presso l’Accademia delle Arti “George Enescu” di Iași. Mi era stato chiesto di dare una interpretazione innovativa sull’icona “Santa Trinità” di Andrei Rubliov, uno dei dipinti più complessi e affascinati di tutta la storia dell’arte. Appena ho  ridisegnato l’icona, ho intuito che nella struttura spaziale del dipinto c’era una composizione geometrica, eminentemente circolare, strutturata su una serie di cerchi concentrici. Ho fatto le prime indagini non solo sulle proprietà specifiche del rettangolo, ma anche dei cerchi concentrici adiacenti. L’effetto di questo primo studio e le sue determinazioni successive, saranno presentate in occasione della serie di esposizioni personali e progetti di ricerca geometrica e simbolica derivanti da questa esperienza, serie intitolata “Musica delle sfere”.

In tale contesto cercherò di evidenziare le principali caratteristiche di questa ricerca transdisciplinare, illustrandola con citazioni dei miei progetti artistici, articoli e volumi pubblicati, nonché lezioni e conferenze sugli eventi scientifici ed artistici tenuti nel mio Paese ed all’estero. Né trascurerò gli aspetti teorici e pratici germinati dall’attività di ricercatori provenienti dai diversi campi che hanno esplorato il potenziale informativo della dimensione “sfera musicale”, siano essi dei musicisti, compositori o interpreti, matematici, teorici d’arte o filosofi della cultura, dei mistici…

Al di là della fonte inesauribile dell’ispirazione artistica, il campo di studio della geometria compositiva delle arti visive e della geometria sacra, è pertanto un territorio d’esplorazione scientifica aperta quanto mai.

D’altra parte, proverò anche ad evidenziare l’effetto generale positivo, ispiratore ed armonico delle indagini sulle strutture geometriche e simboliche della composizione, sulla coscienza immediata, ma anche metafisica di chi vi accede. Senza dare un aspetto immaginario ed ilare a questa ipotesi, gli studi psicologici moderni hanno dimostrato che le pratiche dei disegni di configurazioni visive specifiche possono influire positivamente sullo stato d’equilibrio fisiologico, emotivo e mentale di una persona. A questo proposito, mi permetto di affermare che l’intersezione e la passione con cui gli studenti hanno dedicato il loro tempo allo studio della geometria compositiva nell’arte europea durante il mio corso tenuto alla Facoltà delle Arti visive di Iași, hanno loro consentito di notare il grado di una più profonda comprensione del significato, spesso ineffabile, di una struttura geometrica e simbolica. Ancora più grande, poi, è stata la loro, e la mia gioia allorché riescono a scoprire autonomamente il “rinforzo geometrico” di un’opera d’arte che hanno ammirato da tempo.

*   Traduzione e adattamento dal francese per la rivista ZRAlt!, dell’Introduzione tratta dal mio volume Cristian Ungureanu, “Musique des sphères. La géometrie secrète de la peinture européenne, Artes, Iași, 2016.

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(1) Frasi di Gino de Dominicis, 1969-1996, raccolte da Cecilia Torrealta (Catalogo “XLVII Esposizione d’Arte Internazionale alla Biennale di Venezia. Sezione Futuro PresentePassato”, Venezia 1997, p. 145).

(2) Come nel caso del professore Jeno Bartos (vedi “Compoziția în pictură”, Ed. Polirom, Iași, 2009).

NOTA EDITORIALE

Oltre ad aderire al Movimento Internazionale della “Transdisciplinarità”, Cristian Ungureanu –  in qualità di artista – ha tenuto numerose mostre personali in cui fonde l’aspetto teoretico della sua ricerca, con la rivisitazione di molti capolavori del passato riproposti in un’inedita veste geometrizzata scaturita dalla sua interpretazione transdisciplinare, con sue specifiche opere (installazioni, quadri, sculture, video). In tale veste ha tenuto a L’Aquila, nel mese di gennaio di quest’anno, una sua mostra personale presentata nella brochure dal direttore di ZRAlt!, il critico d’arte Antonio Gasbarrini. Eccone il testo:

«La ricerca visuale transdisciplinare dell’artista romeno Cristian Ungureanu, attinge i paradigmi portanti delle sue esplorazioni ermeneutiche nei giacimenti culturali medioevali e rinascimentali (ma anche moderni). Giacimenti prevalentemente di matrice pittorica – con venature scultoree e architettoniche –- sedimentati nel corso dei secoli sia nel contesto europeo che orientale (bizantino, in particolare).

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Le frequenti, salubri intersecazioni di un sapere ed una conoscenza ricondotti ad unità (arte, scienza, filosofia, teologia), gli consentono di riproporci sotto una luce nuova questo o quel capolavoro certificato dalla Storia dell’arte. Una transdisciplinarità che gli fa coniugare nelle sue opere – con una disinvoltura fuori del comune – la materia analogica dei quadri bidimensionali, e marginalmente, delle sculture tridimensionali, con gli impalpabili eterei bit digitali. Si deve proprio a questi ultimi la possibilità di far emergere dalla notte dei tempi una rigorosa “geometria segreta” celata dagli artefici, mediante lo studio analitico del manufatto (opera) originale e la sua successiva riproposizione dipinta, con la certosina pazienza di un auratico tempo proustiano ri/trovato sulla tela cromaticamente antichizzata. Geometria esaltata, inoltre, nelle coinvolgenti animazioni video realizzate con la collaborazione di graphic designers e musicisti, in cui la non-udibile ma rappresentabile e rappresentata “Musica delle sfere celesti”, a cominciare da Pitagora e fino a Copernico, riusciva a fondere matematica, geometria, musica e protoastronomia in un’armonica essenza dai connotati divini.

Il suo avatar pittorico, però, non è un anemico, scopiazzato d’après. Piuttosto – grazie anche all’energia fisica e microfisica sprigionata da uno o più “motori visuali” presenti nell’impaginato con i cerchi, rettangoli e linee tracciate manualmente con riga e compasso sulla tatuabile pelle dell’ immagine – si tratta di un autentico embrione dell’idea e della prassi archetipale di un Raffaello, Michelangelo, Leonardo o di un Piero della Francesca; di Peter Bruegel il vecchio, Jan Vermeer, Dürer o Hieronymus Bosch; fino a reinterpretare opere più vicine alla nostra sensibilità contemporanea quali sono quelle di un Salvador Dalì de Il Sacramento dell’ ultima cena o della Leda atomica. Sconfinando in tal modo anche nella più problematica geometria iperbolica, meglio conosciuta come geometria di Bolyai-Lobachevskij

Gli strumenti visuali teoretici matematico-geometrici e simbolici messi in campo dai Maestri del più lontano passato sino a quelli a noi temporalmente più vicini – dissepolti ora dall'”archeologo” Ungureanu – spaziano dalla “mandorla” o ” vesica piscis ” che dir si voglia” (generata dall’intersezione di due cerchi aventi lo stesso raggio), alle numerose con/figurazioni di petali floreali partoriti dalla loro implementazione (i così detti “fiori dei numeri”, con il 6 equivalente a il Fiore della vita) implementazione a sua volta generatrice di una serie di poligoni regolari.

Senza trascurare poi, la “chiave di volta” di ogni dipinto che si rispetti: quel musicale fraseggio instaurato tra rettangoli e quadrati nel numero aureo Phi, corrispondente matematicamente al numero irrazionale 1,61803398…

Se la mano ferma di Cristian Ungureanu attinge direttamente all’arte maieutica di un Socrate nella rinnovata dialettica estetica passato/presente, è contestualmente il nume tutelare della concettualità, il Marcel Duchamp degli “oggetti trovati” e di quelli “rettificati”, a sovrintendere ogni sua  mossa nella riproposizione della delicata partita a scacchi intrapresa, negli ultimi decenni del Novecento, tra modernità e post-modernità.

Detto in altri termini: la sua condivisibile ricerca transdisciplinare non scade mai in un gratuito citazionismo o manierismo di facciata, sostenuta com’è da una rigorosa applicazione dei principi fondanti di un Sapere vivificato dal sale della Sapienza.

Ne è una tangibile testimonianza l’icona conduttrice di questa sua mostra personale a Palazzo Fibbioni nella “magnifica citade” della medioevale città dell’Aquila, pressoché distrutta dal terremoto del 2009.

Quello stupefacente rosone in pietra, scolpito da taumaturgiche mani portatrici, all’interno della Basilica di S. Maria di Collemaggio, della luce astrale, è riuscito, con l’animazione video realizzata ad hoc visibile su youtube – e proprio in questi giorni in cui l’eccelso monumento architettonico imploso è stato riconsegnato alla comunità aquilana, all’Europa e al mondo intero – a metamorfizzare i “Fiori del male” di baudelaireiana memoria, in platonici, ma contemporanei e profumati  “Fiori del Bello e del Buono».