LA COMUNICAZIONE MASSMEDIATICA E L’EMERGENZA: IL CASO 6 APRILE

Nel caso del sisma dell’Aquila, le colpevoli insipienze e inadeguatezze della classe dirigente nel suo complesso (dalla Commissione Grandi Rischi all’amministrazione regionale e comunale) hanno determinato danni a catena all’ingranaggio della comunicazione

di Angelo De Nicola

«C’è ancora qualcuno vivo all’Aquila». È il testo, nella sua sconvolgente drammaticità, del primo “cinguettio” lanciato appena qualche minuto dopo la scossa delle 3.32 che, la notte del 6 aprile del 2009, ha sconvolto L’Aquila. Nell’era della comunicazione, appare scontato che Twitter abbia battuto sul tempo tutti gli altri mezzi d’informazione dando, per primo, la notizia di un terremoto che, fin da subito, è apparso come un big one.

Nell’era della comunicazione, appunto. Su questo fronte, nel caso del sisma dell’Aquila è stato un fallimento, o quasi. Sotto l’aspetto della comunicazione è stato sbagliato tutto prima (fase della prevenzione- sciame sismico), durante (fase dell’emergenza) e, finora, anche nel post sisma (fase della ricostruzione) facendo dell’Aquila un caso di scuola sì, ma di cosa non bisogna fare. Queste pagine vogliono contribuire a fornire un’analisi delle tre fasi. Ma, facendo tesoro degli errori commessi, cercare anche di dimostrare che si può trasformare un disastro in un’opportunità a patto che sia gestita a dovere la comunicazione.

1. La fase del pre-sisma

L’allarme ai primi del giugno 2012, poi rivelatosi un “falso allarme”, lanciato in Emilia dopo le forti scosse di fine maggio, ha dimostrato che il “caso L’Aquila” è passato invano.

Dai resoconti giornalistici (qn.quotidiano.net, 2012), emerge che l’8 giugno 2012 la Commissione Grandi Rischi-Settore Rischio Sismico, in un comunicato diffuso da Palazzo Chigi dopo il report del governo sulla situazione in Emilia, scrive:

«Nel caso di una ripresa dell’attività sismica nell’area già interessata dalla sequenza sismica in corso, è significativa la probabilità che si attivi il segmento compreso tra Finale Emilia e Ferrara con eventi paragonabili ai maggiori eventi registrati nella sequenza».

Sempre nello stesso comunicato, la Commissione segnalava che «non si esclude l’eventualità che, pur con minore probabilità, l’attività sismica si estenda in aree limitrofe a quella già attivata sino ad ora» (ibidem).

Gli amministratori locali insorgono: «Così si crea solo panico» (ibidem). Alla comunicazione della Commissione Grandi Rischi, che ha paventato nuove scosse, e forti, tra Finale Emilia e Ferrara, sostanzialmente il pensiero prevalente è che una simile modalità aggiunga soltanto del panico a una popolazione che è già psicologicamente molto provata e che da giorni sta facendo i conti con il sisma. Gli amministratori si chiedono quale sarà la reazione di quelli che vivono tra Finale e Ferrara, la zona cerchiata di rosso dalla Commissione. Si precipiteranno a dormire in tenda? Anche perché si parla di eventuali scosse paragonabili a quelle più forti che ci sono già state dal 20 maggio in poi: dunque, in via ipotetica, fino alla magnitudo 6 già registrata il 20 maggio.

I sospetti si appuntano sulla Commissione, nella bufera giudiziaria per il terremoto dell’Aquila, con l’accusa di aver dato false rassicurazioni e di aver fatto analisi superficiali. «Che abbiano voluto mettere le mani avanti? ha detto un amministratore che ha partecipato al vertice in Regione» (ibidem).

La lezione del 6 aprile 2009, dunque, è stata vana. Soprattutto perché c’è stata una cattiva comunicazione. A fallire è stata soprattutto la comunicazione istituzionale che ha confuso, colpevolmente o meno lo stabiliranno i processi penali in corso, il concetto di “allarme” con quello di “allerta”. Che hanno una portata e, soprattutto, un costo sociale totalmente diversi.

Veniamo al dunque: allarme-allerta. È stato assai grave, sostengono Giuseppe Grandori ed Elisabetta Guagenti (Grandori, Guagenti 2009), non ascoltare l’allerta che, nel pieno di uno sciame sismico di quattro mesi, doveva scattare, dopo la scossa di 4.0 gradi del 30 marzo 2009.

I due ricercatori, sulla base del verbale della Commissione Grandi Rischi, fanno questa ricostruzione:

«Viene precisato che “la domanda da porre agli specialisti è se nei terremoti del passato c’è testimonianza di sequenze sismiche che precedono forti terremoti” (Barberi). La domanda riceve tre risposte. 1: “La casistica è molto limitata. In tempi recenti non ci sono stati forti eventi ma numerosi sciami che, però, non hanno preceduto grossi eventi” (Eva). 2. “La semplice osservazione di molti piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore” (Boschi). 3: “Ci sono stati anche alcuni terremoti recenti preceduti da scosse più piccole alcuni giorni o settimane prima, ma è anche vero che molte sequenze in tempi recenti non si sono poi risolte in forti terremoti” (Selvaggi). Si conclude che “non c’è alcun motivo per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento” (Barberi)».

Un “rassicurazionismo” e non “allarmismo” né “mancato allarme”. Così Ciccozzi etichetta, con accezione fortemente negativa, il messaggio comunicato dagli scienziati della Commissione Grandi Rischi (Ciccozzi, 2012: 12 aprile):

«Il termine “rassicurazionismo” risulta in tal senso l’unico appropriato, ma ad oggi non è in uso, e senza un po’ d’abitudine i termini, specie se compositi, tendono ad avere un senso nebuloso. Le difficoltà nella comprensione di quanto è avvenuto all’Aquila, del ruolo della Commissione Grandi Rischi nella fase di incubazione della catastrofe, l’impenetrabilità, l’ermeticità di questa situazione, si rivela proprio ipso-facto a partire dal suo essere indefinibile attraverso una semplice attribuzione terminologica di senso. Mancando un termine si cade da subito nell’equivoco attraverso l’uso di espressioni inappropriate, quali sono in questo caso quelle di “allarmismo” o “mancato allarme”. Perciò va compreso che l’inesistenza dei termini o si supera con un termine nuovo, o si evita con la costruzione di termini compositi, o si va incontro a uno spiacevole inconveniente: il non riuscire a definire un fenomeno aumenta il rischio di subirne le conseguenze, mentre suggellare gli enunciati che significano un fenomeno in un’unica parola rende lo stesso più recepibile. “Rassicurazionismo” è l’unica parola che può descrivere compiutamente l’inedita performance comunicativa attuata per mesi dalle istituzioni della Protezione Civile e dell’INGV e che ha avuto come apice persuasivo la riunione della Commissione Grandi Rischi, dove, in un cerimoniale di ostentazione di autorità, si è affermata la rassicurazione disastrosa secondo la quale si era di fronte a uno “sciame sismico” che esauriva l’evento dilazionandolo bonariamente in un graduale “scarico positivo di energia”».

Il ragionamento porta Ciccozzi a gettare la croce proprio sulla qualità dell’informazione partita dalla Commissione Grandi Rischi (ibidem):

«Il punto è che semafori, cartelli o altri segni che siano, per chi riconosce quei codici la definizione di non pericolosità diventa prescrizione per l’azione. Tra “mancato allarme” e “rassicurazione disastrosa” va ancora sottolineata la differenza cardinale: l’assenza d’informazione va distinta dall’informazione errata. Una rassicurazione disastrosa implica un mancato allarme, ma lo sopravanza. Perciò chiariamo questo punto: il mancato allarme ovviamente c’è stato (in quanto non c’è stato un segnale di pericolo), ma c’è stato di peggio, c’è stata, appunto, oltre a una mancata segnalazione di possibilità di pericolo, una segnalazione errata di non pericolo, che si è risolta in una rassicurazione disastrosa dal momento in cui la Commissione Grandi Rischi ha informato – in modo superficiale (analiticamente), infondato (scientificamente), fuorviante (rispetto alla possibilità di pericolo) e letale (rispetto a quanto è successo) – la popolazione del fatto che in quelle circostanze non vi sarebbe stata una catastrofe. Non dire “state attenti” è opposto dall’affermare “state tranquilli”, che non solo implica il non dire “state attenti” (il non prescrivere condotte precauzionali), ma lo esorbita (prescrivendo condotte avventate).

Ma siamo certi che la scelta di non far scattare l’allerta (e non, è utile ribadirlo, l’allarme) sia stata dettata dai tecnici? Non è, per caso, che l’errore è stato commesso da chi (la classe politica e dirigente) ha superficialmente “tradotto” un’analisi scientifica in una comunicazione istituzionale intrisa di “rassicurazionismo”?».

Dunque, il processo giudiziario alla Commissione Grandi Rischi, che grandi tensioni ha sollevato in tutta la comunità scientifica internazionale («Che si fa, si processa la Scienza?»), rischia di alimentare soltanto gli alibi.

Se un processo s’ha da fare, non necessariamente giudiziario, quello va fatto alla comunicazione istituzionale. Che ha fallito. Perché, soprattutto di fronte ad uno sciame sismico che aveva fatto aumentare la paura ma anche l’attenzione dell’opinione pubblica, non è stata in grado di far arrivare un messaggio chiaro alla popolazione nel quale, non potendosi prevedere i terremoti (perché questo dice la Scienza), si consigliasse di stare allerta.

Bastava mandare un messaggio diverso in cui, specificando che non si possono prevedere i terremoti, si invitava la popolazione delle zone interessate a mantenere il livello di massima attenzione. Consigliando, in particolare, da un lato ai cittadini di preparare una borsa con le prime necessità (una torcia a batterie, una coperta, vestiario adatto alla stagione, acqua potabile e kit di pronto soccorso) da lasciare a portata di mano magari vicino all’uscio di casa; dall’altro alle amministrazioni preposte di aggiornare i piani d’emergenza individuando le aree di raccolta, le competenze e le dotazioni. Banale ma di certo avrebbe avuto un’efficacia maggiore del “rassicurante” messaggio inviato dopo la riunione della Commissione Grandi Rischi. E non ci sarebbero stati processi-alibi.

Si dirà: facile col senno del poi. Così facile che, nel caso dell’Emilia, nel 2012, è avvenuto esattamente il contrario: è stato lanciato l’allarme e non allerta, certificando di non aver fatto tesoro di quanto avvenuto all’Aquila. Anche perché, in tre anni, nessuno ha avuto il coraggio di avviare il vero processo al vero imputato: la comunicazione.

2. La fase durante l’emergenza

Nel caso del sisma dell’Aquila, le colpevoli insipienze e inadeguatezze della classe dirigente nel suo complesso (dalla Commissione Grandi Rischi all’amministrazione regionale e comunale) hanno determinato danni a catena all’ingranaggio della comunicazione.

Il bilancio, anche in questa fase, è negativo. Quattro esempi emblematici, su tutti, su cui riflettere, che attengono all’individuazione dei simboli. E quest’ultimo concetto, quello della scelta dei simboli, è decisivo nella filiera della comunicazione. Ebbene, tali esempi testimoniano veri e propri errori comunicativi che hanno avuto pesanti ripercussioni disastrose.

Slides (a cura di Angelo De Nicola)

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2.1 La definizione “Abruzzo Earthquake”

Questa era la scritta che campeggiava, a “marcare” l’evento, sulle Breaking News della Cnn di quel 6 aprile e così è indicizzato l’evento sismico dell’Aquila, nella lingua inglese, la più diffusa in Rete, sui principali motori di ricerca. Un errore gravissimo aver definito “d’Abruzzo” un terremoto che, invece, è stato di un ben circoscritto territorio sostanzialmente coincidente con la città-territorio dell’Aquila, ovvero il cosiddetto “cratere” che, infatti, ha poi incluso nei benefici solo l’area colpita e non tutta la regione. Chi ha lanciato quella definizione è, sotto il profilo della comunicazione, un “furbetto” (in caso di cattiva fede), magari, per strappare futuri benefici territorialmente allargati all’intero Abruzzo, come è avvenuto per la tragedia della scuola di San Giuliano di Puglia per la Regione Molise; o un “dilettante” (in caso di buona fede).

2.2 La magnitudo del sisma

Se si cerca, in Rete, il terremoto dell’Aquila appare collegato, tranne alcune rare eccezioni, a una magnitudo del grado 5.8 della scala Richter . La vera magnitudo è del 6.3. Detta così, appena mezzo grado di differenza, potrebbe sembrare questione di poco conto. Niente di più sbagliato sotto il profilo comunicativo. Con l’aumentare, anche nell’opinione pubblica, delle cognizioni tecniche, viene subito spontaneo fare paragoni e paralleli con altri terremoti. E l’impatto che un sisma ha sull’opinione pubblica, ormai è acclarato, influenza l’approccio e la quantità degli aiuti (dalle raccolte fondi agli interventi e stanziamenti governativi). Un conto è paragonare il terremoto di Haiti (magnitudo 7.0) con un 5.8 e un conto con un 6.3.

Anche in questo episodio del caso aquilano nessuno ha mai voluto approfondire di chi sia stata la responsabilità di una simile svista che una leggenda metropolitana, tutt’oggi, attribuisce a un preciso disegno “criminoso”: quello di mantenere l’intensità del sisma sotto la soglia della magnitudo 6 il cui superamento, invece, garantirebbe una quota maggiore di aiuti governativi. Si tratta di un falso.

La confusione, con ogni probabilità, nasce dal fatto che, sotto il profilo tecnico, da qualche anno si usa distinguere tra la “magnitudo locale” (ML) e la “magnitudo momento” (MM). Nel caso del 6 aprile, la prima è stata di 5.8, la seconda di 6.3. Ecco che si spiegherebbe l’arcano. In sostanza, è assolutamente necessario comunicare sempre con la stessa “lingua”, cioè prendere come riferimento sempre lo stesso parametro, ovvero la “magnitudo momento” (MM).

Sta di fatto che, sulla magnitudo, identica confusione s’è generata anche nel sisma dell’Emilia del 2012, finendo con il rialimentare la falsa quanto fuorviante questione di inesistenti soglie.

2.3 Il simbolo della città colpita dal sisma

Con i Grandi della Terra, anche il presidente Obama viene all’Aquila per il vertice G8 che il Governo Berlusconi, nel luglio di quel 2009, decide di spostare dall’Isola della Maddalena in Sardegna nel capoluogo abruzzese ferito dal terremoto. Il presidente americano viene accompagnato per una visita nel centro storico martoriato. Obama in maniche di camicia, incredulo tra le macerie di una città così ricca di fascino e monumenti ma sconosciuta al mondo, è uno “spot” planetario a cui L’Aquila non avrebbe mai potuto aspirare nella sua pur gloriosa storia. Ebbene, Obama farà la foto-ricordo con Berlusconi ai piedi della facciata del palazzo della Prefettura crollato, dopo un passaggio in piazza Duomo (dove vennero fatte festanti foto-ricordo con alcuni esponenti politici locali i cui sorrisi e frizzi davanti ai fotoreporter di tutto il mondo hanno comunicato uno stridente contrasto con la tragedia) davanti alla chiesa delle Anime Sante, una tra le tante della città ma resa famosa dal crollo in diretta Tv della cupola che il Valadier realizzò dopo il terremoto del 1703. Due luoghi importanti, ma non simboli. O almeno simboli solo della distruzione (e dell’insipienza visto che la Prefettura distrutta era sede della sala operativa della Protezione civile…).

Il vero simbolo dell’Aquila è la Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Perché custodisce le spoglie di Papa Celestino V, una sorta di “Ghandi del Duecento”, un crociato ma della Pace, un pontefice scomodo, imbarazzante per la Chiesa per quelle sue clamorose dimissioni, il 13 dicembre del 1294, dopo nemmeno quattro mesi di papato iniziato con l’elezione a sorpresa di questo fraticello vissuto da eremita sulla Maiella e culminato nell’incoronazione, nient’affatto a Roma, ma nella da poco nata città dell’Aquila, appunto nella basilica di Collemaggio. Il terremoto ha devastato la basilica ma ha salvato le spoglie uscite miracolosamente indenni.

Perché, allora Obama (ma anche Sarkozy o la Merkel) non s’è recato a Collemaggio? Per colpa, ancora una volta, dell’insipienza. Sul prato davanti la facciata di Collemaggio, un “monumento” importante tanto quanto la basilica visto che su quella spianata il fraticello Pietro dal Morrone arrivò, per l’incoronazione a Papa, a dorso di un asinello, come Gesù entrò a Gerusalemme (De Nicola 2010), accompagnato dai due sovrani Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello, proprio su quel prato era sorta una tendopoli spontanea. Non avendo ricevuto alcuna indicazione su quali fossero le aree di emergenza (eppure si “ballava” per le scosse da oltre quattro mesi…), alcuni sfollati aquilani avevano “occupato” lo spiazzo: la tendopoli spontanea è poi diventata una di quelle ufficiali e, per giunta, tra le più popolose. Un ostacolo impossibile da scavalcare, per ovvie ragioni di sicurezza, per il presidente Obama. Un’altra, grande, occasione persa: Obama, Nobel per la pace, “incontra” il Papa che condannò le crociate come lo ha esaltato Ignazio Silone nell’“Avventura di un povero cristiano” (Silone, 1999).

2.4 La Casa dello Studente

I mass media hanno scelto come simbolo della tragedia la “Casa dello Studente”, il condominio-studentato in via XX Settembre (secondo la Procura dell’Aquila mal costruito) dove morirono, sotto le macerie, otto studenti universitari. Una tragedia immane. In secondo piano, invece, nei grandi circuiti dell’informazione, è passata per esempio la tragedia del condominio in via Campo di Fossa (una traversa della famigerata via XX settembre) dove morirono 31 persone (cioè il 10% delle 309 vittime totali) tra cui una giovane madre trovata abbracciata, nel letto, ai due figlioletti. Mentre grande enfasi è stata data alla frazione di Onna (40 vittime su 310 abitanti), dove anche grazie all’interessamento diretto della Germania forse per lavarsi la coscienza di un efferato eccidio qui compiuto dai nazisti , si è saputo con un’efficace comunicazione tenere i riflettori accesi .

All’Aquila l’informazione, dunque, ha scelto come simbolo, perché faceva più notizia, la Casa dello Studente (ai piedi di quel che restava dell’edificio sono state fatte le dirette di tutte le Tv del mondo) “distruggendo” così un’economia e un brand: quello dell’Aquila “città universitaria”. E non c’è stato verso, dopo che si sono levate alcune voci peraltro molto sommesse (l’Università dell’Aquila, in tema di comunicazione, è stata sostanzialmente assente), di cambiare rotta. Quel simbolo (negativo) ha fatto più danni del terremoto così come è avvenuto per l’“equivoco” sulla magnitudo.

Col sisma, il mondo scopre che L’Aquila è la sesta città italiana per numero di monumenti di pregio e, dunque, tra le primissime al mondo. Era decisamente una notizia che la prima stima della Protezione civile parlasse della cifra record di 300 milioni di euro necessaria per ripristinare e restaurare soltanto i “gioielli”, ovvero i 45 principali monumenti aquilani devastati dal terremoto (angelodenicola.it, 2009:5 luglio). Ebbene, quello che poteva essere un nuovo brand per la rinascita della città, è passato in secondo piano anzi, spesso ignorato. Qui le insipienze sono in partenza, ovvero da parte di chi, in loco, non ha saputo sfruttare l’occasione di poter mettere nelle mani dell’umanità intera la responsabilità di non far deperire, dopo i gravi crolli, un patrimonio che appartiene all’umanità stessa. D’altra parte i monumenti non fanno notizia.

Basti considerare quanto è avvenuto, nel terremoto del 2012, in Emilia. Il simbolo di quel sisma sono stati i capannoni industriali (in particolare quelli che contenevano le preziose “pizze” di formaggio parmigiano) crollati. Un simbolo dell’operosità, del lavoro colpito al cuore da un disastro naturale. Un simbolo efficace che ha “bucato” senza dover ricorrere al sensazionalismo.

3. La fase del post-sisma

Se il sisma dell’Aquila doveva rappresentare, con tutto il dovuto rispetto per le vittime, un’opportunità per un territorio già “terremotato” sotto il profilo economico, a oggi questa opportunità non è stata affatto colta. Il dopo 6 aprile è sotto gli occhi di tutti: un “disastro” comunicativo. Nell’affrontare la disumana tragedia, sono venute fuori tutte le inadeguatezze della classe politica e dirigente.

A livello comunicativo, il sisma dell’Aquila sta passando alla Storia come la grande occasione sì, ma: (a) della “cricca” (non a caso il termine è stato coniato proprio per il presunto comitato d’affari nazionale che avrebbe messo gli occhi sulla ricostruzione dell’Aquila); (b) degli sciacalli (a cominciare dai due imprenditori che quella notte del 6 aprile, svegliati nel proprio letto, ridevano pensando agli affari che avrebbero potuto fare) ; (c) dei “furbetti”, di chi cioè, anche tra gli aquilani, sta approfittando degli aiuti di Stato.

Per quanto riguarda il post sisma, di comunicazione ne è stata fatta tanta.

Esistono tre rappresentazioni maggiori di quanto è avvenuto all’Aquila: (1) una rappresentazione istituzionale fornita dal Governo e dalla Protezione Civile, spiegata, amplificata dai telegiornali di Rai Uno e quotidiani come “Il Giornale” che ha messo in evidenza l’impegno del governo nel dopo-terremoto e ha presentato al mondo, come ci si deve comportare in caso di calamità naturale; (2) una seconda e contrapposta rappresentazione è stata ospitata nei sevizi giornalistici di Rai3 e in quotidiani come “La Repubblica”. In questo caso, l’azione di governo era presentata come espressione di interessi economici e politici di parte, che usano il terremoto per farsi pubblicità e profitto; (3) una terza rappresentazione, nei servizi giornalistici di “La7” e in un quotidiano come “Il Corriere della Sera”, ha tentato di barcamenarsi tra i toni trionfalistici o catastrofistici delle altre due prospettive, seguendo da lontano quanto avveniva mirando a non farsi coinvolgere dalle polemiche.

La spettacolarizzazione è in questo senso una modalità espressiva che si raccorda con lo stile nazionale dominante: il melodramma che permette di eludere e buttare in caciara l’esame di coscienza (Sidoti, 2010: 14).

4. Cogliere l’opportunità

Il caso del 6 aprile 2009 dimostra che, per essere pronti di fronte ad un’emergenza, la comunicazione va regolarmente pianificata prima. Anche questo è un assunto che dovrebbe essere scontato. Se si è qui a riproporlo, evidentemente non lo è. Nonostante la De Marchi (1998: 97) abbia già segnato la via maestra, fin dal lontano 1998:

Pianificazione e prevenzione richiedono l’impegno di risorse economiche che neanche l’amministratore più lungimirante e accorto può impegnare senza un largo consenso. Si tratta dunque di rompere l’equivalenza complessa “il terremoto adesso non c’è, quindi possiamo non pensarci”, e di sostituirla con un’altra “il terremoto adesso non c’è, quindi pensiamoci”. Da questo punto di vista, un terremoto che si verifichi in una qualunque parte del Paese (e così pure in altri Paesi) è “un’occasione da cogliere” per diffondere a tutti i cittadini, accanto all’informazione sugli eventi in corso, delle nozioni più generali sul rischio sismico e sulle norme di protezione. Infatti, l’attenzione generale risulta allertata, l’interesse stimolato e dunque la audience è più vasta e risulta maggiormente disponibile e recettiva».

In sostanza, quella che la De Marchi invita a chiedersi è la domanda se «abbiamo fatto tesoro, noi italiani, delle spesso tragiche lezioni apprese dalle molteplici catastrofi sismiche che hanno colpito il nostro Paese?» (Ibidem). Il caso del 6 aprile 2009, almeno sotto l’aspetto qui analizzato della comunicazione, dimostra che non abbiamo fatto tesoro. Anzi, continuiamo a fare gli stessi errori.

 

Riferimenti bibliografici

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ID. (2010), Il mito di Celestino, L’Aquila, One Group Edizioni.

Grandori G., Guagenti (2009), Prevedere i terremoti: la lezione dell’Abruzzo, «Ingegneria sismica», anno XXVI numero 3, Bologna, Pàtron Editore.

Lo Russo M. (2004), Parole come pietre, la comunicazione del rischio, Bologna, Baskerville.

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Sitografia

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