SCRIPTOR LUDENS in fabula nefasta (Omaggio a Mario Lunetta)

Mario Lunetta tra “acredini d’amore” e “tutto e niente”… Una risata vi seppellirà!, odiosi Anni di Piombo anche della Letteratura…

di Plinio Perilli

«… del resto, Lévi-Strauss studia i fenomeni sociali proprio come strutture linguistiche. Qualsiasi dramma, di qualunque genere – enuncia perentorio Wahl – si può trasferire, volendo, nel problema di “parlare o tacere”. Allora, Wittgenstein ha fortuna a Parigi? Niente. Non se ne parla. Il suo nominalismo “è poco conforme all’esprit francese”. Piuttosto Roman Jakobson esercita un’influenza notevole, coi suoi misteriosi studi di linguistica orientale e occidentale compiuti dividendosi anche materialmente fra Mosca e Boston.

E Merleau-Ponty sostiene, rifacendosi a lui (e non a Wittgenstein, o ad altri linguisti inglesi o austriaci), che la dimensione propria dell’uomo è il linguaggio, e ogni fenomeno sociale va interpretato secondo il significato dei segni. Anche i problemi psicologici, se è vero che una neurosi è un’alienazione del linguaggio, centrata sul senso delle parole che non si conoscono e si dicono senza sapere: cioè l’accelerazione di inconscio a cui si ricollega anche il saggismo di Roland Barthes…» ( 1).

Ma quelli erano anche gli anni della gran voga historico-antropologica di Huizinga e della sua discettazione saggistica Homo ludens… (ricordo perfino in una scena di Love Story la richiesta, in una biblioteca universitaria, di Autunno del medioevo)… E presto, a seguire, la golosa temperie euristico-sociologica di un testo come Lector in fabula di Umberto Eco, semiologo caparbio e insieme à la page, notomizzatore delle comunicazioni di massa e delle masnade, più becere che attendibili, degli Apocalittici e integrati che ci circondano: già brioso, accanito teorizzatore, fin dal ’62, della cosiddetta Opera aperta
(Lector in fabula, ad esempio, uscì nel 1979, e recava come sottotitolo “La cooperazione interpretativa nei testi narrativi”… Lettore e autore come cooperanti… Un romanzo, ma anche un saggio o una raccolta poetica, visti in fondo come una piccola, calibrata cooperativa sociale in nuce…).

Ma a questo punto, con fertile piglio teatrale, entra in scena anche il Nostro, e la fa con un monologo sliricato, eclatante, cadenzato come un rap paleo-nichilista, vagamente prolisso e post-beckettiano, diremmo ad ampio spettro, espressivo e terapico, come certi antibiotici:

io sherpa di città che frequenta quote modeste io malandato
astronauta io facchino io scimmia decrepita mordo l’aria coi
miei denti gialli di liquerizia azzannano il nulla coi miei molari
cariati io sherpa derelitto dipinto da questa mano che scrive in
figura di demonio nominato fratello fuoco con gambe di satiro
villose e corna e ali di pipistrello (2)

Mario Lunetta, coi suoi fieri e forbiti strumenti ermeneutici, ma anche una abbondantissima, libera e libertaria vis polemica nonché densa, fumigante caratura etico-ideologica, capì subito che il modo più serio per denunciare i mali del pianeta e le falle del creato (“volli cercare il male / che tarla il mondo”, per dirla all’Eugenio Montale… “la piccola stortura / d’una leva che arresta / l’ordegno universale”), era di metterla in parodia, gettarla in tragicommedia (mimare, incarnare malessere e sarcasmo allo stesso modo, con pari insomma dignità espressiva…).

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Manganelli, del resto, scrisse Hilarotragoedia proprio nel ’64 – ma lo spirito era più avulso e asettico, da post-cardarelliano cinico che ha fede in quel che fa: diversissimo dunque da Marius, che mal celava comunque il suo accanimento non meno creativo che sociale, il proprio rancore per ogni intelletto o intellettuale che non fosse naturalmente, conseguenzialmente portato anche alla Critica Sociale, alla parabola di costume (“La Critica Sociologica” era intanto la rivista engagé d’un sociologo principe come Franco Ferrarotti)…

Nell’aria, a parte i travagli fertili dei grandi isolati della generazione di chi fu allievo, o meglio giovane interprete dell’ermetismo già verso la fine infausta del fascismo, guerra inclusa (Luzi, Sereni, lo stesso Gatto, Caproni, Bertolucci), e poi dei talenti che esordirono nel dopoguerra, emancipandosi tra neorealismo e  sperimentalismo, stili e stilemi, annosi, dogliosi (Pasolini, ma anche un suo perfetto opposto come Calvino)… nell’aria ancora non calavano,  non si disperdevano i fumi della battaglia e dei moti novissimi (Sanguineti, Porta, Balestrini, Pagliarani, Giuliani), poi le gesta iraconde e anche accidiose del c.d. Gruppo ’63

Erano insomma gli anni volitivi e caparbi in celia del giovane Arbasino di Fratelli d’Italia, ma anche di Germano Lombardi e Francesco Leonetti (Il malpensante, uscì nel 1960; Conoscenza per errore nel ’61), Giorgio Manganelli e Renato Barilli, riviste come “Malebolge”, “Quindici”, e naturalmente “il verri”, àuspice un vecchio critico illuminato come Luciano Anceschi…

Le prove “giovanili” di Mario Lunetta (Roma, 1934 – 2017) furono intrise d’irruenti ma allusivi bombardamenti pirotecnico-lessicali (oh, non più d’Adrianopoli!), dunque ben più surrealisti che biechi e dinamici, da futurismo attardato!… E in più, avvelenati, intossicati dai rischi in atto di pigro, mellifluo revisionismo, o peggio strategie del ragno (abili e in qualche modo borgesiane, cioè colte e fantasiose) dell’eterna, orrida Reazione; temprati, guidati dalla coscienza, diligentemente provvida e gramsciana, del rapporto invece inestinguibile tra Letteratura e Società; inorgoglite e animate dall’urgenza e istanza sociale, epocale… Ma senza più illusioni né forse delusioni – solo mozioni, coazioni…

Basterebbero i primi suoi titoli (anti)lirici, per dar conto di quest’accanimento e smagamento insieme, ilarità e acredine, impegno/disimpegno in ossimorica fatalità… Tredici falchi, 1970; Lo stuzzicadenti di Jarry, 1972; Chez Giacometti, 1979; Convenevoli d’uso (1980, con Luigi Fontanella); Lunario Totemico (1981, con Gianni Toti)… Mutatis mutandis, tanti decenni dopo, ecco tornare un po’ quel sano spirito incendiario, ma autoironico, che fu del giovane Palazzeschi, con la voglia insieme di denunciare e divertirsi, denunciare e inocularsi il fausto vaccino del Controdolore

Fu comunque surreale, la sua Musa – che era anche, al contempo, antidoto e via di fuga, positura elegante e gesto bellico trafelato, coraggioso diniego, anzitutto contro l’establishment, che è sempre perfido e indegno, si capisce… Lo ricorda bene un altro critico accanito e investigante (a tratti, compagno di strada) come Stefano Lanuzza, citando un suo significativo testo-pretesto del 1985: «… il “cadavere surrealista” è, in Cadavre exquis (Carte segrete-Rossi & Spera, 1985), di Mario Lunetta, il nume tutelare del poeta  nonché lo scheletro nell’armadio di una società della poesia che in Italia si va sempre più attestando su un monocorde recitativo di prefiche dell’Io celebrante, rifugiato tra “scuole” e misere caste (al contrario, Lunetta, nemico degli oppressori della poesia e innamorato d’un surrealismo come gnoseologia della seduzione ma anche dell’annientamento del significato, propone una lingua senza nessi programmatici con scuole o caste, tutta ad uso – a valore d’uso – intralinguistico e interlinguistico: lingua-chiave d’una poesia come ironia e tragico paradosso, inesausto pensiero poetante, gioco d’una raffinata letterarietà intessuta col movimento – il divenire – dell’essere nella storia» (3).

********

Lottava dunque così, a parole, Lunetta, coi fatti della scrittura, contro I ratti d’Europa (romanzo tra i più belli e caparbi di quegli anni, e uscì nel ’77, anno di piombo par excellence: una parabola neo-camusiana forse ancora attuale, inquietante come ogni eterna o ricorrente epidemia epocale, id est ancestrale)… In salsa piccante, però, d’inesorabile indagine autoironica – denunciatario lavacro dei mala tempora, in perenne bilico tra violenza e ironia.

E lo dichiarò, confessò a chiare lettere. Per esempio in quella deliziosa, impertinente e onesta dichiarazione d’esistenza in vita, che fu e resta la sua “voce” enciclopedica, periziata e redatta da sé medesimo, ma sarcasticamente, appunto, in terza persona: «Analoghe ragioni hanno nel suo lavoro e nella sua ottica le decise preferenze per il “comico” e per i linguagi “bassi”, eterodossi, stravaganti: tutti elementi che derivano dalle sue remote (e mai rinnegate) simpatie/empatie per dada e per il surrealismo. Violenza e ironia sono i vettori che attraversano i suoi testi in prosa e in versi: una violenza e un’ironia che non di rado frequentano le corde del Grand Guignol straniato e del sarcasmo sprezzante. Ritiene che il “comico” (preferibilmente nella sua versione “assurda”) sia la forma più plausibile del tragico contemporaneo» (4).

Beh, in fondo LA FANTASIA DISTRUGGERÀ IL POTERE E UNA RISATA VI SEPPELLIRÀ fu, per esteso, il grande motto e credo del Maggio Francese (A.D. 1968)… Minaccia e auspicio insieme, urlato a coro con ironica ferocia, così come l’avevano sempre cantato, e con rabbia e dolore sghignazzato – in primis alle forze dell’ordine! – tutti gli anarchici, fieri e inveterati, dell’800 e dei primi del ‘900, Bakunin in testa…
L’IMMAGINAZIONE AL POTERE… E divenne infatti quasi una categoria filosofica, nonché anche il motto del Movimento del ’77, italico e polemico erede, appunto, del ’68…

l’opposizione disse
più nulla disse si salva dall’artificio
oramai non è possibile neppure della buona pornografia
alle pareti nature morte terribilmente commerciali
ovviamente non le degnò di uno sguardo
gnòthi sautòn disse cornucopia di saggezza
questa è l’unica massima definitiva
l’opposizione al massimo può costituire argomento
per tesi di laurea
disse
tut-ench-amun (5)

Quanto ha scritto, descritto, prescritto, riso deriso e irriso, il nostro Mario! Di operina in opera cercava insieme la variazione sul tema e l’exemplum buffo, il libro spasmodico – il libro di niente per il tutto, il libro stupido che consacra l’unica intelligenza possibile, ormai combinatoria e sarcastica… (Insomma, Bouvard et Pécuchet… Che è il sogno e il delta, l’approdo in fondo gnoseologico/espressivo del grande Flaubert, tutta la vita in lotta per la parola giusta, le mot juste…).

Un’operina che via via ho sempre più elogiato, è ad esempio l’Autoritratto con acrostici (Empirìa, 1987). Non tanto e non solo per la capacità di riassumere in perfetto gioco d’acrostico le poetiche e il vissuto e tutti i vasti microuniversi degli amici lì convocati (da Bettini a Cacciatore, da Fontana a Fontanella, da Giuliani a Lanuzza, da Leonetti a Memmo, da Luperini a Muzzioli, dalla Niccolai a Pignotti, da Riviello a Sanguineti ecc.), ma proprio il gusto di mettersi al centro del gioco, con una capacità severamente ludica, e mille inespresse o allusive risorse d’autoanalisi davvero encomiabili:

M ulo murato in orizzonte vuoto,
A ratro che smascella nera terra,
R uminante che mangia fior di loto
I nesorabilmente con sé in guerra,
O dio, o meglio disprezzo le occasioni
L ecite a tutti, e becco le mie quaglie
U niche, tanto simili ai pavoni.
N on scaldo al sole le mie vecchie scaglie
E retiche ed elettriche e bruciate:
T ratto questa mia pelle di serpente
T orrido con il ghiaccio e le mielate
A credini d’amore: tutto e niente (6).

Certe rime incredibili, ardue e sarcastiche ma proprio per beffa gnomica (“vuoto”/”loto”), taluni passaggi formalistico/sapienziali ma in diniego, diremmo in opposizione perfino del pur nobile consenso ufficiale (“O dio, o meglio disprezzo le occasioni”, gioca insieme, geniale intuizione, l’odio e l’o dio… E insieme rinnega il più bel libro forse di Montale, Le occasioni, proprio perché oramai incorniciavano anche “il male di vivere” (che fu esatta, sacrosanta istanza e prognosi del ‘900 ancor giovane) in formalistico, attempato afflato d’eleganza esistenziale, dunque manierismo esistenzialistico)… “Non recidere, forbice, quel volto”… Ahiahiahi, poffarbacco!
Laddove i tre aggettivi tre che invece definiscono e raccontano le “vecchie scaglie” della sua identità, sono davvero sintesi d’avanguardia e sregolamento dei sensi, nonchè deriva lucida e insieme pasionaria dell’anima/intelletto (ed anche un calcio in culo ai controestetismi da alcova elettrica o agli spasmi erranti/erotici/eretici d’ogni inossidabile futurismo cronico): Eretiche ed elettriche e bruciate
Con tutto il suo intrigante, inesausto gioco d’ossimori: ghiaccio torrido, mielate acredini, tutto e niente… Che è al contempo il comun denominatore, il barometro e il sestante, insomma la bruniana “coincidentia oppositorum” con cui misurare lo smisurato tracollo, l’inesauribile smottamento della società e/o della letteratura attuale (ma non attualistica!)…

Ed eccolo, altresì, lo scenario epocale, il drammatico (e stolto) background, insomma la consueta, già rubricata ed ultra-eliotiana terra desolata con cui dobbiamo fare i conti: un “orizzonte vuoto”, un “ruminante che mangia fior di loto” (agudeza contro la voga dell’Oriente facile, diciamo pure dello zen consumistico?…), quaglie “simili ai pavoni”… “Dal momento che lo sguardo lunettiano” – Mario amava sprezzare, aggettivare di se stesso – “è sempre sguincio, o strabico”…

Per non dire poi di certi suoi gustosi e sapienti, memorabili sodalizi d’artisti, sovrapposizioni o giustapposizioni in progress

Morsure, ad esempio, fu un suo fragrante, indimenticabile “passo doppio” fra la propria forbita, non meno ironica e affettuosa che affilata penna lirico-critica, ed i pittori, gli scultori che più gli erano vicini; anzi ancor più: impennatamente, fraternamente congeniali… Ugo Attardi, Bruno Conte, Domenico Colantoni… Penso alle due terzine finali del sonetto per Piero Guccione:

Dov’è mai la frattura? sopra il filo
meridiano del mare? dietro il vetro
della volkswagen? nella stanza inquieta?
Ciò che domina è il vuoto: il nostro Nilo
è secco, ed il pastello accenna al retro
di un foglio in cui l’origine è la meta (7).

Fu dunque, a suo modo un perfetto sinesteta, Mario Lunetta. Studioso di Svevo e del Surrealismo, certo; ma anche ottimo critico d’arte, e soprattutto agilissimo nelle partite doppie, negli incroci comparatistici, nelle “convergenze parallele” (no, non dei progetti politici di Moro e dei suoi ventilati compromessi storici DC/PCI!: bruciati come capri espiatori, agnelli sacrificali nazional-popolari in quel 1978 – quarant’anni fa – che fu il reale vertice, il sommo vortice anzi, dei c.d. Anni di Piombo).
Mario li raccontò tutti, quegli anni di piombo anche della Letteratura – e lo fece con verve, con un’ironia più macabra che salvifica, un accidioso senso dell’Assurdo che retrocedeva (altro che il Nuovo che Avanza!)

Dimenticare tuttavia – bada ben, l’epochè si libra
digià sul tuo tenero capo
i formulari
la duttilità servizievole degli slogans. È facile lasciarsi irretire
restare stolti con la bocca aperta su nenie appassite
e il mondo ha voltato l’angolo e la catastrofe ha mutato maschera
ogni giorno Cristo entra in Bruxelles
l’applauso della folla è controchiarezza
la folla solitaria è eterodiretta
marcia urlando verso la propria fine senza fini
Dimenticare
Dimenticare ricordando                 Trafiggere
l’ombelico della propria pigrizia                        Bruciare
in un autodafè ben più che simbolico (8)

Ma ancora. Nel 1991, data anch’essa centrale, esce da Book Editore un libro, diremmo una pièce romanzata (o meglio, romanzevole) su Coca-Cola di Rienzo Story, delizioso tributo epocal-umoristico (mutatis mutandis, quasi i suoi neo-ultra-leopardiani Paralipomeni della Batracomiomachia – il “poemetto satirico e zooepico” del geniale, arcigno vate di Recanati…), che esplica ed esplicita poi nel sottotitolo una sorta di sua corroborante dichiarazione di poetica: “Morte violenta e comica dell’Umanesimo arcaico e contemporaneo”…

Violenta e comica. Così tutta o quasi la sua poesia, il suo approccio al reale, a una Realtà per l’appunto comica e nefasta, tragica e risibile, che un vero Scriptor Ludens (o Lector in fabula – cfr. L’eco di Umberto Eco!), deve appunto ingerire, digerire, mitridatizzarsi venefica e sarcastica allo stesso modo…

Difficile davvero non trovare oggi, rileggendo il tutto – riassaggiando la pozione letteraria, la bibita espressiva circa trent’anni dopo – una capacità di predizione o profezia post-moderna davvero strepitosa, nel racconto visionario e concreto di questa Roma (quella rintracciabile magari sul “Messaggero” d’ogni quotidiano fine marzo 2018, ai tempi della pentastellata giunta Raggi, per intenderci!) che, ahinoi, resta vigorosamente e maldestramente la nostra, oramai inamabile e indifendibile, in lungo e in largo, buca su buca, sampietrini compresi, come forse l’Italia tutta…

Roma affranta e obesa di fast-food; sua satrapìa
e casino, sua lussuria di arcaiche glorie di cartapesta:
Sons et Lumières. Scorazzandola lui tutta, per largo
e lungo, quasi rivoltandola a guanto, in un fluviale mare
cocacolare: e il Tevere, lì, guercio, marcito
come una carogna, di un verde oliva senza luce, denso
più che vernice, assisteva allo scialo, s’imbeveva
di Coca-cola, s’imputiva a morire… (9)

********

Gli ultimi testi, insomma l’exit plumbeo e cinereo di un inesauribile, ridanciano e terribile “poema da compiere” (La forma dell’Italia, 2009; Formamentis, 2009; Magnificat, 2013…), non fanno che proseguire e oltretutto accelerare quest’assunto… Si legga solo l’incipit urticante del “Capitolato Alfa”:

Cruciverba trucimerda – cui si può aggiungere volendo
o non volendo qualsiasi cosa avanzo residuato
briciola muffita (anche, certo,
a costo di esagerare)
non escluso per dire il fiore azzurro
della cicoria il giallo fiore trasparente del cappero e magari
– che so – una scheggia di guscio di lumaca una metafora
di Góngora pescata in un acquitrinio una risaia
(o una risata per non piangere: facendosi convinti
che en tout cas questo e nient’altro
è il maledetto gioco della vita: nome
in gran parte contraffatto e usurpato,
vecchia storia) (10).

Del resto Mario aveva tutto perfettamente chiaro già nel 1981, quando vergava il saggio di prefazione all’antologia, a sua cura, Poesia italiana oggi, Newton Compton Editori), tutta in fondo incentrata su…

«… La questione del Soggetto moderno come entità ormai irrimediabilmente divisa, frantumata, disseminata, e in certo senso invisibile, che lascia tracce della propria “fine” e “scomparsa” soltanto in una scrittura straniata e radicalmente paradossale, si risolve oggi sempre più spesso nella pratica di tanti piccoli oracoli in adorazione del proprio privato e del proprio vissuto miracolosamente ricomposti e glorificati in virtù della semplice emissione del “canto”. L’ironia è assente. L’autoderisione del proprio feticcio interiore idem. …».

Valga e resti allora la sua energia, la sua caustica e travolgente ironia etica – quel non prendersi troppo sul serio che era invece adempimento profondo, e credo laico s’intende, ma inossidabile, inderogabile usque ad mortem

Quel chiudere ogni dedica dei suoi libri, agli amici fidati, col “logo”, col segno di una piccola luna, appunto una lunetta, ma non meno preziosa e attenta, caustica e dolce della grande luna leopardiana cui si rivolge, idealmente e in concreto, ogni sogno o cadavre exquis, ogni “attimo fuggente” di qualsivoglia poeta estinto, anzi no: inestinguibile…

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.

Potrebbe giustamente diventare una scenetta metà reale, accaduta, metà arzigogolata e sceneggiata in seno al celebre ineffabile menage erotico-psicotico, sublime e omeopatico, tra Chopin e George Sand:

Chopin scelse il pianoforte o meglio lo subì come ultima chance
a causa di una costipazione
(almeno così pare)
la nevrotica George rimase a letto ascoltava dei dischi
dei Rolling-Stones
c’erano ceneri di pirite e fanghi e camere di piombo
e anche la luna e altri sconsiderati ammennicoli
perdutamente sentimentali
che sconquassano a tutt’oggi molti equilibri psicofisici (11)

Con questo notturno di piano-forte e forte-piano, lasciamo Marius – straniato e paradossale – nel suo empìreo arioso e strenuamente materialistico (come infatti amava, esigeva fosse sempre il suo dettato, la sua scrittura), certi di poterlo ritrovare con gioia e ardimento… ad una prossima occasione, solo riaprendo un attimo le sue pagine, la sua opera aperta che infatti mai volle chiudersi, forse perché potesse continuare anche nelle nostre letture storture morsure jatture, amori e dissipazioni, arsioni, allegorie e derisioni…

O come si dice a Roma?
Come avrebbe catechizzato finanche il Belli?
Mecojoni!

(1) Alberto Arbasino, “Nouveau, nouvelle” in Parigi o cara, 1960 – 1995.
(2) Mario Lunetta (a cura di), Verso Roma Roma in versi, Lucarini, 1986.
(3) Stefano Lanuzza, Lo sparviero sul pugno, Guida ai poeti italiani degli anni ottanta, Spirali, 1987.
(4) Felice Piemontese  (a cura di), Autodizionario degli scrittori italiani, Leonardo, 1989.
(5)  Mario Lunetta, Lo stuzzicadenti di Jarry, Lacaita, 1972.
(6)  ID., Autoritratto con acrostici, Empiria, 1987.
(7) ID., Morsure, Florida, 1982.
(8) ID., Lo stuzzicadenti di Jarry, Lacaita, 1972.
(9) ID., Coca-Cola di Rienzo Story, Book Editore, 1991.
(10) ID., Magnificat – Poema da compiere, todavía, Edizioni Tracce, 2013.
(11) ID., “Niagara”, in Poesia italiana di oggi, op. cit.

NOTA REDAZIONALE

L’Omaggio testuale di ZRAlt! a Mario Lunetta prosegue con il contributo poetico di Gianni Fontana e Anna Maria Giancarli, oltre ad una testimonianza di Antonio Gasbarrini che include anche la poesia Pneumatica di Mario.

DISFUNZIONALE (per Mario Lunetta)
di Gianni Fontana

disinvoltamente a volte ma più spesso come scolte attente al flusso delle contraddizioni
le parole mario marcano le gole dell’inferno delle semplificazioni
quelle che incollano sul medesimo plafond strafottuto dei giochi di mercato
numeri d’esistenze codificate in strisce magnetiche tipo social card
ma di dettagli burocratici muoiono grumi tassonomici di disperazioni in salsa

ricuciono allora le parole mario oggetti trasfigurati nelle lucidità dell’invettiva
quando minacciose le figure specchiate nell’ingannevole tragitto di particule virali
sfidano tragiche sicurezze di silenzi su bordi di cosmici sobborghi da orrore di qualificazione
inchiodati con determinazione nei tuoi versi mario ricercati squassando inganni a sistema
ché sulle trame scoperte schizza sarcasmo contro lo spettacolo diffuso dei balordi

da profezie di benessere a consumo si guardano scaltre le parole mario
quando lo sfruttamento affonda si sa i burchielli stracarichi di cenci
che traghettano fuori tempo profili menci d’afflizione
il peso ricatta e ingobba le dorsali e corruga fronti e smoscia genitali
contro modelli di vita in chromacolor tirati in plastiche e dentiere ipermiliardarie

quando fardelli vibranti e spasmodìe generali di tubi intestinali
snervano derelitti è tuo il coraggio della lingua prensile
che ricaccia per turbini civili di parole mario arie corrotte e batte e sfotte di testa a smacco
e sbatte tratta la testa a scacco mario eretta nella posizione detta a regola d’arte
ma con lunatica cadenza gestuale e serena coerenza nella contraddanza dello sfottò

lo sguardo mobile sulla voce dei padroni a scontro su balordi e gaglioffi senza sconto
la muscolatura del verso mostrata per determinazione in contrattacco a punto unta di forza
lo scheletro mai fiacco il vaglio del sabotatore a sconcerto che squarcia le gabbie degli esposti
se i nomi degli errori increspano le carte a caccia di pregnanze su lingue mario avanzi
ché dissonanza sospende luoghi di balocchi usando radiografie di sensi di senso in senso

se discordanza scompagina stereometrie ingannevoli per scialo di cervella in sella a cuori aperti
mai sfide rimescolanti strami differenziati ma straniante cinismo di parole mario
ché i simulacri di filosofie che si dicono assolte strizzano sfinteri in corolle di gelsomino
trafitte le visuali della storia contro l’anestesia in degrado di anamorfiche bugie
ben aguzzate da sguardo catafratto a schifo delle dignità che mollano

intuite le frontiere sghembe in un sol ghigno assestato a dovere
contro rabberciate onnipotenze in grazia di esorcismi mario le parole
nel disfacimento di questioni aperte a scartamenti ridotti e a meraviglie fittizie
di questo mondo mario strafottuto di globalità anabolizzanti e di verbi falsi
dove battaglie di veleni in misure mitoplastiche per stremate mani ammorbano

spinte a discarica da disastri elementari sagome vuote saggiano sarchiature del sarcasmo
le merci per indecorosi sbandi di arroganti ciechi invadono campi neutrali financo
intasano le macchine delle ragioni preconfezionate di balordaggini in messaggi telematici
e scansano macule a pelle e sollevano a sfondo attese da mercato spettacolante
fortuna che si muove la lingua mario la tua la lingua che s’oppone all’egemonia dell’idiozia

 

L’IMMORTALE SOTTOSCRITTO *
di Anna Maria Giancarli

… con effetto boomerang
su una bancarella romana di libri usati
nel lontano 1976
approda tra le mie mani “Lo stuzzicad(m)enti di Jarry”
di Mario Lunetta, poeta di luna, anche disfatta, todavía
di leopardiana memoria

talpa testarda-generosa nell’incessante ricerca di senso
nei labirinti del lógos e dell’esistenza

fiume in piena, sorgente incontenibile di parole violette, rocciose,
dal peso specifico ribelle
di pensieri irriducibili sempre contro
gli impresentabili presenti del suo vissuto

un testo, un test e il fruscio della sua lingua
dalle sonorità decise / dall’impianto moralmente consapevole /
del suo “modus loquendi et vivendi” s’innesta tra noi
radicale
assieme alle materiali utopie condivise e le illusioni
d’un futuro meno sconcio e feroce
sempre / todavía / incastrate nella coscienza di perdite a catena
d’un domani stravecchio / dello sbiadimento del “rosso”
appena riscaldate dall’ironia vitale
eco laboriosa delle voci di Lukács, Marx, Wittgenstein,
Benjamin, Bruno e degli innumerevoli suoi/miei compagni
di pensiero e di creatività

in questo luglio afoso, in una Roma degradata/volgare
sei scivolato nell’ombelico delle galassie
tra miliardi di incognite
forse (?) per plasmare la lingua allegorica
del silenzio
libero / ormai / in questo antiestetico mese di luglio /
dalla malvagità in cui siamo immersi
dalla sporca ipocrisia che fa da collante sociale
dalla misera violazione d’ogni principio etico
dalla mediocrità al potere

si sa che l’ultima pagina non conclude mai
una storia (i pensieri dilagano e ne calamitano altri)

ma, la materia / in infinita espansione / come te /
è immortale / todavía

está bien / elefante come elefante / riprendi a barrire
come non è mai accaduto in vita
lasciando “in rebus” orme / tracce / scie / testi/monianze
in me / in noi
lunettiana/mente

L’Aquila, 30 luglio 2017

* Così si autodefinisce, con lucido sarcasmo, Mario Lunetta nel “Canzoniere della scomparsa” (Robin edizioni, Roma 2014).

A MARIO LUNETTA PER IL SUO OTTANTESIMO COMPLEANNO
di Anna Maria Giancarli

luna l’una imago dell’altra lunetta
a sfera rotolante in pensiero sommersa
fragorosa emersa un giorno alla vita
a cantare tempi e anni di storia
lunetta di carisma / d’affetti generosa
di me viandante lumeggiasti la via
in forma di cometa / lunetta di talento
in scena tra gli umani / sovversiva melodia
concerto di parole declinate in versi
in suoni nei registri più diversi.
Lunetta persistente lotta con le spine
ma coglie al volo il rosso ardente d’una rosa.

L’Aquila, 24.11.2014

 

UNA TESTIMONIANZA
di Antonio Gasbarrini

Mario Lunetta era un amico dell’Angelus Novus. Nel suo spazio culturale aveva tra l’altro curato, nel 1998, una mostra del pittore Domenico Colantoni dedicata al Chè, con un contestuale reading di sue poesie. Inoltre aveva partecipato in prima persona alla riuscita, sempre nello stesso anno, dell’evento interdisciplinare Verde Utopia – L’isola che c’è a Notaresco nel teramano dove, dal 2 al 15 settembre, sotto il comun denominatore de La genesi delle forme d’arte contemporanea (Simposio di scultura ed i Laboratori di poesia, musica e fotografia) ben 16 partecipanti hanno dato vita ad un originale esperimento interdisciplinare.

Mi aveva scritto Mario Lunetta, qualche giorno prima di sbarcare all’Isola di Verde Utopia: «Sarà pure un indigesto paradosso: ma la poesia, per vivere, deve uccidere se stessa. Nel senso che non può non lavorare alla distruzione del proprio statuto convenzionale – quello insomma che, secondo communis  opinio, le assegna un ruolo eminentemente consolatorio, servizievole, in qualche modo ospedaliero. Quasi con un preannuncio di accenti espressionistici, Leopardi dice che la poesia “ci accresce la vitalità” (Zib., 4450, 1 febbraio 1829), riconoscendole quindi una capacità di choc, un potere di cortocircuito rilevante: e avvertendola perciò come una forma materica, un organismo internamente dotato di energia dinamica. La poesia, così, è un fare. Un lavoro, diremmo oggi, con termine più prosaico e, se si vuole, industriale dal momento che l’epoca d’oro dell’artigianato è defunta. Ed è un lavoro non irresponsabile né innocente, perché – essendo la poesia un lavoro che si fa discorso – non può che riflettere intere sia la personalità dell’autore che le sue idee sul mondo. Alle corte: linguaggio e ideologia.

Linguaggio in quanto ideologia. Un rapporto strettissimo che si dichiara ogni volta in modi infinitamente vari, a seconda della personalità e dello stile di chi poeticamente lo realizza; ma che solo una Weltanschauung spirirualistico-idealistica continua a negare, contro ogni evidenza. Il materialista Leopardi, naturalmente, ne riderebbe, ancora una volta. Noi che non finiamo di trarre frutto dalla sua enorme lezione, cerchiamo nella poesia un campo di tensioni antagonistiche alla decoscenzializzazione diffusa. Le diamo, ancora, il nome di ricerca d’avanguardia, nella convinzione che non si possa – oggi – dare avanguardia artistica il cui sperimentare non sia attraversato da una carica di negazione radicale dell’esistente. E l’esistente, com’è noto, si presenta, ed agisce  mondialmente (e in tutte le manifestazioni materiali e spirituali) come mercato e asservimento. Un poeta che non tenga conto di questo è – anche quando si professi uno sperimentatore – un arcade sciocco, o un opportunista connivente. E il linguaggio, anche in questi casi, non perdona. Il resto, come diceva il magnifico Scuotilancia calvo e senza identità, is silence»Nel mio testo in catalogo facevo seguire, alle caustiche valutazioni critiche di Lunetta su un certo modo di concepire e “fare” poesia, queste annotazioni: «E proprio la riscoperta della coesistenza pacifica dei diversi linguaggi (scultura, poesia, musica, fotografia) “parlati” pressoché sincronicamente (anche “gomito a gomito”) nell’Isola di Verde Utopia ad aver tracciato la linea di demarcazione tra la similarte del 99,9% della produzione estetica contemporanea – troppo spesso imposta e distribuita, dal potente apparato finanziario capitalistico delle multinazionali, con il marchio di garanzia “avanguardista”– e lo 0l%·dell’Arte degna di tal nome. Ma il delitto, ogni delitto, anche se impunito, non è mai perfetto (Baudrillard). Basta collegare la vittima sacrificale (la pseudo-poesia dei non poeti) alle tracce dì veleno lasciate dai sacerdoti-assassini (i poeti di Verde Utopia) tra le pieghe (la forma) della lingua».

Di conseguenza rilevavo le modalità con cui i 5 poeti partecipanti al Laboratorio di poesia (Mariano Baino l Anna Maria Giancarli l Mario Lunetta l Giuliano Mesa l Antonella Zagaroli) avessero avvelenato i non-poeti con i versi scritti ad hoc nell’Isola di Verde Utopia.

Sulla poesia del terzo assassino, Mario Lunetta, annotavo: «Suadente come una sirena, ma terribile e perversa come una gorgone, la scrittura a più registri di Mario Lunetta colpisce a distanza, con un particolare accanimento nei confronti delle ipocrisie ed imbecillità di matrice post-borghese di cui è intessuta la cultura italiana specchiata quasi tutta “al provinciale”. Caustica e parodistica, ma ofidica nei guizzi dei getti di veleno letali, la poesia éngagée (sono forse tornati gli agguerriti tempi sartriani?), a tratti civile di Mario Lunetta, si pone come cattiva coscienza della mancata rivoluzione rimbaudiana. Perciò nessun pietismo per gli uccisi. La loro fine, più che meritata, slarga spazi, favorendo così il ricambio di una specie (quella dei poeti che vanno per la maggiore) in vertiginosa estinzione».

Ed ecco gli ingredienti venefici del poeta romano tratti dal vissuto, in prima persona, nel Simposio di scultura: « [Per Antonio Gasbarrini, Anna Maria Giancarli, gli scultori e i musicisti e i fotografi che hanno fatto vivere Verde Utopia, nell’’lsola che c’è!]

Pneumatica
di Mario Lunetta

La pietra – come vedi nella tua cecità – contiene
il suo mazzuolo, il suo scapezzatore, la sua gradina,
la sua subbia, il suo flex con disco diamantato:
il suo fato, insomma, che si chiama martello
ad aria compressa, e ancora scalpellatore, smerigliatrice
con mole – e altro che non si dice (e viene dimenticato
di notte nel suo ventre arroventato, con tutti
gli eccetera possibili). Inverosimilmente.

Li contiene. Li espelle, mentre partorisce la sua polvere
che fuma contro i corpi e le piante, in un frastuono
di guerra aerea. (E la mente si aggriccia, non meno
della  pelle).
La pietra che s’è arenata in chissà quale bacino
dì terre vive o di maree defunte, o di barene, non pretende
di articolare parola né presume (per iattanza) di risarcire
le sue perdite materiali e di immagine,
oceaniche e d’ombra.
Così, come non puoi non vedere, la pietra
si modifica sul filo di una logica
ch’è (anche) sua; e incespica, e fugge. Il flexibile
la sbrana. Il succhiello le dà occhi di desiderio, inquieti,
viscerali. Là sopra il cielo ne assorbe le cadenze,
ne ingoia  il fasciame superfluo:
e lo ributta in nuvole.

Il mondo è ormai completamente pneumatico,
seccamente digitale. C’è una verticalità sonnolenta.
Un residuo di furia: che adesso, nei detriti, si fa
espansa densità, marcia amara della forma
le cui sonorità sono una lingua conquistata, ossia
un bagno di sangue – anche qui, dico, in questo
luogo di quiete in transito (e di lavoro
fermentato: ai limiti di una tenue caduta
di luce, che preme sull’avambraccio insieme
alla corsa paralitica del grillo, il quale
ha certamente pulsioni suicide, poi schizza via
come in un tuffo). (Tutto probabile, eppure
impossibile: come vedi nel tuo buio accecante).

Gorgoglio di elaborazioni computerizzate (perfino
sadomaso), che risponde al gesto ampio
della campagna cotta e – in fondo –
vi si disseta. Persone sedute. Simulacri addormentati.
La pantera si aggira lentamente, parlando
con dolcezza, nei rumori: in questi rumori
lievemente umani che sanno tanto di grimaldello: o
di volo d’uccello inseguito. Tremendo, un istante
prima della caduta.

Allora l’ambiguità ha ceduto sotto i colpi,
incolpevole. Mentre qualcuno l’aveva
pensata glomerulizzata di concretezze, aspre, di malizie
corazzate, di suono. Ha ceduto.  E’ caduta rialzandosi: il muro
del vento s’è raggelato in paralisi. Sappiatevi
dimenticare, petrose mani tormentatrici, mentre
date profilo d’utopia agli scogli impazienti, mai
definitivi. Qui, nell’isola ben pensata
da malpensanti intelligenti, si vive di morte mazzolata
e di ferocia gentile. Le tenaglie sono lievi
segmenti di leggerezza. i pugni stringono
il segno più eccentrico: bestialità della carne bianca,
compattezza  rocciosa. E la montagna vola, quindi
si accascia come inabissandosi
sono terrazze marine.

Chi mi parla all’orecchio mi porta un rombo
portentoso nel verde del mattino che trema
e si sgretola. L’ambiguità è caduta sotto i colpi
e lo stridore, che si afferma
in musica autoritaria, anima sorda e necessaria
del tempo e del tempio. Rincrudire e ricuocere
tutti  gli elementi ingredientati
che schizzano qui, nell’officina
afasica strepitosa delle lingue
materiali e mentali, delle ferite e dei sintagmi.
(Con incessanti, cave folgorazioni metamorfiche:
in silenzio o in gazzarra  idem). Tornare
sulla graticola, di nuovo. Distendervisi per un altro
esercizio al frigidaire. Stipando in freezer
il pacchetto delle viscere, guardando
attraverso i piccoli occhiali l’universo che si forma,
si deforma, scompare. Guaendo come cani. Ridendo, nell’isola
sincopata che si sgrava di isolotti di pietra,
di pesci parlanti, di accensioni candide, che più liquide
non potrebbero essere, contro la natura
e  in suo favore. Per tenebras. Pour espoir».