SULLA TRASFORMAZIONE (ILLUMination DI URS FISCHER)

Alla fine, la metafora visiva ci esprime esattamente la capacità che il tempo ha di disporre l’obsolescenza e la distruzione del senso delle forme

di Antonio Zimarino

La condizione iniziale è quella di una estrema stabilità e realismo di rappresentazione: lì dove di fatto, visivamente, non ci sono che due “statue” e un oggetto apparentemente normale e abitudinario quale una sedia. Una statua molto realistica nella posa e nell’abbigliamento (una figura umana) osserva una statua (un monumento importante della storia dell’arte: il “Ratto delle Sabine” di Giambologna) e poco distante, una banale sedia da ufficio.

Il problema evidente si manifesta dalle piccole fiamme che si vedono vibrare inizialmente in alcuni punti apicali di tali statue/figure: di fatto tali fiammelle svelano la materia di cui le statue/immagini sono fatte: sono di cera, realisticamente fisiche, strutturalmente solide, materialmente differenti da ciò che l’occhio vede. La piccola fiamma è destinata in un tempo lentissimo, a costruire attraverso la dissoluzione e lo scioglimento, delle forme completamente differenti, fino a devastare attraverso crolli e dissoluzioni, la struttura stessa degli oggetti rappresentati.

Slides (a cura di Antonio Zimarino)

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Il tempo e il lento erodere della fiamma, di per se minima, appena percettibile, ma che lavora silenziosamente e incessantemente nel cuore stesso delle strutture, condannano la visione ad un processo finale di distruzione: sono gli agenti della trasformazione della visione stessa. Nel corso del tempo l’immagine cambia, costruisce lentissimamente visioni e percezioni metaforiche diverse, corrode, annulla i segni di partenza, ne elabora altri attraverso la casualità variabile dello scioglimento o delle stesse tenui variazioni all’interno della massa di cera, create da refoli di vento.

L’azione della fiamma si applica a strutture simboliche: la figura umana, ed in particolare è il ritratto dell’artista Rudolph Stingl e alla riproduzione del “Ratto delle Sabine” del Giambologna, e ad una semplice sedia da ufficio. La consunzione lentissima è la consunzione del tempo? E il fuoco interiore che dissolve? È la metaforizzazione del tempo stesso che distrugge tanto l’aspetto che la vita, che l’oggetto comune, che l’opera d’arte?

Quest’opera di Fischer mi ha molto intrigato perché mette profondamente in discussione molte cose: il nostro concetto di stabilità, di rappresentazione, l’idea che l’opera rappresenti qualcosa di definito, l’idea che essa sia un “dato”, l’idea che è l’intervento umano che ne crei il senso.

In realtà quello che l’artista ha messo in atto è un progetto che si auto compone, autodistruggendosi: l’effetto e la definizione o meglio della “sdefinizione” si compone in un processo casuale semplicemente messo in moto. In questa condizione impostata dall’artista, i sensi metaforici, le suggestioni estetiche non sono progetti, sono caso, caos e sua composizione autonoma.

Un po’ in fondo come i processi naturali, i processi innescati dall’intervento umano di cui poi non ci si cura più: l’erosione di un terreno, la costruzione di una centrale atomica, una diga, un qualsiasi manufatto creato ad uno scopo di utilità o di senso, che poi lasciamo alla casualità del tempo e delle circostanze. Cambia, si modella, si adatta, si deforma, si dimentica, si dissolve, prende forme diverse, genera conseguenze diverse, interpretazioni diverse, connessioni differenti di pensieri, di adattamenti, di posizioni.

In sostanza, avviamo pensieri, relazioni, diciamo cose, tocchiamo persone, incrociamo esistenze inneschiamo o spegniamo fiamme. Tutto segue una sua strada di adattamento, tutto nel processo del tempo si ri/determina, tutto a iniziare dalla spinta iniziale, dall’abbrivio dell’origine, segue moti relazionali, inconsulti, imprecisi, configurazioni probabili.

Alla fine, la metafora visiva ci esprime esattamente la capacità che il tempo ha di disporre l’obsolescenza e la distruzione del senso delle forme;questa distruzione avviene riportando la materia ad uno stato primordiale precedente la manipolazione creativa. La lentezza del processo crea la percezione della trasformazione ineluttabile che avviene per a) L’uomo/artista/faber – b) la statua celebre (oggetto estetico e culturale) – c) la sedia (banalità dell’oggetto d’uso o forse la “sedia” kosuthiana?).

Dramma? Tragedia? “Cupio dissolvi”?

No. Piuttosto, il tempo estremamente lungo della trasformazione porta ad una pacificazione, rassegnazione meditata, alla constatazione dell’impermanenza e dell’inevitabile. Con in più, l’invito a stupirsi nell’osservare l’azione creativa del Tempo sulle cose e sulle persone.

Quindi: nessuna presunzione, ma piuttosto, modestia, curiosità; nessuna pretesa di essere ciò che non si può essere e meditata accettazione della condizione della trasformazione, nell’attesa di cosa il Tempo farà di noi e delle cose.



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